Archivio mensile: maggio 2016

SARA PEZZINI – TRADUZIONE DEL RACCONTO “DUE SAGGI” DI CLARÍN

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[Con grande piacere Mimesis propone oggi in anteprima la traduzione inedita, ad opera di Sara Pezzini, del racconto Due Saggi di Clarín. Sara Pezzini ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in letteratura spagnola presso l’Università di Pisa (2012). Si occupa prevalentemente di poesia dei Secoli d’oro e dell’opera di Luis de Góngora, ma si è interessata anche alla picaresca e all’opera di García Lorca. Dal 2014 svolge attività di ricerca presso il Laboratorio OBVIL (Paris IV – Sorbonne) nell’ambito del progetto di edizione digitale e studio della polemica letteraria intorno alla poesia di Góngora http://obvil.paris-sorbonne.fr/projets/edition-digitale-et-etude-de-la-polemique-autour-de-gongora]

*Nota della Traduttrice:

Dei grandi romanzieri spagnoli dell’Ottocento, Leopoldo Alas, detto “Clarín” (Zamora 1852 – Oviedo 1901) è quello che pubblicò il minor numero di romanzi (soltanto due: Su único hijo e La Regenta). Professore di Diritto Civile durante tutta la vita presso l’Università di Oviedo nelle Asturie, Leopoldo Alas fu un fecondo giornalista, drammaturgo, critico letterario e romanziere. In tutte le sue manifestazioni artistiche, il “provinciale universale”, come lo ha soprannominato la critica, tese alla forma breve: quella dell’articolo, del saggio, del romanzetto o del racconto, con la sola grande eccezione del capolavoro, La Regenta (La Presidentessa, Roma, 2004 Gruppo Editoriale L’Espresso, trad. di Enrico Di Pastena). Insieme a Benito Pérez Galdós è il maggior rappresentante del Realismo spagnolo ed uno dei narratori più interessanti del secolo di Balzac.
La maggior parte dei lettori ispanofoni ricordano oggi Clarín più come l’autore di racconti (alcuni immancabili nelle antologie del genere, scolastiche e non) che come quello di romanzi o articoli di critica. Eppure le vicissitudini editoriali e le caratteristiche di questa sezione importante della sua opera, rendendone difficile il compito di classificarla e riorganizzarla, hanno ritardato la ricezione e condizionato la sua fortuna. Si pensi che la prima edizione completa dei racconti clariniani (95 testi in tutto) comparve in Spagna soltanto nell’anno 2000.
Guardando Flaubert, ma anche Zola e il Naturalismo, l’opera di Clarín recupera, da un lato, l’ironia cervantina come strumento stilistico e ideologico di osservazione e analisi del mondo; dall’altro, anticipa quello sguardo (sur)realista che costituirà la cifra di molta narrativa tardo ottocentesca e novecentesca, soprattutto europea (o meglio russa: Gogol e Čecov) e sudamericana (per esempio Borges e Cortázar).

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 DUE SAGGI*

Alle terme di Aguachirle, nel luogo più frondoso di una regione molto fertile e pittoresca della Spagna, tutti sono contenti, tutti si comprendono a vicenda; tranne due venerabili anziani, che disprezzano quella massa di bagnanti e si odiano reciprocamente.
Chi sono? Si sa poco di loro nello stabilimento. È il primo anno che vengono. Non si ha notizia alcuna sulla loro provenienza. Di sicuro non sono della provincia; ma non si sa se uno venga dal nord e l’altro dal sud, o viceversa o da qualsiasi altro luogo. Uno dice di chiamarsi don Pedro Pérez e l’altro don Álvaro Álvarez. Entrambi ricevono la posta in un pacco enorme pieno di lettere, giornali, riviste e a volte di libri. La gente dice che siano due saggi.
Ma cosa sanno? Nessuno lo sa. E quel che sanno non lo dicono; molto cortesi entrambi, ma molto freddi con tutti e impenetrabili.
All’inizio non li considerarono granché; l’allegro popolino ignorava lo sdegno di quei misteriosi pozzi di scienza che, dietro a uno strato superficiale di gelida buona educazione, dovevano essere un paio di fanatici un po’ pazzi, esigenti nella quotidianità e con un diavolo per capello. Tuttavia, dopo pochi giorni, la condotta di quei signori divenne lo zimbello degli oziosi bagnanti, che individuarono nell’antipatia e nella rivalità dei vecchi uno spassoso soggetto comico.
Di nascosto, poiché ispiravano rispetto e nessuno si sarebbe permesso di deriderli apertamente, si osservavano, si gustavano e si commentavano le vicissitudini della loro mutua antipatia, esasperata dalla coincidenza dei loro gusti e delle loro manie che li portavano a ricercare la stessa cosa e a fuggire la stessa cosa, a tutti i costi.

*   *   *

Pérez era arrivato ad Aguachirle qualche giorno prima di Álvarez. Si lamentava di tutto: della camera che gli avevano assegnato, del posto che occupava al tavolo tondo, del direttore, del pianista, del medico, della cameriera, del garzone che puliva gli stivali, della campana della chiesetta, del cuoco, dei galli e dei cani del vicinato che gli impedivano di dormire. Non osava lamentarsi dei bagnanti, eppure quelli erano la seccatura più grande. Triste e inopportuno gregge umano! Vecchi rozzi, ragazzine pacchiane, mammine ridicole, canonici egoisti, giovinastri stucchevoli, ricconi sciocchi e avari, cavalieri sospettosi, maniaci insopportabili, malati ripugnanti… Pestilenziale classe media! E pensare che era la meno peggio! Perché, invece, la plebe…! Uff! La plebe! E l’aristocrazia? A regola, non c’era. E che ignoranza generale! Che martirio doversi sorbire a tavola, senza volerlo, tante assurdità, tante volgarità che gli riempivano l’animo di rancore e di tristezza!
Qualche ficcanaso, non ne mancano mai alle terme, provò a carpire idee e gusti di Pérez, a farlo parlare, a entrarci in confidenza, a coinvolgerlo in banali giochetti; ci fu persino uno scimunito che gli propose di ballare un rigodone con una tale signora… Pérez possedeva un’arte speciale per scrollarsi di dosso questi scocciatori. I tipi riservati se li teneva lontani parlando poco, quelli indiscreti con più impegno e qualche freddura. Ma non ci impiegava un granché a sbarazzarsi di entrambi.
Per di più, quella triste umanità gli era di ostacolo nella lotta alle comodità, per aggiudicarsi quelle poche che lo stabilimento offriva. Erano altri ad avere le camere migliori, i migliori posti a sedere; altri ad occupare prima di lui i migliori attrezzi e vasche termali; erano altri, infine, a mangiare le migliori porzioni.
Il posto d’onore al tavolo centrale, quello che dava diritto al maggior riguardo e alle cortesie del capo sala e dei dipendenti, posto che stava al sicuro da tutte le correnti d’aria tra porte e finestre, il terrore di Pérez, apparteneva a un signor canonico, grasso e chiacchierone; non si sapeva se per ordine di anzianità o per un odioso privilegio.
Pérez, che sedeva non lontano dal canonico, gli serbava uno speciale disprezzo; disprezzandolo lo invidiava e lo fissava con occhi provocatori, senza che l’altro se ne rendesse conto. Don Sindulfo, il canonico, aveva provato più volte ad attaccar bottone con Pérez; ma questi gli aveva risposto sempre a secchi monosillabi. E don Sindulfo lo aveva perdonato, perché, essendo la chiacchera tanto salutare a tavola per una corretta digestione, egli non sapeva quel che faceva.
Don Sindulfo aveva uno stomaco di ferro e il cibo della pensione, con salse piccanti e altri condimenti, lo entusiasmava; Pérez aveva uno stomaco da uccellino e detestava quel cibo pieno di francesismi. Don Sindulfo sognava ad occhi aperti il momento del pasto; e don Pedro Pérez temeva l’avvicinarsi dell’ora tremenda in cui avrebbe dovuto mangiare senza voglia.
— Il tocco! — diceva a tutti sorridendo don Sindulfo, alludendo alla campanella della mensa.
— Il rintocco! — esclamava dopo poco, con una voce che tremava di voluttà.
E Pérez, sentendolo, giurava a sé stesso di portare a termine una certa monografia che aveva iniziato proponendo la soppressione dei cappellani delle cattedrali.
Il saggio fu astuto e calcolatore nel prepararsi il terreno, tramando con camerieri e altri servitori di maggior grado fino a farsi promettere sotto minaccia di andarsene che appena partito il canonico, e dunque presto, il posto d’onore con i suoi benefici sarebbe toccato a lui, a Pérez, costasse quel che costasse. Gli offrirono anche la camera in un certo angolo dell’edificio, quella con la vista migliore, la più fresca e la più riparata dal mondano schiamazzo da intrattenimento. E per il caffè gli promisero un certo angolino debitamente distante dal piano che ora occupava un colonnello in congedo capace di arrivare alle pistolettate con chi glielo avesse conteso. Non appena il colonnello se ne fosse andato l’angolino sarebbe toccato a Pérez.

*   *   *

A questo punto arrivò Álvarez. Gli si attribuisca tutto il già detto per Pérez. C’è da aggiungere che Álvarez aveva un carattere più forte, lo stesso umore indiavolato, ma più energia e più sfacciataggine per domandare leccornie.
Quel gregge umano di monotona volgarità annoiava anche lui; gli rimase sullo stomaco quello stesso canonico di buona forchetta, d’irritante allegria e che occupava il posto migliore al tavolo rotondo. Anche Álvarez fissava don Sindulfo con occhi provocatori e, se il buon clerico gli rivolgeva la parola, rispondeva a mala pena. Anche Álvarez voleva la stanza che aveva richiesto Pérez e l’angolo dove il colonnello prendeva il caffè.
A tavola Álvarez osservò che tutti erano ciarlatani e stupidi… tranne un signore, vecchio e calvo tanto quanto lui che aveva di fronte, che non pronunciava parola, né come lui sorrideva alle battute ridicole di quella gente.
“Non era un ciarlatano, ma uno stupido sì probabilmente. Come poteva essere altrimenti?”. E iniziò a guardarlo con antipatia. Notò che aveva un brutto carattere, che era un egoista e un maniaco, perché si affannava nella ricerca di comodità impossibili.
“Sarà un insegnante o un archivista pieno di presunzione. E lui, Álvarez, un saggio di fama europea, che viaggiava in incognito, sotto falso nome per starsene al riparo da ammiratori curiosi e impertinenti, già detestava a morte l’insulso pedantone che si permetteva il lusso di credersi superiore alla bolgia delle terme. Gli sembrava addirittura che l’archivista lo guardasse con ira, con disprezzo. Razza d’insolente!”
E questo non era neppure il peggio: il peggio era che avevano gli stessi gusti, le stesse preferenze, che il più delle volte rendevano i due incompatibili.
Non c’era posto per entrambi alle terme. Álvarez se ne andava al campo da gioco non appena il pianista attaccava una Rapsodia ungherese… E lì incontrava Pérez, che pure fuggiva da un Liszt adulterato. Nella saletta di lettura nessuno faceva caso al Times… a parte l’archivista e proprio nelle ore in cui lui, il cosiddetto Álvarez, voleva leggere di politica estera nell’unico quotidiano della struttura che gli sembrasse decente.
“L’archivista conosce l’inglese. Pedante!”.
Alle sei del mattino in punto, con il maggiore riserbo, Álvarez usciva dalla stanza per sbrigare la faccenda più vile con cui la propria natura animale pagava tributo alla più bassa e prosaica delle leggi… E Pérez, odioso ostruzionista, aveva chiaramente la stessa abitudine, e anche lui cercava di appartarsi con la medesima segretezza… e questo non si poteva proprio sopportare!
Ad Álvarez non piaceva prendere il fresco negli ordinari giardini dello stabilimento; ricercava invece la solitudine delle erbe fresche e del declivio ripido di un prato che c’era alle spalle dell’edificio. Ebbene, proprio lì, nella parte più alta del prato, all’ombra del suo melo, tutti i pomeriggi incontrava Pérez, cui non veniva neanche in mente di essergli d’intralcio.
Né Pérez né Álvarez abbandonavano il luogo; si sedevano molto vicino l’uno dall’altro, senza parlarsi, guardandosi di sottecchi, tra fulmini e saette.

*   *   *

Il presunto archivista suscitava questo tipo di simpatie al presunto Álvarez, ma a sua volta Pérez non poteva proprio soffrire Álvarez e gliene avrebbe già dette quattro apertamente se non lo avessero messo in guardia sull’irascibilità e il pugno facile di lui.
Pérez, che era un saggio ispanoamericano dell’Equador, che viveva in Spagna da molti anni, studiando la nostra letteratura e le nostre scienze e viaggiando spesso a Parigi, Londra, Mosca, Berlino e altre capitali; Pérez, che non si chiamava Pérez bensì Gilledo e viaggiava spesso per studiare cose di Spagna in incognito perché non voleva che queste gli venissero edulcorate al saper chi fosse; insomma, Gilledo, o Pérez, credeva che quell’impudente di Álvarez fosse un illustre pidocchioso, che si dava un tono di saggio con stravaganze e manie che non erano altro che commedia pura. Una commedia che gli recava molto danno poiché, senza dubbio per imitazione, quello sconosciuto, un farmacista probabilmente, gli stava tra i piedi in tutte le situazioni: nel corridoio, al campo da gioco, nella saletta di lettura e in luoghi troppo poco degni per essere chiamati con i propri nomi.
Pérez aveva notato anche che Álvarez disprezzava o fingeva di disprezzare la folla insulsa, e guardava con rancore e sfrontatezza il canonico che presiedeva il tavolo.
L’antipatia, l’avversione si può dire, che i saggi in incognito si professavano mutuamente cresceva così tanto di giorno in giorno che i dissimulati testimoni del loro odio giunsero a temere che la farsa sarebbe finita in tragedia, e che quei rispettabili e misteriosi vecchietti sarebbero arrivati alle mani.

*   *   *

Arrivò il fatidico giorno. Per caso, sullo stesso treno, se ne partirono sia il canonico, sia il cliente che occupava la stanza tanto appetibile, sia il colonnello che lasciava libero l’angolo più isolato del piano. Terribile conflitto. Si scoprì che il proprietario dello stabilimento aveva offerto l’eredità di don Sindulfo e la camera più comoda prima a Pérez e poi a Álvarez.
Pérez aveva diritto di priorità, senza dubbio; ma Álvarez… aveva un caratterino. Momento solenne. Non si capiva se si contendessero il posto a tavola o una bomba a mano.
Non s’insultarono, né si mangiarono vivi, se non con gli occhi.
Il proprietario dello stabilimento fu informato dello scontro e si recò di corsa nella sala da pranzo.
— Lo dirà Lei! — esclamarono all’unisono i due saggi.
Fu stabilito che il diritto qui fosse di Pérez.
Álvarez acconsentì in latino, ossia invocando un testo del Diritto Romano che dava ragione al suo avversario. Voleva che si vedesse che si rimetteva alla ragione, non alla paura.
Arrivò poi il momento della camera da letto contesa. Ci si doveva pure arrivare. Anche in questo caso Pérez era il primo in ordine di tempo… ma Álvarez asserì che ciò che è assurdo e insulso dall’inizio, alla fine tractu temporis convalescere non potest, non può divenire buono nel tempo; e poiché era assurdo che Pérez, per ingordigia, beneficiasse di tutti i vantaggi, lui si sarebbe attenuto alla promessa ricevuta… e si sarebbe sistemato a partire da quel momento nella famosa stanza; dove, in effetti, aveva già piazzato le valigie.
E piantato sulla soglia, con i pugni chiusi a minacciare il mondo intero, gridava:
In pari causa, melior est conditio possidentis[1].
Quindi entrò e si rinchiuse dal didentro.
Pérez acconsentì, non ai testi romani ma alla paura.
Quanto all’angolo del colonnello, se lo contendevano tutti i giorni; lo occupava chi correva e arrivava per primo; l’altro protestava con brontolii, andandosi a sedere molto vicino e allo stesso tavolo di marmo. Si detestavano, fuggivano sempre dagli stessi luoghi e cercavano sempre gli stessi luoghi.

*   *   *

Un pomeriggio, fuggendo dalla Rapsodia ungherese, Pérez andò al campo da gioco e si sedette su una sedia a dondolo, con una montagna di quotidiani e lettere tra le mani.
Di lì a poco, con una montagna altrettanto grande, arrivò Álvarez e si sedette di fronte a Pérez, su un’altra sedia a dondolo. Non si salutarono, ovviamente.
S’immersero nella lettura delle rispettive lettere.
Tra le pagine della propria, Álvarez tirò fuori una cartolina che si mise a contemplare, stupefatto.
Al tempo stesso, Pérez contemplava un bigliettino identico, con occhi terrorizzati.
Álvarez alzò la testa e rimase a guardare attonito il proprio nemico.
Il quale, all’istante, pure alzò gli occhi e contemplò a bocca aperta quel disgraziato di Álvarez.
Il quale con voce tremolante, iniziando ad avvicinarsi e allungando una mano, cominciò a dire:
— Ma… Lei, signore mio… è… può essere che Lei sia… il dottor… Gilledo?
— E Lei… o sto sognando… oppure è… sembra… è… l’illustre Fonseca…
— Fonseca l’amico, il discepolo, l’ammiratore… l’apostolo del maestro Gilledo… della sua dottrina…
— Della nostra dottrina, perché appartiene a entrambi; io l’iniziatore, Lei il brillante, il saggio, il profondo, l’eloquente riformatore propagandista… al quale devo tutto.
— E siamo assieme!
— E non ci conoscevamo!
— Se non fosse stato per questa ridicola debolezza, ideata da me, lo ammetto, di volerci conoscere dai ritratti…
— Giusto, se non fosse stato per questo…
E Fonseca spalancò le braccia e strinse a sé Gilledo, seppur con la misura che conviene a due saggi.
La spiegazione dell’accaduto è molto semplice. Entrambi si erano messi in testa, come si è detto, di viaggiare in incognito. Dalla sua città, Madrid, Fonseca, e da non so dove Gilledo: entrambi si facevano inviare la posta allo stabilimento balneare, in pacchetti destinati rispettivamente a Pérez e Álvarez.
Erano ormai molti anni che Gilledo e Fonseca erano due anime in un nocciolo nel campo della scienza. Fondatore Gilledo di certe teorie molto complicate intorno al movimento delle specie primitive e altre questioncelle preistoriche, Fonseca aveva accolto le sue ipotesi con entusiasmo, senza invidia; le aveva applicate in maniera importante alla linguistica e alla sociologia, in opere molto più popolari, poiché più eloquenti rispetto a quelle di Gilledo. Né questo invidiava al discepolo della propria teoria la fama dovuta alla sua divulgazione, né Fonseca smetteva di riconoscere la superiorità dell’iniziatore, del maestro, come chiamava l’altro in maniera sincera. La disputa polemica che insieme sostennero contro altri saggi, consolidò la loro unione; se all’inizio, parlavano esclusivamente di scienza nella loro ininterrotta corrispondenza, il mutuo affetto e forse una qualche complicità vanitosa li misero in comunicazione più intima, e giunsero a scriversi lettere più da fratelli che da colleghi.
Álvarez, il più appassionato, era giunto al limite di voler conoscere la vera effigie del suo amico; e si accordarono, non senza confessarsi per scritto il lato quasi ridicolo di questa debolezza, per inviarsi reciprocamente un ritratto della stessa epoca… E la casualità, che è indispensabile in questo genere di storie, fece sì che quei cartoncini, che forse evitarono un crimine, giunsero a destinazione lo stesso giorno.
Più strano sembrerà che nessuno di loro avesse scritto all’altro del proprio arrivo alle terme, né il falso nome prescelto… Ma tali notizie si davano (ovvio!) nelle lettere che accompagnavano i ritratti.

*   *   *

A tal punto si stimavano Álvarez e Pérez; li continueremo a chiamare così per mantenere il segreto, dato che loro stessi vollero che niente si sapesse dell’accaduto nella pensione termale.
Tanto si stimavano e tanto prudenti e realmente saggi erano che, messi da parte com’era naturale tutti i diverbi e l’astio che li avevano separati mentre non si conoscevano, non solo si trattarono di lì in avanti con il più grande rispetto e la maggior considerazione reciproca, senza contendersi nulla… ma addirittura, il giorno successivo alla grande scoperta, si trovarono una volta in più d’accordo nel proposito di abbandonare quanto prima le terme e ritornare da dove erano venuti. E infatti, quello stesso pomeriggio, Gilledo prese il treno che scendeva verso sud, e Fonseca quello che risaliva verso nord.
E non si videro mai più in vita loro.
E ognuno se ne andò pensando per conto proprio di aver avuto la prudenza di un Marco Aurelio, troncando al momento giusto e separandosi subito dall’altro. Perché (miseria delle cose umane!) la puerile, materiale antipatia ispirata dall’amico sconosciuto… non ce l’aveva fatta a scomparire dopo l’infruttuoso riconoscimento.
Il personaggio ideale, ma di carne e ossa, che entrambi si erano forgiati quando si odiavano e disprezzavano senza conoscersi, era quello che sopravviveva; l’amico reale ma invisibile, quello della corrispondenza e della teoria comune, era svanito… Per Fonseca, il Gilledo che aveva visto continuava a essere lo sgradevole archivista; e Fonseca, per Gilledo, l’odioso farmacista.
E non si scrissero più, se non per motivi puramente scientifici.
E un anno dopo, un Jahrbuch tedesco pubblicò un sensazionale articolo per tutti gli archeologi del mondo.
S’intitolava Una dissidenza.
E lo firmava Fonseca. Il quale intendeva dimostrare che certe specie non si erano spostate da Occidente a Oriente, come lui aveva creduto sotto l’influsso di saggi maestri, ma piuttosto seguendo il cammino apparente del sole… da Oriente a Occidente…

* [Titolo originale: Dos sabios; pubblicato nel dicembre del 1899 nell’Almanque de la Ilustración espanõla y americana, poi nella raccolta El gallo de Sócrate.  Leopolodo Alas, “Clarín”, Narrativa completa I – Cuentos, edición, introducción y notas de F. Caudet, Madrid, Cátedra, 2010, pp. 1067-1073]. (I termini in corsivo sono nell’edizione spagnola).

[1] Alle stesse condizioni, ha la meglio il possidente (trad. mia).