Letture di testo

STEFANO BRUGNOLO – UNA NESSUNA CENTOMILA CANZONI: OVVERO “LIKE A ROLLING STONE” DI BOB DYLAN SECONDO MARIO GEROLAMO MOSSA

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[Pubblichiamo una recensione di Stefano Brugnolo al primo saggio di Mario Gerolamo Mossa, Bob Dylan & Like A Rolling Stone. Filologia composizione performance, Mimesis 2021. Mario Gerolamo Mossa è dottorando di ricerca in Studi Italianistici all’Università di Pisa, con un progetto di natura comparatistica incentrato sulla canzone d’autore italiana e sul singer-songwriting angloamericano. Si occupa di poesia contemporanea, popular music, teoria letteraria, filologia d’autore, metricologia e oralità. Nel 2016 ha lavorato come borsista di ricerca alla University of Houston e ha collaborato con Alessandro Carrera all’edizione italiana di Bob Dylan. The Lyrics 1961-2012 (2016-2017)]

Bob Dylan & Like a Rolling Stone

Mario Mossa è un mio amico e non so se questo sia un suo merito o un suo demerito. So però che è senz’altro un titolo di prestigio avere scritto un interessantissimo libro di cui oggi voglio parlare qui perché magari a qualcuno interessa: “Bob Dylan & Like A Rolling Stone. Filologia composizione performance”. Si tratta come avrete capito di un saggio tutto dedicato a una singola canzone: “Like a Rolling Stone”, appunto. In realtà Mossa non è nemmeno il primo ad averlo fatto (c’è già un saggio di Marcus tradotto da Donzelli) e comunque la cosa non deve stupire: una canzone come questa – la numero 1 nella classifica delle 500 migliori stilata dal periodico Rolling Stone – e come poche altre al mondo, è a suo modo un documento poetico ma anche storico di un mutamento culturale decisivo nella storia dell’Occidente. Quello che avvenne negli anni Sessanta e che corrispose a una enorme rivoluzione dei costumi, della mentalità e della sensibilità. A me pare poi in generale che l’oggetto culturale canzone sia assolutamente degno di questa curiosità e attenzione. Alcune canzoni hanno un enorme potere di raccontarci, di rispecchiarci. Com’è il caso appunto di Like a Rolling Stone. Parlare di quelle canzoni vuol dire parlare di noi, capire meglio chi siamo. Ben vengano dunque libri come quello di Mossa che uniscono alla passione l’acribia dello studioso, anzi del filologo. Se vale la pena perseguire queste ricerche è anche perché questi strani oggetti che sono le canzoni presentano aspetti misteriosi; sono a loro modo opere “semplici” ma dallo straordinario e spesso ineffabile potere evocativo e suggestivo. Com’è appunto il caso di questa canzone epocale. Che, come ci ricorda Mossa. è una canzone perfettamente ambivalente, e a suo modo sfuggente, “diaforica” come scrive lo studioso che qui cito: “Like a Rolling Stone è un’opera caratterizzata da un evidente orientamento diaforico: i sentimenti di rabbia, disprezzo, risentimento e vendetta sono cioè in costante correlazione dialettica con quelli di liberazione, emancipazione, riscatto. … Molte esecuzioni storiche della canzone presuppongono l’intenzione del performer di attribuire maggiore rilevanza alle emozioni euforiche o a quelle disforiche”. Siamo insomma davanti ad un’opera dall’identità instabile e mutevole che cambia di esecuzione in esecuzione. È questa qualità instabile e ambivalente a essere al centro della ricerca di Mario. In effetti direi che se Like a Rolling Stone ci trascina ed entusiasma dall’altra ci provoca e immalinconisce. A partire dal testo vero e proprio. Io prima di leggere questo saggio non ci avevo mai pensato fino in fondo, e anzi quando ascoltavo la canzone e magari la canticchiavo ne coglievo quasi soltanto la carica trascinante. Mi pareva eccitante essere nella fantasia come una pietra che rotola giù… Sentivo, mi pareva di sentire in questo rotolare cantato da Dylan una specie di allegria, quella allegria che un nostro poeta ha chiamato “allegria di naufragi”, l’euforia cioè di chi ha perduto gli ancoraggi stabili della vita e si lascia portare lontano senza farsi troppe domande…Tutto ciò mi pareva perfettamente in sintonia con lo spirito dei sixties. E in effetti continuo a pensare che il ritornello, quel ritornello – “how does it feel” – ci comunica sensazioni simili, ma certo dopo che ho letto con attenzione il testo e i commenti dello studioso la mia visione è un poco cambiata. Se infatti la prendiamo alla lettera la canzone risulta essere una specie di predica antipatica che l’io del cantante rivolge ad una giovane donna della upper class (ad un certo punto chiamata Miss Lonely, Signorina Malinconia) che si è illusa di fare la bella e dolce vita, e che adesso si è ridotta a essere una barbona, a essere come quella gente, quei poveracci che una volta disprezzava. C’è perfino qualcosa di sadicamente moralistico nella canzone. Ecco l’inizio:

Una volta eri sempre così agghindata
gettavi centesimi ai barboni nel fiore dei tuoi anni, ricordi?
La gente ti gridava dietro, come a dire: “Sta’ attenta, bellezza, che qui finisci male”,
Ma tu niente, convinta che era tutto uno scherzo
e come te la ridevi
di quelli che stavano nel giro.
Adesso non parli più con quel tuo tono,
adesso non sei più tanto spocchiosa
di doverti rimediare qualche cosa da mangiare.
Che effetto fa,
che effetto fa,
senza un posto dove stare,
che nessuno ti conosce,
come un sasso che rotola via?

Naturalmente a restarci nella mente è il ritornello: “How does it feel,/ how does it feel/ To be without a home/ Like a complete unknown,/ like a rolling stone?” C’è quasi da non crederci. Il testo più noto di quello che è a giusto titolo considerato il massimo rappresentante della generazione che ha messo in discussione l’estabilishment culturale e politico americano contiene una specie di memento: a non sprecare la gioventù inseguendo sogni che non portano a nulla di buono. Un memento moralistico insomma, dettato pare da rancore sociale (“Hai fatto buone scuole, come no, Miss Malinconia”), o forse anche dal sarcasmo provato verso la privilegiata ragazza gentile da un giovane uomo appartenente a un popolo abituato da sempre a non avere casa e a “rotolare” di paese in paese. A dire il vero dietro questa poesia c’è una tradizione e anzi un topos che viene da lontano. Mi riferisco a quelle poesie in cui un poeta ammonisce una giovane donna ricordandole che la bellezza che la rende così altera e disdegnosa con lui un giorno inevitabilmente sfiorirà. Basti pensare a Ronsard: “Quando sarai ben vecchia, la sera, accanto al fuoco,/ dipanando e filando seduta a un lume fioco,… / Tu presso il focolare, vegliarda rattrappita,/ rimpiangerai l’amore che fiera hai disdegnato.” Rimpiangerà l’amore di Ronsard naturalmente, che qui vuole convincerla a cedere alle sue profferte. E più vicino al nostro tempo Yeats imitando Ronsard ha scritto: “Quando tu sarai vecchia e grigia e sonnolenta,/ Col capo tentennante accanto al fuoco,…/ Curva di fronte ai ceppi risplendenti mormora,/ Con lieve tristezza, come Amore fuggì, come percorse,/ Passando, i monti che ci stanno alti sul capo,/ e nascose il suo viso fra un nuvolo di stelle.”. Fino naturalmente al nostro De André e al suo “Valzer per un amore”: ” Quando carica d’anni e di castità…”. Il tema è in fondo quello della vanitas, del tempo che fugge, della bellezza che decade. Però qui Dylan lo rivisita in modo originale. In effetti la leggenda vuole che anche Dylan si sarebbe ispirato per scrivere la canzone a una donna che aveva disdegnato il suo amore, ma nel suo caso a “punirla” non sarebbe stato il tempo ma proprio l’orgoglio, la sicumera della ragazza nel ritenersi al riparo dal declassamento, dalla violenza della società. Che la colpisce proprio perché, diversamente dalle donne troppo caste cantate dagli altri poeti, avrebbe abusato della sua bellezza e gioventù, o meglio avrebbe lasciato che gli altri abusassero di quelle: “Salivi sul cavallo cromato col tuo diplomatico,/ quello col siamese appollaiato su una spalla./ Brutto colpo, vero, scoprire che poi/ non era neanche poi così scafato,/ dopo che t’ha preso tutto quello che poteva rubare”. Anche se dunque il topos poetico di riferimento è lo stesso: il messaggio finale è opposto. Tanto che la canzone più amata dalle masse giovanili del mondo può anche essere apprezzata dai conservatori di ogni risma. Leggo per esempio in un blog tra i tanti: “Ciò che rende grande la canzone è la lezione trascendente che ci dà sulla vita, in quanto parla dei valori che ritiene più importanti, l’integrità, l’onestà e la famiglia.”. Naturalmente non è certo questa la “lezione” che intendeva impartire Dylan al suo pubblico, ma è indubbio che la sua canzone può suggerirci anche queste reazioni. Like a Rolling Stone è del ’65 e vale perciò la pena confrontarla con la poesia (Annus Mirabilis) che Philip Larkin solo due anni prima aveva dedicato alle canzoni dei Beatles in quanto anticipatrici di una grande stagione di libertà sessuale e morale che proprio in quegli anni cominciava: «La vita sessuale è cominciata/ nel millenovecentosessantatré…/ tra la fine del bando a Lady Chatterley/ e i Beatles con il primo trentatré./ …la vita di ciascuno diventò/ un far saltare il banco di continuo,/ un gioco a cui non si poteva perdere.». Ebbene, solo due anni dopo, e come per un effetto di rinculo, Dylan scrive una canzone in cui suggerisce che a quel gioco «si poteva anche perdere». Insomma, nel momento in cui la cultura pop sta invitando i pubblici giovanili, a lasciarsi andare, a dimettere i sensi di colpa e a godersi e anzi a “consumare” la vita, uno dei rappresentanti maggiori di quella cultura intona un controcanto ironico, ammonisce che la strada può essere senza un ritorno: «How does it feel,/ how does it feel/ To be without a home/ Like a complete unknown,/ like a rolling stone?». E ha ragione Mario Mossa a dire che in un certo senso qui con il suo you/tu Dylan non si sta rivolgendo tanto o solo a quella certa presuntuosa e sventata Signorina Malinconia, bensì al suo pubblico in genere, a ognuno di quelli che lo ascoltano e lo ascolteranno: attenzione ragazzi forse questo nostro grande atto di ripudio della civiltà della colpa e del sacrificio comporterà un prezzo da pagare. È una specie di sincope, una pausa di riflessione che il grande cantautore si prende alla fine di una fase in cui si era invece specializzato in canzoni di protesta. A conferma del fatto che Dylan si è sempre rifiutato di essere “gradevole”, di mettersi in sintonia con chi si aspettava che lui si adeguasse al suo personaggio. Ma al di là delle vicende alterne della sua carriera di artista è come se la canzone dimostrasse che il moralismo o comunque la paura di una nemesi di tipo biblico covasse pur sempre sotto il discorso della liberazione e della protesta. Come del resto hanno dimostrato le tante conversioni di ex-giovani libertari, hippies o rivoluzionari, che nel corso del tempo hanno riscoperto le più varie fedi e ortodossie. E come ha dimostrato lo stesso Dylan che in vari momenti della sua vita ha inclinato verso la religione e il ritorno all’ordine. Ma è a questo punto che il discorso di Mossa si fa più ancora più interessante. Perché ci dimostra che non basta certo l’analisi del testo scritto a farci comprendere l’operazione di Dylan e soprattutto la sua portata. È invece l’insieme di testo-musica-voce, è quel vero e proprio “conglomerato”, quale si dà nella performance, a contare davvero, a fare la differenza. La canzone di Dylan, infatti, ma si direbbe qualunque canzone pop, non prevede una distinzione tra testo ed esecuzione, come per esempio accade nella musica cosiddetta colta, dove possiamo continuamente confrontare l’interpretazione e la partitura, che resta come una specie di istanza ultima a cui richiamarsi per valutare la bontà della performance. No, nel caso della popular song non esiste quella possibilità. E anzi non si può nemmeno propriamente parlare di un’opera, specificamente intesa. Come già dicevo e come ben dimostra lo studio di Mossa la canzone pop ha una identità instabile e proteiforme, che muta ad ogni esecuzione, tanto che si potrebbe quasi dire che ogni volta siamo davanti ad una canzone diversa, anche se poi non è proprio così, e in tutte quelle esecuzioni riconosciamo comunque “un’aria di famiglia”, che ci fa comunque dire: “stiamo ascoltando Like a Rolling Stone”. “What is the text of ‘Like a Rolling Stone’?” si è chiesto un critico citato da Mossa, e la risposta che si è dato è: “It is surely the accumulation of all performances, the song’s total history.” Performances che a quanto pare a tutt’oggi ammontano a 2011, e che perciò rendono quanto mai sfumata e inafferrabile l’identità di quella canzone. Anche se questo naturalmente non vale solo per Like a Rolling Stone. Ma su questo lascio la parola a Mario: “Nel caso specifico di Dylan (e di tutti i singer-songwriters, cantautori e chansonniers), la funzione “empirica” dell’autore si manifesta nella misura in cui l’autore “reale” di un dato testo smette di essere tale per “riscrivere” la stessa opera attraverso la propria voce. Il punto è che, quando i due tipi di autori coesistono all’interno di una stessa personalità artistica, non è detto che “vadano d’accordo”: l’autore-performer, in altre parole, può mettere in discussione gli originali equilibri formali di una canzone al punto tale da contraddire le intenzioni espressive che l’autore-compositore aveva manifestato durante il processo creativo.” Ecco, è su questa realtà sfuggente e affascinante che Mossa lavora inaugurando per così dire un approccio filologico alla canzone pop che secondo me è promettente anche se certo arduo perché pone problemi diversissimi da quelli affrontati dagli approcci filologici classici. I filologi infatti normalmente lavorano a ricostruire le intenzioni dell’autore, il senso letterale esatto di un testo che si può ricostruire nella sua integrità e unicità. Ma nel caso della canzone questo diventa difficile, se non impossibile. E lo si vede bene a partire dal ritornello: “How does it feel”. Ogni volta che Dylan ci ritorna anche dentro una singola esecuzione ne ricava effetti di senso e colore diverso. Per non dire di quel che succede da una performance all’altra. O da un esecutore all’altro (la Like a Rolling Stone di Jimi Hendrix è cosa diversissima da quella o da “quelle” cantate da Dylan). Gianfranco Contini aveva rinnovato la filologia opponendosi ad un’idea di testo come “dato immobile” e valorizzando invece le varianti che precedono l’edizione del testo definitivo tanto che ha potuto sostenere l’idea di un “testo come prodotto d’un’infinitudine elaborativa di cui quello fissato è soltanto una sezione, al limite uno spaccato casuale”, ebbene Mossa prova a fare qualcosa di simile ma anche di inverso e cioè prova a dire che per il filologo delle canzoni a contare dovrebbero essere le varianti successive (e non precedenti) a quella che è la prima esecuzione registrata della canzone, che però anche in questo caso altro non sarebbe se non “uno spaccato casuale” di una “infinitudine elaborativa” che per Mossa è appunto idealmente la storia di tutte le esecuzioni della canzone. Ma restando dentro il repertorio dylaniano limitiamoci a dire che se i versi ad una prima lettura sembrerebbero essere un monito a fare un buon uso della propria vita, e a non smarrire la retta via, è evidente che a seconda di come Dylan intona quei versi l’effetto sarà diverso e anzi qualche volta opposto. Spesso infatti e anzi molto spesso chi ascolta la canzone sente crescere in lui una sorta di esaltazione, quella che deriva dalla sensazione di sentirsi spogliati da ogni sorta di privilegio e presunzione e di essere finalmente nudi, senza più protezioni e tutele. Un po’ come Giobbe che “nudo uscì dal seno di sua madre, e nudo vi ritornerà”. O come un sasso che rotola e rotola, appunto. Non si spiegherebbe altrimenti la reazione di entusiasmo che ebbe Springsteen allorché da ragazzo la ascoltò per la prima volta: si trattò per lui dell’ “absolute announcement that something new has begun”. Quell’effetto la canzone lo fa ancora: un effetto energizzante, tonificante, non certo deprimente. Ma in altri casi e cioè in altre sue performances, in altre “riscritture” di quella canzone Dylan fa risuonare di più la nota ironica, satirica, compassionevole. Tutto questo e altro è Like a Rolling Stone non un testo vero e proprio ma uno straordinario pre-testo a partire dal quale Dylan ha saputo ricavare effetti sempre diversi e anzi canzoni sempre diverse. Su questo paradosso di una canzone che è una, nessuna e centomila canzoni ha lavorato con intelligenza, passione e sensibilità il mio amico Mario Mossa.

Stefano Brugnolo