Il testo, la figuralità, il mondo

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VALENTINO BALDI – L’ESPRIT DE GÉOMÉTRIE (Un capitolo da “Il Sole e la Morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando”)

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[Il testo pubblicato di seguito è tratto dal terzo capitolo del libro Il sole e la morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando di Valentino Baldi, uscito recentemente (2015) per i tipi dell’editore Quodlibet. Si tratta della prima opera di sintesi organica interamente dedicata all’analisi e alla ricostruzione del pensiero critico di Francesco Orlando. Il capitolo che proponiamo è particolarmente interessante perché contiene alcune riflessioni sulla fortuna dell’orlandiano Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (1993), recentemente ristampato da Einaudi in una nuova edizione (2015). Sconfinato e molto dibattuto, questo studio tematico rimane, anche oggi, uno dei più grandi progetti di teoria e analisi del testo nella storia della critica occidentale. Valentino Baldi insegna Teoria della Letteratura e Letteratura Italiana alla University of Malta].

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Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Francesco Orlando è frutto di molteplici compromessi: quello tra un saggismo brillante e transnazionale riferibile in prima istanza al maestro Lampedusa e uno spirito ordinatore totalizzante di marca strutturalista, in cui, però, le influenze della stilcritica auerbachiana diventano preponderanti; quello altrettanto importante tra realtà e convenzione letteraria; e, non ultimo, quello tra una spinta illuministica che guida le singole analisi testuali e la curiosità di un (talora capriccioso) accostamento tematico. Il concetto di formazione di compromesso, così come l’idea di fondo della letteratura come ritorno del represso, nutrono una teoria del tema complessa, attraente e originale, attenta a rispettare la testualità fino ai limiti dell’ossessione. Un libro «ammirevole e mostruoso» secondo Compagnon, che ne ha parlato, recentemente, attraverso metafore ossimoriche.[i] Simile contraddizione non è sfuggita ai primi recensori del saggio, che hanno spesso esaltato l’interessante contraddizione tra un oggetto di ricerca vago e un impianto classificatorio rigidamente sistematico. Gianfranco Rubino, in particolare, ha insistito sull’effetto di compensazione che si instaurerebbe tra le cose prive di funzionalità, che appaiono in disordinati elenchi digressivi, e l’albero semantico, esito di una sistemazione matematizzante:
Nel guazzabuglio di un bazar di cianfrusaglie, ciarpame, rifiuti, paccottiglia, Orlando introduce il suo contrario, cioè un principio d’ordine, sovrapponendo il massimo di connessioni funzionali a un massimo di sconnessioni non funzionali. Divaricato deliberatamente fra il metodo e l’oggetto, questo libro affascinante ripropone una volta di più la scommessa della critica e della teoria: affrontare il caos senza arrendervisi, confrontare l’ordine al rischio sempre salutare del caos.[ii]
Proprio simile dinamica equilibrerebbe l’opus, confermando la necessità delle dodici categorie di classificazione, che non poche contestazioni hanno prodotto a partire dalla prima edizione.[iii] Ancora più interessante è la testimonianza orlandiana all’indomani della pubblicazione del testo:

Alcuni lettori si saranno meravigliati della compresenza nel mio libro di una materia fortemente provocatoria sul piano emotivo e di astrazioni geometriche ad essa applicate; altri lettori, di questa convergenza possono anche essersi compiaciuti. Spero di essere riuscito a scrivere un libro in cui gli strumenti di analisi razionale apparentemente più freddi coesistono con un grande coinvolgimento emotivo nella materia. Se il libro avesse contribuito in misura anche minima a far regredire nei miei lettori la separazione mutilante tra intelletto ed emozione, ne sarei soddisfatto.[iv]

È chiaro che in queste parole si rispecchi l’avvenuto passaggio da Freud a Matte Blanco ed è impossibile non riflettere su simili affermazioni alla luce dei concetti di asimmetria e simmetria. L’intelletto dividente che ha contribuito all’elaborazione delle dodici categorie, nonché alle puntuali scomposizioni testuali, è in perfetto equilibrio con l’emozione privata che sta sia nella scelta dei testi che nella materia della ricerca. Poiché il pensiero razionale ha costantemente bisogno del simmetrico per procedere, Gli oggetti desueti sono incomprensibili senza una fusione fra rigide schematizzazioni e volatilità della materia del contenuto.[v] Sarebbe interessante estendere le categorie matteblanchiane alla struttura dei due capitoli centrali del testo, per sottolineare come l’ossessione analitica, nomenclatoria e classificatoria, che tutti i recensori hanno ricondotto allo strutturalismo, sia controbilanciata dalla presenza di una materia del contenuto tanto inafferrabile quanto astratta. In uno dei punti più significativi del suo studio sull’inconscio non rimosso, Matte Blanco fornisce la chiave per la perfetta comprensione del sistema classificatorio orlandiano:

Ogniqualvolta un individuo si riferisce a un determinato oggetto primario o a un determinato simbolo che lo rappresenta, sta di fatto includendo, ad altri livelli, tutta la classe degli oggetti definita dalla funzione proposizionale cui si sta implicitamente riferendo. Più si avvicina alla «superficie» più si tratta di un oggetto concreto; d’altra parte più profondo è il livello inconscio più la classe è vista come un tutto.
Questa peculiarità dell’inconscio fa luce sulla natura delle relazioni umane.[vi]

È così che funziona il grande albero semantico degli Oggetti desueti, organizzato a partire da un massimo grado di indeterminatezza — la macrocategoria di corporeità non-funzionale — fino ad un livello di sempre maggiore specificità. Ecco dunque che il metodo psicoanalitico, apparentemente accantonato alla fine del secondo capitolo della ricerca, riaffiora nella struttura generale del libro e orienta il funzionamento di un albero che è indubbiamente strutturalista nella sua formulazione, ma matteblanchiano nel suo funzionamento. Ai livelli inconsci più profondi e simmetrici, in cui la classe si perde in un tutto indistinto, corrisponde la materia del contenuto “corporeità non funzionale”, per sua natura sfuggente ed inclusiva. Man mano che si procede verso la parte bassa dello schema, la materia indistinta si definisce in categorie più specifiche e poi nei singoli testi, esattamente come, nella mente umana, dai livelli inconsci più profondi in cui la classe è onnicomprensiva si giunge a livelli superficiali in cui è possibile distinguere oggetti concreti. Con questo modello in mente, le parole con cui Orlando spiega la metodologia della sua inchiesta assumono un valore diverso:

Lo spazio dell’operazione classificatoria sarà quello che intercorre fra un puro dato di materia del contenuto, qualcosa come un minimo comun denominatore semantico, e la serie dei testi ai quali appunto esso è comune. Raffiguriamoci l’astratta materia come un punto quasi immateriale, in alto; in basso, la letteratura concreta come una linea retta fatta di tanti segmenti, ognuno dei quali corrisponde al sintagma lineare di un testo. In mezzo, lo spazio vacante corrisponde a una mancanza di vocaboli ben definiti per le nostre costanti […]. Si tratterà di disporre parole su livelli intermedi: via via più concreti del minimo comun denominatore, del quale vanno specificando e suddividendo la portata; via via più astratti dei testi, dei quali vanno ordinando e gerarchizzando le caratteristiche.[vii]

A confermare questa ipotesi partecipano anche le occorrenze stilistiche: si noti, infatti, la presenza del termine «livello», parola-chiave anche negli studi sull’antilogica di Matte Blanco. L’idea che si potesse concentrare l’indagine estetica sulla materia del contenuto affiora già in Per una teoria freudiana della letteratura, anche se lì l’autore orientava il discorso su forma e sostanza del contenuto, lasciando all’ultimo e più breve capitolo alcune considerazioni sulla materia. Rileggendo alcune riflessioni di metodo espresse nel 1973, appare chiaro quanto la ricerca sugli oggetti desueti si sia spinta oltre le ipotesi che fondavano la teoria freudiana della letteratura:

Il livello di astrazione da scegliere per parlare di queste costanti non può essere quello troppo alto della “materia del contenuto”, dove ci sfuggono perché non ancora formate. Ma non può essere nemmeno quello troppo basso che dovrei fissare se volessi astrarle induttivamente dalla “sostanza del contenuto” di una pluralità di opere concrete. Non saprei né dove cominciare un apposito spoglio di opere concrete, né dove arrestarlo: l’induzione è nel nostro caso un criterio inservibile perché inesauribile.[viii]

A quell’altezza mancava ancora il confronto con L’inconscio come insiemi infiniti, che verrà pubblicato solo due anni dopo l’uscita della teoria freudiana. Impossibile far tacere l’impressione che Orlando abbia accettato e capovolto il discorso matteblanchiano, soprattutto se si considera lo spazio riservato alla razionalità classificatoria nella ricerca tematica. Nell’Inconscio come insiemi infiniti, dopo aver ripetutamente sottolineato la reciproca dipendenza fra asimmetria e simmetria, Matte Blanco si abbandona ad un commento che potrebbe applicarsi perfettamente all’inchiesta sugli oggetti:

Se volessimo riprodurre ogni cosa di una data cosa, persona o avvenimento, questa riproduzione sarebbe la cosa, persona o avvenimento in questione.
L’essere simmetrico è lo stato normale dell’uomo. È l’immensa base da cui emerge la coscienza o essere asimmetrico. La coscienza è un attributo speciale dell’uomo, che guarda verso questa base (infinita) e cerca di descriverla. L’esperienza dell’essere non può, però, essere descritta.[ix]

L’essere simmetrico assume, da queste citazioni, il valore della realtà, dello stato naturale e inafferrabile, mentre l’essere asimmetrico è la convenzione — insieme auerbachiano di codici — che nel momento stesso in cui rappresenta la realtà ne perde per sempre qualsiasi profondità: il sole e la morte che, per quanto proviamo, non si possono guardare fissamente. La dialettica che emergeva tra dati di realtà e convenzioni letterarie lascia quindi intravedere quella più ampia tra asimmetria e simmetria. È impossibile non rilevare, a questo punto, come la presenza dell’anarchia simmetrica sia autorizzata, ma anche continuamente combattuta da Orlando: le categorie classificatorie sembrano quasi un esorcismo del caos infinitizzante della simmetria, o, se si preferisce, dell’indistinzione della materia del contenuto. Come non considerare i primi due capitoli degli Oggetti desueti come delle false partenze rispetto alla precisione metodologica che domina dal terzo capitolo in avanti? Quella componente di seduzione stilistica, funzionale ad un metodo apparentemente capriccioso e disordinato, è presto adombrata da un impianto iper-razionale, costruito per rendere piena giustizia tanto ai testi quanto alla teoria complessiva che li contiene. È allora nel compromesso fra razionalità ed emozione, così ben studiato da Matte Blanco, che si dovrebbe riconsiderare la complessità dell’albero semantico, così come l’intera inchiesta sugli oggetti desueti.

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Il problema dell’eredità matteblanchiana è allora centrale, sia perché suggerisce di ritornare sul lavoro del teorico palermitano servendosi delle categorie di razionalità e irrazionalità,  sia a causa di un personalissimo uso dei concetti di asimmetria e simmetria su cui sarebbe necessario interrogarsi più approfonditamente. Se accettiamo le posizioni di Matte Blanco per cui lo stesso atto di stabilire relazioni è già un’indulgenza verso il simmetrico, si potrebbe rileggere l’intero libro sugli oggetti come un enorme sistema razionalizzante che tenta di dominare un ampio contesto simmetrico: a questo punto, però, l’idea condivisa da tutti i lavori di Orlando per cui l’inconscio è sostanzialmente contenitore di esperienze rimosse sembra entrare in contraddizione con il concetto di inconscio non rimosso. È possibile, in altri termini, aderire così tanto alla interrelazione fra logica classica ed emozione senza accettare i presupposti che la fondano?
Come notato da Zinato, è proprio la lunghissima gestazione della ricerca ad aver generato il suo limite maggiore: comparsa in anni in cui sia marxismo che strutturalismo sono passati fuori moda, l’inchiesta sugli oggetti è il frutto più problematico di un metodo critico e teorico che in altri casi aveva prodotto adesioni ben più entusiaste. In questo sistema costitutivamente contraddittorio, il cuore del libro sugli oggetti costituisce anche il suo più grave limite: è l’immagine ingombrante del gigantesco albero che domina nel capitolo centrale. Desolato da attacchi ed ironie rivolti all’enorme schema, il critico ne ha sempre difeso originalità e necessità: in un terreno così incerto come quello rappresentato da un’inchiesta su una materia creata dal libro stesso, il rigore nell’uso di teorie e strumenti classificatori può essere decisivo. Carlo Ginzburg, riflettendo su valore e significato dell’albero semantico, ha rilevato una differenza metodologica che lo separa dal suo collega ed amico:

Ma l’uso della morfologia in Storia notturna (1989) e ne Gli oggetti desueti (1993) è molto diverso. Per due ragioni: la prima è riferibile, semplificando, alle nostre diverse personalità; la seconda è oggettiva. Contrariamente a Francesco Orlando, io non mi sarei mai misurato con un corpus —enormemente vasto malgrado tutte le delimitazioni — come la tradizione letteraria occidentale. Questo perché avevo deciso di utilizzare la morfologia come uno strumento: una sonda che potesse mettere in luce connessioni storiche scarsamente documentate e persino dimenticate. Per Orlando, al contrario, l’ “albero semantico”, costruito a partire da opposizioni morfologiche, sembra configurarsi non come un mezzo, ma un fine.[x]

È chiaro però, continua Ginzburg, che l’esercizio strutturalista nel suo complesso non può che essere considerato, a sua volta, solo come uno strumento per limitare il caos delle varianti: l’ironia con cui Orlando stesso si riferisce al suo albero semantico (non geneologico, né vegetale) e i chiarimenti sulle dodici categorie (arbitrarie e strategiche) ne sono spie più che evidenti. Lettori più distratti hanno risolto la questione dell’albero semantico trattandolo letteralmente come un esercizio attardato, segno di tempi polverosi che oggi, quando persino il post-strutturalismo sembra aver perduto la sua centralità, non ci parlano più. È forse vero, come ricorda Raboni, che la babelica serie di esempi testuali chiamati a raccolta per fondare la tesi della ricerca diventa a sua volta un ‘ipertesto’ dotato di propria autonomia, «di un suo autonomo e irresistibilmente proliferante significato espressivo».[xi]
Frutto storicamente controverso, le dodici categorie “da non distinguere troppo” che ospitano simile ipertesto rischiano di creare un effetto confusionario anche se semplicemente elencate: monitorio-solenne, frusto-grottesco, venerando-regressivo, logoro-realistico, memore-affettivo, desolato-sconnesso, magico-superstizioso, sinistro-terrifico, prezioso-potenziale, sterile-nocivo, prestigioso-ornamentale, pretenzioso-fittizio. Tra queste, un particolare rilevo assume quella di logoro-realistico, sia per l’enorme portata di esempi che può veicolare,[xii] che per il suo legame con un certo tipo di studi che rimandano all’ottocento e all’ammiratissimo Auerbach — ma anche, sia detto per inciso, al detestato Barthes.[xiii] Tanto più Orlando insiste nell’elaborare schematizzazioni e categorie, più alte si innalzano le barriere di molti studiosi contemporanei, abituati a forme ben più frammentarie e disimpegnate di pensiero critico:

[…] caratteristica dell’impianto metodologico e concettuale che dà forma a questo libro di Orlando mi pare essere una certa sua qualità tautologica, che rende difficile distinguere quel che pertiene all’oggetto di indagine e quel che, invece, inerisce al metodo, e con esso al soggetto che lo ha scritto. Questa confusione di soggetto e oggetto – che è proprio quanto il teorico Orlando combatte con foga – è la radice più profonda di quel carattere ‘saggistico’ che l’autore riconosce al proprio lavoro.[xiv]

Il valore simbolico di questa citazione è tanto più grande se si riflette sulla sfortuna, soprattutto fuori dall’Italia, delle teorie orlandiane. Lo schema di biforcazioni binarie positive e negative ambisce a tenere dentro di sé tutte le categorie emerse nel corso delle analisi testuali, eppure in questo momento di apparente trionfo dello strutturalismo non si può trascurare una consapevolezza di inattualità che porta il critico a riconoscere come «attardato esercizio strutturalistico»[xv] un esperimento così pretenzioso. Franco Moretti ha riconosciuto l’impronta di Praz e di Curtius, evidenziando però anche il limite principale dell’operazione:

Magari sarà anche vero che “non l’ha fatto apposta”, come scrive Orlando con candore che gli è proprio, ma insomma, un’ “euritmia di astrazioni” di tale neoclassica perfezione non può venire su da sola: qualcuno, o qualcosa, deve averla in qualche modo pianificata – e io ritengo che si tratti del desiderio (non solo di Orlando, naturalmente) di trovare una logica nella storia. Al di là delle specifiche categorie che articolano l’albero semantico, è questo infatti il messaggio che emerge dalla sua impeccabile simmetria: nonostante la profusione e la confusione di superficie, tremila anni di letteratura hanno seguito un cammino perfettamente logico. E questo albero ne offre la chiave.[xvi]

La storia, commenta poco dopo Moretti, non ha una forma così bella e poco importa che il teorico palermitano ritenesse che l’asimmetria del suo immenso schema fosse garantita dalla diversa frequenza con cui si presentano le categorie: in queste osservazioni, e nelle contro-obiezioni di Orlando, si muovono due idee diverse di storicismo e, soprattutto, due atteggiamenti critici differenti rispetto a diacronie di lunghissima durata. Di certo bisognerebbe notare come albero semantico e categorie conseguentemente elaborate, se da un lato non possono non portare con sé i rischi dei modelli strutturalistici (iper-razionalismo, neo-illuminismo, «neoclassica perfezione», ossessione categorizzante), d’altra parte costituiscono anche il cuore più attuale della ricerca. Come nota Mazzoni, nell’elemento strutturalistico e apparentemente datato «si esprimeva l’illuminismo di Orlando e i suoi due presupposti di fondo: la fiducia nella coerenza e nell’interpretabilità dei testi e la fiducia nell’intima razionalità del mondo».[xvii] Quasi a metà del libro, dopo aver fornito abbondanti esempi testuali, Orlando adotta una nuova strategia: riconsidera una alla volta le dodici categorie, ma stavolta in una prospettiva storica, inserendo così il suo impianto teorico all’interno di una lunga diacronia. Questa operazione, oltre a contraddire l’apparente astrattezza del libro, gli consente di raggiungere i risultati più brillanti visto che le categorie attraversano i secoli e vengono a costituire un riferimento continuamente verificabile. È ancora la sua ortodossia infedele (stavolta nei confronti dello strutturalismo) a salvarlo da accuse di schematismo: come opportunamente notato da Zinato, le dodici categorie «figurano come atti di astrazione dei quali viene esibita, con parziale ironia, l’arbitrarietà».[xviii] «Per fortuna», puntualizza lo stesso Orlando, «non si gioca in una tale precisione il maggior momento di verità di questa ricerca».[xix] Ancora una volta è necessario sottolineare come Auerbach, più che Saussure o Jakobson, sia il vero ispiratore dell’inchiesta tematica: il cuore teorico del libro sulla corporeità non-funzionale dimostra un’attualità sconcertante nell’inscindibilità tra dati di realtà e convenzioni letterarie, venendo definitivamente a far tramontare il mito dell’autoreferenzialità letteraria. Mettendo al centro il modello auerbachiano, Orlando smette i panni di ‘intellettuale desueto’ e prende indirettamente posizione nel dibattito critico contemporaneo, tracciando una strada che oggi appare confermata da una nuova attenzione al rapporto fra realtà e letteratura.[xx] Trovano inoltre conferma una serie di insegnamenti metodologici dipendenti dall’esempio dal filologo tedesco come «il metodo del dettaglio significativo, la scelta del campione minimo capace di dar conto della storia, l’amplissimo arco cronologico considerato (dalle origini ebraiche e greco-latine al Novecento), la fiducia nella possibilità di storicizzare un’invariante extraletteraria […] e, dunque, la strenua fiducia nel valore di verità e nella conoscibilità della letteratura».[xxi] Letto attraverso questa prospettiva, il lavoro di Orlando dimostra una coerenza che permette di riunire i suoi primi studi su Baudelaire e Mallarmè alle pagine sulla corporeità non-funzionale. Ecco, dunque, che il progetto più ambizioso dello studioso diventa un esemplare modello di metodo nel suo armonizzare costanti e varianti, nell’attenzione riservata al rapporto tra referente e tradizione letteraria, nello studio di contenuti sempre dipendenti dalle forme, e, infine, nel tentativo di elaborare enormi architetture sistematizzanti senza trascurare le specificità di un singolo testo. L’albero è un ‘male necessario’ che garantisce alla teoria orlandiana del tema di resistere nel rispetto della tradizione storica, testuale e critica. La più grande sfida del libro sta proprio nell’alternanza tra una prima parte marcatamente morfologica ed una seconda di ricostruzione storica. In questo modo è impossibile ridurre come una tautologia, o un’astrazione, il grande albero semantico, visto che la morfologia proposta è legata alla svolta storica del 1789, vero spartiacque al di qua e al di là del quale si dispongono tutti gli oggetti analizzati. Quanto scritto da Viti nella sua ricognizione sulla critica tematica occidentale sembra la sintesi perfetta del senso di un’operazione non ancora del tutto assimilata dalla critica italiana contemporanea:

Se si abdica alla pretesa egemonica del versante dell’elocutio senza per questo rinunciare a esplorare il ‘come’ accanto al ‘cosa’ della letteratura, si scopre che le dodici categorie in cui si classificano gli oggetti desueti nell’albero semantico costruito da Orlando nascono da un’esigenza di sistematizzazione in base a rapporti logici e antilogici che, pur senza fondarsi su costanti di origine linguistica rintracciabili sulla superficie del testo, mirano a dare forma e sostanza concreta a un tema che nasce come materia del contenuto.[xxii]

È auspicabile che una rinnovata attenzione rivolta ad Auerbach e Matte Blanco possa dare nuova centralità a questo labirinto infinito di oggetti, testimonianza incomparabile di uno spirito inquieto e mai incline a facili seduzioni.

Note

[i] «Impenetrabile», «imprevedibile», «ibrido tra erudizione e teoria»: sono tutti giudizi espressi da Compagnon sugli Oggetti desueti durante la tavola rotonda tenutasi a Parigi in occasione della presentazione della nuova edizione francese del libro (Garnier 2015), cfr. La leçon de Francesco Orlando, con la partecipazione di Carlo Ginzburg, Antoine Compagnon, Paolo Tortonese, Fabien Kunz e Luca Pietromarchi, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, 18 febbraio 2015.
[ii] Gianfranco Rubino, Lo scrittore tocca gli oggetti, in «L’Indice», maggio 1993, n. 5, p. 4.
[iii] Queste osservazioni sull’equilibrio del suo testo colpirono lo stesso Orlando, che considerava la recensione di Rubino su «L’Indice» come uno dei contributi più interessanti sul suo metodo di lavoro, si veda l’intera Intervista a Francesco Orlando, a cura di Filippo D’Angelo, in «Nuova Corrente», n. 114, anno XLI, 1994, p. 268.
[iv] Francesco Orlando, Intervista a Francesco Orlando, a cura di Filippo D’Angelo, cit., pp. 269-70.
[v] Sembra aver singolarmente trascurato questo rigore geometrico nell’impianto del libro (così come in tutti gli studi orlandiani) Berardinelli, che legge il testo come frutto di una «passione oscura», si veda Alfonso Berardinelli, La forma del saggio, Marsilio, Venezia 2002, p. 121. Interessanti le correzioni di Zinato che, proprio a partire da questo paradossale giudizio, sottolinea inaspettate implicazioni relative al lavoro di Orlando e dello stesso Berardinelli: «Un giudizio così paradossale finisce per mettere in luce – acutamente – dislivelli e linee di faglia nel libro di Orlando e — specularmente — in quello stesso di Berardinelli. Se Orlando col suo ‘collezionismo’ nasconde una devozione analitica e classificatoria quale antidoto contro il disordine, Berardinelli rivela la costante tentazione “di andare al di là della rete categoriale” (p. 217) fino al limite del caos e dell’insensatezza», in Emanuele Zinato, Stili e strategie di sopravvivenza della critica, in «L’ospite ingrato», Anno settimo, 1/2004, p. 81.
[vi] I. Matte Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti, Einaudi, Torino, 2000, p. 188.
[vii] Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, nuova edizione riveduta ed ampliata a cura di Luciano Pellegrini, Einaudi, Torino, 2015, p. 71.
[viii] Cfr. Francesco Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi, Torino, 1992, pp. 77-78. Il capitolo Il ritorno del represso nella serie dei contenuti è l’unico in cui Orlando elabora una serie schematica che comprende cinque tipologie di ritorno del represso: inconscio, conscio non accettato, accettato ma non propugnato, propugnato ma non autorizzato, autorizzato. Non è un caso che all’aumento di indeterminatezza dell’argomento trattato corrisponda un aumento del tasso di sistematicità (tramite definizioni, schemi e categorie), aspetto che verificabile anche negli Oggetti desueti. Si veda il capitolo precedente per un più esteso trattamento di simili categorie nel ciclo freudiano.
[ix] Matte Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti, cit., p. 113.
[x] Ginzburg, Préface, in Francesco Orlando Les Objets désuets dans l’imagination littéraire, Classique Garnier/Poche, Paris, (2013) 2015, p. VII (traduzione mia).
[xi] Giovanni Raboni, Tesori “inutili” della letteratura, in «Corriere della sera», 23 ottobre 1993, p. 33.
[xii] «E il gesto di lanciare nel cestino l’oggetto condannato può avvenire, a sua volta, in tanti modi: con assoluta indifferenza, con una vera e propria punta di senso di colpa, o quanto meno di rimpianto. Emerge qui un rapporto, non voglio dire genericamente degli uomini del passato, ma dell’Ottocento, che è per eccellenza il secolo della categoria che io ho chiamato del “logoro-realistico” […]. Se la sezione che ho dedicato a questa categoria è più o meno pari alle altre, ciò è dovuto unicamente a un mio sforzo architettonico di dare al libro un suo equilibrio. Se avessi dovuto semplicemente registrare i testi che trovavo, credo che il cosiddetto “logoro-realistico” da solo avrebbe fatto metà del libro, squilibrando tutto», in Francesco Orlando, Claudio Pavone, La letteratura e le cose. Conversazione tra Francesco Orlando e Claudio Pavone, in «Parole-chiave», n. 9, 1995, pp. 50-51.
[xiii] L’intuizione di collegare il logoro-realistico al barthesiano ‘effetto reale’ è esplicitata nelle riflessioni di Luisa Villa all’indomani della pubblicazione degli Oggetti desueti. Villa, inoltre, sottolinea come il libro tenda continuamente a rendere universali delle situazioni ottocentesche, venendo a creare una contraddizione tra la diacronia di lunga durata di cui si parla e il XIX secolo: «Si tratta di un tentativo ambizioso, ancorché ‘desueto’, che mi pare sollevare più questioni di quante non ne risolva. Soprattutto perché – nel passare dallo specifico storico di indagine (la rappresentazione dell’oggetto nella letteratura degli ultimi duecento anni) a quello classificatorio – Orlando si trova di fatto, surrettiziamente, a contrabbandare come etichette universali astrazioni che hanno nel suo lavoro un’origine tutta storicamente determinata, ‘post-svolta’, e che inevitabilmente configurano l’intero albero – lo sospetta lo stesso autore – come “un insieme di ipotesi classificatorie ottocentesco” […]», Luisa Villa, Gli “oggetti desueti” di Francesco Orlando. Due note, a cura di Luisa Villa e Giuseppe Sertoli, in «Nuova corrente», Anno XLI (1994), n. 114, luglio-dicembre, p. 283.
[xiv] Ivi, p. 285.
[xv] Orlando, Gli oggetti desueti, cit., p. 79.
[xvi] Franco Moretti, La letteratura vista da lontano, Einaudi, Torino 2005, pp. 103-04.
[xvii] Guido Mazzoni, Tra Freud, Auerbach e lo strutturalismo. Una genealogia degli Oggetti desueti, in Paolo Amalfitano, Antonio Gargano (a cura di), Sei lezioni per Francesco Orlando, Pacini, Pisa, 2014, p. 138.
[xviii] Villa, Gli “oggetti desueti” di Francesco Orlando, cit., p. 285.
[xix] Orlando, Gli oggetti desueti, cit., p. 79.
[xx] Grazie ad una ripresa degli studi su Auerbach, numerose iniziative si sono succedute dall’inizio degli anni novanta: convegni in diverse sedi come Stanford, Berlino, Parigi e Istanbul hanno permesso di raccogliere importanti contributi. In questa sede segnalerò solo alcuni riferimenti, importanti anche per un aggiornamento bibliografico: Seth Lerer (a cura di), Literary History and the Challenge of Philology: the Legacy of Erich Auerbach, Stanford University Press, Stanford 1996; Walter Busch, Gerard Pickerodt (a cura di), Wahrnemen Lesen Deuten. Erich Auerbachs Lektüre der Moderne, Vittorio Klostermann Frankfurt am Mein 1998; Karlheinz Barck, Martin Treml (a cura di), Erich Auerbach. Geschichte und Aktua- lität eines europäischen Philologen, Kadmos, Berlin 2007; Paolo Tortonese (a cura di), Erich Auerbach: la littérature en perspective, Presses Sorbonne Nouvelle, Paris 2009. In Italia, più recentemente, sono state le città di Pisa, Bressanone-Innsbruck e Siena ad aver ospitato iniziative importanti. Riccardo Castellana, tra vari interpreti, è recentemente ritornato più volte su simile ripresa critica del modello auerbachiano, si rimanda ai suoi testi anche per un confronto bibliografico più ampio: Castellana, La rappresentazione della realtà. Studi su Erich Auerbach, Artemide, Roma, 2009; Riccardo Castellana, La teoria letteraria di Erich Auerbach. Una introduzione a Mimesis, Artemide, Roma 2013. Si vedano anche i volumi Ivano Paccagnella, Elisa Gregori (a cura di), Mimesis. L’eredità di Auerbach, Atti del Convegno di Bressanone-Innsbruck 5-8 luglio 2007, Esedra, Padova 2009; Giuseppe Tinè, Erich Auerbach. Una teoria della letteratura, Carocci, Roma 2013.
[xxi] E. Zinato, Le idee e le forme, Carocci, Roma, 2010, p. 96.
[xxii] Viti, Tema, Guida, Napoli, 2011, p. 96.