Il testo, la figuralità, il mondo

-

MATTEO RESIDORI – RICORDO DI FRANCESCO ORLANDO

Download PDF

[Matteo Residori insegna Letteratura italiana nell’Université Paris III Sorbonne Nouvelle. Si è formato a Pisa dove ha frequentato i corsi di Francesco Orlando. Il testo che qui pubblichiamo è pressoché lo stesso già edito nel volume Per Francesco Orlando. Testimonianze e ricordi, a cura di Davide Ragone, Pisa, ETS, 2012, pp. 204-208, scritto poco dopo la morte di Orlando, avvenuta a Pisa nel 2010]

Francesco Orlando

A proteggere l’autore di queste righe dalla tentazione incongrua di emulare l’autore del Ricordo di Lampedusa non c’è solo la vicinanza bruciante di un lutto che impedisce ancora il dipanarsi ordinato della memoria. C’è anche la consapevolezza che, a differenza di quello evocato in quello splendido libro, il rapporto di chi scrive con Francesco Orlando è stato sì soggettivamente eccezionale, e decisivo da ogni punto di vista, ma oggettivamente simile a quello delle molte altre persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. La sua intelligenza, la sua generosità, la sua capacità incredibile di trasformare il magistero pubblico in complicità privata, e spesso in amicizia, hanno avuto un tal numero di testimoni che questi ricordi non possono che essere squisitamente individuali e insieme virtualmente collettivi. Mi chiedo anzi se non sia stato anche questo sentimento condiviso di un privilegio individuale a costruire attorno a Francesco una vera e propria comunità intellettuale, una comunità unica nel suo genere, spontanea, totalmente disinteressata, geograficamente dispersa, trasversale rispetto a età, classi, discipline.

Il mio incontro con Francesco, a dire il vero, è stato un po’ ritardato dalla vaga diffidenza che mi ispirava allora il prestigioso isolamento, addirittura l’aura tra esoterica e scandalosa che circondava, ai miei occhi, i suoi corsi pisani. Abbaglio, certo, di una matricola provinciale di educazione cattolica, a cui l’accostamento di psicanalisi e letteratura evocava poco altro che gli arbitri di un’ermeneutica pansessuale – quella stessa che proprio Francesco denunciava da anni di fronte a platee studentesche deliziate dall’inatteso irrompere, nel suo eloquio sovranamente controllato, di qualche parolaccia. Ma non credo di sbagliarmi dicendo che quella diffidenza nasceva anche dall’aria che si respirava in quei primi anni Novanta tra Università e Scuola Normale di Pisa: un’aria di sospetto, o almeno di stanco scetticismo verso uno stile intellettuale di un’altra epoca, e in particolare verso un’ambizione interpretativa e storiografica che sembrava incompatibile con quello specialismo filologico che si era imposto come unico paradigma legittimo degli studi letterari. Col passare degli anni, e anche grazie a racconti dello stesso Francesco, quell’opposizione si è andata un po’ sfumando ai miei occhi, permettendomi di cogliere affinità di fondo o solidarietà di fatto tra lui e altre figure pisane di quegli anni. Mi è risultato più chiaro, in particolare, quanto dovessero alla comune esperienza giovanile dello strutturalismo percorsi di cui avevo visto, all’inizio, solo gli esiti divergenti. E ho dovuto riconoscere che ad accomunarli c’era anche la stessa avversione, più o meno argomentata e militante, verso un ‘decostruzionismo’ forse un po’ ingiustamente ridotto alle sue derive più vistose.

Ciò non toglie che seguire i corsi di Francesco (e dopo l’iniziale diffidenza ne ho seguiti parecchi, dal secondo anno di università fino all’ultimo di perfezionamento) fosse in quegli anni un’esperienza in molti sensi eccezionale. E non solo per il prodigioso talento pedagogico che tanti hanno conosciuto – e del quale, purtroppo, resta nei suoi libri solo un’eco attutita. Anche, direi, perché lo studente trovava nelle lezioni di Francesco tutto quello che sembrava scomparso dagli altri corsi di letteratura, che sembrava anzi diventato in qualche misura impossibile. Una riflessione rigorosa sullo statuto della letteratura e i suoi rapporti con la realtà. Un discorso spontaneamente comparatistico, nutrito dal rifiuto dello specialismo e dalla conoscenza diretta ed estesa delle grandi letterature occidentali. Ancora, e forse soprattutto: l’esigenza di motivare analiticamente il giudizio di valore, che restava l’orizzonte imprescindibile del discorso e poteva a volte esprimersi anche in formule giocosamente apodittiche (“La Valchiria è la cosa più bella che esista”) dalle quali traspariva tutta l’intensità, anzi la necessità vitale del suo rapporto con la letteratura e la musica.

Nel frattempo andavo scoprendo che la famosa “teoria freudiana della letteratura” non aveva nulla di esoterico e ancor meno di scandaloso, ma era né più né meno che una spiegazione genialmente sintetica delle ragioni profonde per cui la letteratura è una fonte insostituibile di piacere e di libertà. Del resto quella proposta teorica ci veniva non tanto esposta quanto concretamente illustrata da memorabili letture di Mallarmé, Racine, Proust, Lampedusa, in corsi che si strutturavano come protratte explications de texte ma che ci proponevano anche, in vertiginose parentesi, una storia letteraria europea dalle scansioni originali e formicolante di consigli di lettura che suonavano, venendo da lui, come altrettante promesse di felicità. Le sue ambizioni classificatorie (gli Oggetti desueti sono usciti in quegli anni) ispiravano a noi studenti un’ammirazione forse più distante, ma anche appropriazioni spontanee e non solo ludiche. C’era chi si appendeva in camera l’albero “né genealogico né vegetale”, e le “dodici categorie da non distinguere troppo” si rivelavano non meno pertinenti per le persone che per le immagini della letteratura: chi di noi non conosceva almeno un “pretenzioso-fittizio”?

Passare dalle aule Quaratesi (“logoro-realistico”) all’appartamento di Lungarno Pacinotti (“memore-affettivo”), dove come molti suoi allievi anch’io sono stato presto invitato, significava anzitutto essere ammessi a condividere uno stile e un ordine di vita che confermavano puntualmente quanto si era ascoltato o intuito a lezione. Questo valeva naturalmente per la biblioteca, già allora leggendaria, sui cui scaffali libri e spartiti si disponevano in ordine puramente cronologico, senza distinzioni di lingua e senza frontiere tra letteratura e altro; una biblioteca di cui peraltro Francesco stesso sottolineava anche il carattere selettivo e funzionale (tutti i classici ma solo i classici, nelle edizioni più recenti, col corredo di pochi saggi fondamentali) per ricordare – contro le derive dell’erudizione, della bibliofilia e dell’autoreferenzialità critica – la necessità di un rapporto diretto coi testi e l’esigenza di un canone, inteso come condivisione di memoria piuttosto che come consenso sui valori (sui quali, anzi, la discussione era sempre aperta). Il giovane visitatore non era meno colpito dall’abitudine degli ascolti musicali con lo spartito sotto gli occhi, in cui si esprimeva, oltre al gusto della condivisione amichevole, la convinzione che il piacere estetico risultasse potenziato dall’analisi dei meccanismi che lo producevano: a tal punto che, anni dopo, l’amico che gli aveva fatto il modesto piacere di fotocopiargli in una biblioteca parigina uno spartito introvabile (credo si trattasse di Boccherini) veniva iperbolicamente ringraziato da Francesco come colui che gli permetteva finalmente di ascoltare davvero un pezzo da tempo desiderato e posseduto solo in disco…

Ma quelle ore passate in sua compagnia – che per me sono diventate un’abitudine durata almeno quindici anni, diradata ma non interrotta nemmeno dal mio trasferimento all’estero – permettevano soprattutto di conoscere una personalità straordinaria e di sperimentare gli effetti di una non meno straordinaria generosità. Non è il luogo e non ho certo i mezzi per tentare un ritratto dell’uomo che tanti hanno conosciuto meglio di me, e che sarebbe superficiale ridurre alle antitesi che pure non potevano non colpire in lui – cerimoniosità d’altri tempi e franchezza cameratesca, malinconia profonda e trascinante allegria, razionalità implacabile e candore a tratti quasi infantile, disciplina ferrea degli orari e disponibilità a infrangerli clamorosamente, in nome dell’amicizia, con improvvisate gite al mare o chiacchierate protratte fino a ore impossibili… Dirò piuttosto che se è così vivo in me il ricordo delle conversazioni con Francesco – nello scenario immutabile dello studio sul lungarno, con le imposte socchiuse e le poltrone verdi una di fronte all’altra – è perché in esse la scoperta di una personalità e di una storia eccezionale come la sua non impediva e anzi potenziava in me l’impressione di esistere, forse per la prima volta con tale intensità, come individuo e come adulto. Perché l’invitato ventenne capiva presto che in quelle conversazioni vigeva una parità niente affatto formale; e l’attenzione di Francesco era così intensa, il suo rispetto così assoluto che ci si sentiva autorizzati e anzi incoraggiati a parlare liberamente, a confessare inconfessabili ignoranze, a lanciarsi in impavide teorie, addirittura a criticarlo spavaldamente – col risultato che il povero Francesco, che nulla scoraggiava, si sentiva costretto a costruire seduta stante meticolosi edifici dialettici in cui l’incauta obiezione del suo interlocutore potesse convivere armoniosamente con le sue meditate, solidissime teorie.

Anche l’abitudine a lui così cara delle letture ad alta voce obbediva a un criterio di perfetta reciprocità: per cui in quegli anni ho avuto la fortuna non solo di sentirlo leggere in anteprima alcuni suoi saggi (ricordo in particolare Da distanze diverse e L’altro che è in noi), ma anche di ascoltare i suoi commenti e i suoi consigli sui primi tentativi della mia attività di studioso. Il ricordo più intenso, e oggi struggente, è legato però alla lettura di un suo testo. Era, credo, il settembre 1999: durante la cena – a ora come al solito “veneziana”, cioè alle sette – mi aveva rivelato di aver ripreso il lavoro sul romanzo giovanile; altre informazioni orlandianamente circostanziate avevano ritardato fino alle dieci la proposta incredibile di leggermene lui stesso, quella sera stessa, la versione allora definitiva; e dovevano dunque essere le due di notte quando, arrivato all’ultima pagina – quella del suicidio di Ferdinando – Francesco si era fermato e mi aveva chiesto, con voce rotta, di continuare io la lettura: perché lui “non ce la faceva”. Mai come quella volta mi è parso di sentire così chiaramente l’intatto fondo di dolore di cui si nutrivano e da cui prendevano le distanze sia la strenua ascesi narrativa e stilistica del romanzo, sia, direi, una parte non trascurabile della sua opera critica.

Non è un caso, forse, che nelle rievocazioni successive di quella lettura notturna – fino all’ultima volta che l’ho visto vivo, a Santarcangelo, a fine maggio 2010 – Francesco insistesse piuttosto sul piacere che gli aveva fatto sentire confermata dalle mie frequenti risatine l’efficacia del più pervasivo tra gli strumenti di quella distanza: la sordina ironica quasi flaubertiana che condanna l’inautenticità delle “passioni letterarie” dei due protagonisti, ma soprattutto del più autobiografico dei due, appunto Ferdinando. E se l’ironia era anche uno degli ingredienti più costanti e più godibili della sua conversazione, oggi rimpiango di non aver saputo avvertire e rispettare meglio anche altri affioramenti più indiretti di quel dolore. Per esempio quando, negli ultimi anni, Francesco constatava il “fallimento” della sua proposta teorica o lamentava il “declassamento” che sarebbe derivato dal suo trasloco coatto, bisognava forse limitarsi a riconoscere, e magari a consolare, il riattivarsi di un’esperienza antica di rifiuto. Ma forse non aveva del tutto torto neppure chi si sforzava invano – come facevo anch’io – di contestare razionalmente quei cupi bilanci, con l’unico risultato di trovarsi ben presto imprigionato nella ragnatela d’acciaio della sintassi e delle ragioni di Francesco… Era in fondo, e malgrado i risultati un po’ frustranti, un modo di rispettare la coerenza delle sue scelte: quelle di un intellettuale a cui la scoperta della logica simmetrica non aveva mai offerto scorciatoie argomentative, e che la convinzione dell’atemporalità dell’inconscio non aveva mai esentato dal dovere di esercitare in ogni caso, si trattasse di letteratura o d’altro, una razionalità totalmente adulta, in un presente vissuto con pienezza e con interlocutori rispettati nella loro alterità.

A chi, uscendo dopo molte ore di conversazione dalla penombra del suo studio, si avviava un po’ stordito sul lungarno assolato, in mezzo ai passanti e ai motorini, capitava a volte di pensare che la realtà, anche quella circoscritta degli studi letterari, potesse essere più sfuggente e imprevedibile di come gli era apparsa in quelle ore appassionanti. E nei giorni e nelle settimane seguenti era inevitabile che la stessa persona, non più circondata dall’ordine di quella biblioteca né più assistita dal vigore formidabile di quel pensiero, lavorasse in modo un po’ approssimativo, finisse col cedere a mode, compromessi, facilonerie. Ma dentro di lui rimaneva, in attesa della prossima telefonata o del prossimo incontro con Francesco, non solo l’esempio del suo rigore e del suo entusiasmo, ma anche una certezza corroborante: che la letteratura fosse una forma di esperienza insostituibile, e che studiarla, insegnarla o semplicemente parlarne fosse un modo non troppo insensato di passare la vita.

Matteo Residori, Parigi, settembre 2010 – marzo 2012