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IL SOPRANNATURALE LETTERARIO: TAVOLA ROTONDA (4)

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[Concludiamo, con questo contributo di Roberto Gilodi, la pubblicazione degli interventi della tavola rotonda su Il soprannaturale letterario di Francesco Orlando, tenuta il 31 ottobre 2017 all’Università di Pisa. Roberto Gilodi insegna Storia della critica letteraria all’Università di Torino; è autore di saggi sulla nascita del romanzo moderno e si è occupato di teoria dell’interpretazione e di ermeneutica letteraria in ambito comparatistico. I contributi di Gianni Iotti, Aurélie Gendrat-Claudel, Giuseppe Locastro e Raffele Donnarumma sono già stati pubblicati ai seguenti indirizzi: http://www.mimesis.education/uncategorized/il-soprannaturale-letterario-tavola-rotonda-1/, http://www.mimesis.education/uncategorized/il-soprannaturale-letterario-tavola-rotonda-2/ e http://www.mimesis.education/uncategorized/il-soprannaturale-letterario-tavola-rotonda-3/]

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Leggendo questo libro postumo di Francesco Orlando ho avuto nuovamente una prova evidente di cosa faccia di uno studioso di letteratura un grande critico. Non la capacità di individuare e analizzare un problema, in questo caso il soprannaturale, ma quella di vedere nel problema i problemi, ossia la capacità di avere uno sguardo planimetrico che osserva le connessioni a partire dalle quali il singolo problema acquista una sua rilevanza sistematica all’interno del discorso letterario complessivo.

Le lezioni sul soprannaturale, qui ottimamente raccolte e disposte con grande intelligenza dai curatori del volume (a cui va il mio grazie più sincero), hanno questa straordinaria ampiezza di sguardo che consente a Orlando, insieme alla visione orizzontale una percezione verticale,  stratigrafica, quella che i romantici di Jena, soprattutto Fr. Schlegel, lodavano in Goethe, e che vedevano operante sia nella composizione bizzarra del W. Meister (a detta di molti suoi contemporanei) sia nell’osservazione dei sedimenti storici della Roma di fine Settecento.

Fin dal primo capitolo, in cui si discute della relazione tra soprannaturale e fantastico, il discorso tematizza una questione cruciale, che va oltre la mera definizione tipologica o statutaria. Orlando la condensa in questa affermazione: «il fantastico presuppone l’Illuminismo» e osserva come i maggiori rappresentanti del genere fantastico – Hoffmann, Poe e Gogol – siano tutti nati tra gli ultimi decenni del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Ma subito dopo si chiede: il fantastico è dunque il soprannaturale dell’Ottocento? La risposta identifica la categoria del fantastico come una delle varianti del soprannaturale, non l’unica, nemmeno tra Sette e Ottocento. E giustamente si chiede Orlando come si fa a equiparare il Faust goethiano con il fantastico hoffmanniano?

Il punto che sta a cuore a Orlando evidentemente non è la congruità di una categoria poetica con un tempo storico ma la ricchezza morfologica che inerisce alle categorie letterarie. Nel caso del soprannaturale è in gioco lo statuto stesso della letteratura se è vero che, come indica Orlando, le più grandi opere letterarie, assai prima dell’avvento del fantastico, – gli esempi più celebri sono la Commedia dantesca e l’Amleto shakespeariano –, vivono della relazione oggettivamente conflittuale tra diversi statuti di realtà. Principalmente tra quello che si fonda sul regime di attese dell’esperienza umana quotidiana e quello che si colloca nel tempo dell’eccezione.

La visione stratigrafica di Orlando gli consente di vedere l’Illuminismo prima dell’Illuminismo o la scienza prima della scienza. Gli esempi migliori sono l’ironia del Boiardo e di Ariosto nel trattamento del soprannaturale della materia cavalleresca, e, ancor prima, l’ironia di Ovidio. Infatti si chiede Orlando: «E cosa dire dell’ironia che in tempi non sospetti Ovidio aveva rivolto all’incredibile di certi miti nelle Metamorfosi

La conclusione di questo discorso è inevitabilmente una messa in discussione degli assiomi storicistici e un invito a considerare la longue durée delle forme letterarie. Interessante questa affermazione a commento delle posizioni di Durkheim:

lo storicismo di Durkheim non è il solo possibile: si può rispettare l’individualità di ogni epoca senza rinunciare all’idea di un modo di essere dell’uomo riscontrabile per le durate più lunghe.

Un altro aspetto fondamentale che il libro mette bene in luce è che la questione del soprannaturale non può essere esplorata se non si considera quella del reale. La domanda che si impone è: che cos’è la realtà? E poi necessariamente una seconda, connessa alla prima: la conoscenza della realtà si affida alla sola razionalità?

La domanda più feconda che si pone Orlando è però un’altra: esiste una sola razionalità o ne esistono molte? La risposta che egli si dà è questa: «dopo Freud ha poco senso parlare di un irrazionale contrapposto a una razionalità, ma che si debba piuttosto parlare di razionalità molteplici, più o meno permissive ed esigenti».

E da qui si giunge al senso dell’intera operazione intrapresa nel libro (o nelle lezioni i cui esiti qui vengono presentati): tra reale e irreale si stabiliscono nel corso del tempo diversi modi di convivenza e si delineano così due forme almeno di razionalità: «una più compiacente e una più intransigente».

E la conclusione è:

l’ipotesi di lavoro è che, di testo in testo, la tematica del soprannaturale in letteratura vada studiata come una serie di formazioni di compromesso (p. 22).

Questa ipotesi consente a Orlando di stabilire, quasi alla maniera di Vladimir Propp, «un numero non illimitato di forme del soprannaturale letterario» (p. 23).

Ho voluto soffermarmi su questi punti di svolta che introducono il discorso teorico di questo libro perché evidenziano una particolare attitudine alla visione delle forme come realtà mobili, situate all’interno di campi di forze di segno opposto e necessariamente figure di compromesso destinate a trasformarsi. In questa mobilità strutturale delle forme letterarie ha senso individuare gli aspetti invarianti. L’identico non può essere però visto e capito se contestualmente non si considera la differenza.

Di grande interesse sono gli esempi letterari che vengono presentati nel libro a conforto dell’idea che il soprannaturale è nello stesso tempo una categoria storica e antropologica: risente dello stato della cultura ma è anche qualcosa che Pierre Daniel Huet nel suo Traité de l’origine des romans aveva indicato come la necessità dell’uomo di superare i limiti dello spazio e del tempo che gli sono imposti. Della galleria di opere che incontriamo nel libro ne segnalo due in particolare dove l’intelligenza critica di Orlando raggiunge risultati particolarmente elevati. Mi riferisco all’analisi del soprannaturale ne La metamorfosi (Die Verwandlung) di Kafka e in particolare all’acutissima osservazione su come in Gregor Samsa ci sia non solo la rassegnazione al suo stato di insetto repellente ma «un adattamento al proprio adattamento e una rassegnazione alla propria rassegnazione» (p. 84). Questa osservazione è il frutto di una straordinaria subtilitas dialettica in virtù della quale e a partire dalla quale è possibile leggere l’intero racconto come una allegoria della solitudine e dell’emarginazione.

In questo come in molti altri casi Orlando fornisce anche un esempio di come ricerca e didattica si compenetrino e offrano uno strumento di conoscenza particolarmente efficace.

Di grande interesse sono anche le pagine sul Don Chisciotte e all’«antilogica dell’inconscio» sulle tracce di Matte Blanco. La dimensione onirica consente di rappresentare il mondo in maniera antitetica a come appare nella realtà. Quella di cui facciamo esperienza nello stato di veglia.

E infine vorrei citare l’affermazione secondo la quale gli attacchi di Cervantes ai romanzi di cavalleria sembrano anticipare quelli di Voltaire alla Bibbia. Non vorrei azzardare parentele improbabili ma qui mi pare che agisca qualcosa di analogo alle Patosformeln warburghiane. Muta radicalmente il contesto, muta l’oggetto della rappresentazione ma la modalità espressiva rivela sorprendenti affinità.

Concludo dicendo che la visione insieme diacronica e sincronica delle forme letterarie è forse il lascito teorico maggiore di questo ricchissimo libro.

 

Roberto Gilodi

(Università di Torino)