Il testo, la figuralità, il mondo

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CHRISTIAN RIVOLETTI – COSTANTI TEMATICHE, FUNZIONI DEL SIMBOLICO E IDENTIFICAZIONE EMOTIVA RIFLESSIONI TEORICHE INTORNO A FRANCESCO ORLANDO, «L’INTIMITÀ E LA STORIA»

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[ ll testo che proponiamo è comparso originariamente su Filologia Antica e Moderna 16 (1999). Christian Rivoletti è docente di Filologia Romanza e Letterature Comparate presso le Università di Saarbrücken ed Erlangen in Germania. In questo articolo, l’autore presenta un’interessante e originale riflessione sui possibili nessi tra teoria della ricezione e la proposta critica di F. Orlando riguardo l’applicazione degli sviluppi della bi-logica di I. Matte Blanco all’analisi del testo letterario (L’intimità e la storia. Lettura del «Gattopardo», Einaudi 1998) ]

11651367_10207055878664486_1945546228_nL’ultimo libro di Francesco Orlando presenta il raro pregio di possedere due caratteri che difficilmente riescono a coniugarsi nella produzione saggistica di ambito letterario. Se risulta infatti incontestabile che ci troviamo di fronte ad un libro piacevole a leggersi e che riesce nel suo dichiarato proposito a raggiungere la più vasta platea di «lettori non specialisti»[i], è forse meno immediatamente evidente, ma a mio giudizio ugualmente innegabile, la presenza di un altro aspetto, che interessa più da vicino chi si occupa ‘per professione’ di critica letteraria.

Mi riferisco all’esemplarità del metodo interpretativo, offertoci tramite l’analisi condotta su di un capolavoro della narrativa occidentale. È superfluo ricordare come alcuni studi rivestano un’importanza per così dire duplice: come riuscite interpretazioni di uno o più testi, capaci quindi di far luce su caratteristiche fondamentali delle opere e più in generale dei loro autori, e, al tempo stesso, come modelli di indagine del fenomeno letteratura, passibili, in questo senso, di astrazioni tese ad individuare i criteri sui quali si basa il procedimento analitico attuato. La grande opera di Auerbach sul problema della rappresentazione della realtà e il breve saggio di Contini sul modo di «lavorare» dell’Ariosto sono solo due esempi, contrapposti per dimensioni – oltre che diversi per le ‘strategie’ adottate – ma entrambi ‘forti’, di tale sorta di studi.[ii]

La scelta è arbitraria e gli esempi si potrebbero ovviamente moltiplicare, ma, ho il sospetto, avvicinandoci al presente, che dovremmo constatare quanto l’importanza relativa di tali studi diminuisca contro il progressivo avanzare di un’altra produzione: quella degli scritti di pura teoria. Anche di fronte allo specifico problema, forse avvertito più in campo internazionale che in quello italiano, della proliferazione di teorie, spesso a danno della pratica dell’interpretazione, la mancata rinuncia di questo libro all’uno o all’altro versante mi pare rappresenti una risposta importante.

Risposta che per l’autore costituisce un modo ormai usuale di procedere da oltre trent’anni, come testimoniano gli altri suoi lavori, pur su livelli assai diversi. Dalle dimensioni relativamente piccole dei testi teatrali della Phèdre di Racine o del Misanthrope di Molière[iii] a quelle pressoché smisurate della Recherche di Proust[iv] o, in ambito melodrammatico, del Ring des Nibelungen di Wagner,[v] rimane costante la cifra di un’analisi interpretativa che viene sottoposta ad una verifica continua sul piano delle questioni teoriche. Rispetto a tali esempi, pur omogenei a quest’ul­ti­mo per adozione di criteri teorici, la lettura del Gattopardo consiste in uno smontaggio per la prima volta completo e minuzioso di tutto il testo, in un’analisi svolta programmaticamente ‘a tappeto’ e con un’aderenza strettissima all’oggetto. L’applicazione di un metodo siffatto non poteva non nascondere elementi e risultati la cui portata e fecondità teorica merita di essere attentamente vagliata.

I.  La prospettiva del lettore

Il punto di partenza, alla base di quello che ho indicato come un difficile connubio, mi pare consista nell’assumere rigorosamente la prospettiva del lettore.[vi] La domanda fondamentale che Orlando pone all’inizio del primo capitolo ed alla quale, pur fornendo immediatamente una prima risposta, continuerà in effetti a rispondere attraverso l’intero libro riguarda proprio i ‘milioni’ di lettori che il romanzo ha conosciuto nei suoi finora ininterrotti quarant’anni di successo: a che cosa si sono interessati, qual è il congegno che desta le loro attese? Se la risposta che ci viene fornita immediatamente è densa e sintetica («[i]l riflesso intimo di un tempo quotidiano, storicamente significativo, entro una coscienza»[vii]), infinitamente minute e analitiche saranno le vie d’indagine intraprese per spiegarla meglio, proprio come un ramificatissimo sistema capillare volto a ripercorrere l’intero capolavoro.

Ci viene preliminarmente comunicato che l’ordine in base al quale il testo viene, per così dire, riattraversato è di tipo «paradigmatico»: piuttosto cioè che seguire l’ordine naturale di successione delle frasi (definito, per opposizione, «sintagmatico»[viii]), si accostano citazioni provenienti anche da passi distanti tra loro molte pagine, «a condizione che una qualche costante […] giustifichi»[ix] tale accostamento. L’analisi procede dunque sistemando l’uno accanto all’altro luoghi del testo che si richiamino in virtù anche di un solo tratto in comune, quasi in un’attenta e meticolosa ricerca di «costruzione-di-coerenza».

L’espressione è tratta da un’opera fondamentale nell’ambito della teoria letteraria degli ultimi tre decenni dedicata alla figura del lettore ed al relativo problema della ricezione: L’atto della lettura di Wolfgang Iser.[x] Sia detto subito e a scanso di equivoci: mi rendo perfettamente conto che la proposta metodologica dell’anglista e teorico tedesco si situa su latitudini infinitamente distanti e per certi versi opposte rispetto a quelle di Orlando; per il concetto a cui faccio riferimento, in particolare, si osserverà senza indugio che la prospettiva fenomenologica nella quale si muove Iser tende a considerare tale «costruzione» proprio nel suo compiersi, attraverso i procedimenti attuati durante la lettura, e ne nega un’oggettiva appartenenza all’opera in sé. Nel caso di Orlando si dovrà invece pensare a tale «coerenza» come ad una prerogativa dell’opera, anzi del capolavoro in quanto tale (entrando implicitamente in gioco la problematica del giudizio di valore), e di conseguenza l’espressione andrebbe piuttosto riformulata in «ri-costruzione di coerenza».

Ma ciò che mi interessa qui sottolineare, al di là delle assolutamente non trascurabili differenze, è il carattere fondamentale che assume tale ricerca di coerenza quando si ponga attenzione al rapporto che intercorre tra l’opera e il lettore. Se infatti la coerenza è interna al testo, è però il lettore stesso a trovarsi, per così dire, in perpetua esigenza di conforto, a riandare spontaneamente (e, a seconda dei casi, più o meno consapevolmente) con la memoria a luoghi del testo che presentino un qualche tratto analogo con quello che sta percorrendo. Seguire dunque tale individuazione delle costanti di un testo vorrà dire al tempo stesso rispondere nel modo più genuino alla domanda sull’«interesse» dei lettori.

Il punto sul quale i due teorici concordano è la preminenza dell’operazione di collegamento degli elementi testuali rispetto ad altre operazioni interpretative (quali ad esempio la sostituzione[xi]): spostarsi orizzontalmente lungo l’asse della narrazione, sospendendo temporaneamente la dimensione diegetica, è operazione compiuta programmaticamente e sistematicamente dal critico, come vuole Orlando, ma è anche, e innanzitutto, procedimento proprio dell’atto della lettura, come vuole Iser e come Orlando sottintende continuamente.

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