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SANDRA TERONI – LEZIONI DI METODO. IL BAUDELAIRE DI FRANCESCO ORLANDO

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[Pubblichiamo, con piccole modifiche e aggiunte, il testo dell’intervento che Sandra Teroni ha tenuto lo scorso 22 giugno nel decennale della morte di Francesco Orlando, nell’ambito della tavola promossa dal Dipartimento di Filologia e critica delle letterature antiche e moderne dell’Università di Siena. Sandra Teroni (di cui abbiamo già ospitato su Mimesis un contributo su Madame Bovary) rievoca qui l’intrecciarsi, nella ricerca di Orlando su Baudelaire (culminata poi in un saggio edito a parte nel 2014 con una postfazione di Luciano Pellegrini) dello studio di Mallarmé, valorizzando al contempo uno dei tratti tipici del metodo orlandiano: la lettura in profondità di un singolo testo come chiave di accesso ai caratteri fondamentali del mondo poetico di un autore. (M.R.)]

Baudelaire

Quando ho proposto a Pierluigi Pellini – che ringrazio per l’invito a partecipare a questa serata – di intervenire sul Baudelaire di Francesco Orlando, la prima motivazione è stata di ordine autobiografico.  Si tratta infatti degli studi che lo hanno impegnato, e appassionato, nel suo primo periodo di insegnamento pisano – tra i primi anni Sessanta e il 1970 – anche nei seminari alla Scuola Normale Superiore (che ho avuto il privilegio di frequentare per tre anni) e nei corsi alla Facoltà di Lingue e Letteratura Straniere (dove sono diventata sua assistente, anch’io laureatami con Arnaldo Pizzorusso). Sono stati fondamentali nella mia formazione professionale, e per più di una generazione di studenti e studiosi.

Ma non è questa ovviamente la sola motivazione. Anche se oggi forse meno conosciuti rispetto alle successive elaborazioni teoriche, sono contributi di un grande francesista, che hanno poi costituito la terza parte del volume Le costanti e le varianti (1983) e che forniscono ancora oggi una preziosa lezione di metodo: A cominciare dall’inquietudine metodologica, anch’essa un valore nonché una costante del percorso di Orlando. E sono studi tutt’altro che estranei non solo alla lunga genesi del saggio teorico Gli oggetti desueti, la cui idea, come ci ha raccontato  in altra sede Guido Mazzoni, maturò in questo contesto, ma anche a quell’ultima ricerca rimasta incompiuta di cui Valentina Sturli rende conto nel suo recentissimo libro Figure dell’invenzione.

Non è però in quest’ottica che ne parlerò stasera. Permettetemi invece di ristabilire la successione cronologica, perché anche il loro intreccio con due letture di Mallarmé dà interessanti indicazioni di metodo. Risale al 1963 la lettura di Sainte (“Mallarmé e la fede perduta”), il primo testo poetico in cui Mallarmé abbandona completamente la discorsività. Tre anni dopo, Baudelaire fa la sua comparsa in una decina di pagine – splendide – in Appendice al volume Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai romantici per sottolineare e illuminare il cambiamento di paradigma. Nello stesso anno, 1966, insieme a un’appendice alla lettura di Sainte escono due saggi molto diversi: una lettura di Harmonie du soir (in concomitanza con un seminario alla Scuola Normale) e una breve ma densa monografia per la collana “I protagonisti della storia universale” venduta in edicola. Poi, nel ‘68 (sempre in concomitanza con un seminario alla Scuola Normale), un ritorno su Mallarmé con una lettura del poema in prosa Frissons d’hiver. A distanza di una decina di anni  – dunque dopo il ‘ciclo freudiano’ – un ritorno su Baudelaire a partire da una lettura (che questa volta utilizza anche la nozione freudiana di “formazione di compromesso”) del sonetto Le Guignon. Scelto non a caso, ma perché segna una punta avanzata verso la crisi della discorsività. In qualche modo il cerchio si chiude, al livello almeno di una costruzione del discorso critico.

Dunque non è solo per una questione di cronologia che ho tirato in ballo Mallarmé. E neanche soltanto per i riferimenti espliciti in ognuno dei saggi, non numerosissimi ma precisi e cogenti anche nelle analisi testuali, come a sottolineare quanto i due poeti rinviino l’uno all’altro seppur nel rispetto delle indubbie diversità e peculiarità. I saggi su Baudelaire si intrecciano e si integrano con quelli su Mallarmé per una sorta di necessità intrinseca e si illuminano a vicenda nell’ottica di mettere a fuoco una importante trasformazione storica e letteraria. In controtendenza con la fortuna dello strutturalismo letterario già nel corso degli anni Sessanta nella saggistica francese, la  storicizzazione e la periodizzazione storica del testo, del lessico, delle poetiche e dell’autore sono infatti uno dei capisaldi delle analisi di Francesco Orlando. E costituiscono un elemento fondamentale della sua lezione di metodo, nella misura in cui si pongono al tempo stesso come un’alternativa non soltanto allo storicismo crociano ma anche a molto riduzionismo della critica marxista altrettanto in voga in quegli anni.

Questo perché l’altro fondamento è un’ermeneutica, una ricerca di senso, a partire da esegesi tanto rigorose quanto ardite, che sviluppano in maniera innovativa la lezione di grandi maestri come Rousset, Auerbach, Spitzer, Mauron. L’analisi testuale, infatti, procede attraverso una sistematica “scomposizione paradigmatica” del testo, cioè attraverso un suo smontaggio e rimontaggio secondo una logica di affinità e opposizioni; e si avvale anche di elementi extracontestuali utili a illuminare alcune occorrenze linguistiche. Il risultato è l’individuazioni di strutture soggiacenti all’intera raccolta delle Fleurs du mal quando non all’intera opera baudelairiana.

La lettura di Harmonie du soir, a partire proprio dal termine “sera” che è nel titolo, attraverso tutta una serie di rinvii intra ed extracontestuali, ci conduce al cuore della scissione tra natura e bene, esistenza e valore. E il “valore dormente” torna nella lettura del sonetto Le Guignon attraverso l’opposizione dei due poli “fallimento” e “valore”, per aprirsi sulla crisi del rapporto che era intercorso tra la “funzionalità” sociale del poeta-vate e la “facilità /felicità” della sua ispirazione, tra gli scrittori della generazione romantica e una borghesia che non aveva ancora finito di sovvertire il suo passato ruolo progressivo. “Baudelaire […] fu in Francia il primo grandissimo poeta irreversibilmente privato di quelle prerogative”, conclude Orlando (CV, p.302). Il che ci rimanda alla motivazione profonda dell’intreccio con gli studi su Mallarmé. E conferma con un’analisi condotta su un singolo testo quello studio d’insieme del mondo di Baudelaire che rimane esemplare per la straordinaria capacità di cogliere e rappresentare l’unità dietro i volti multipli, di rispondere all’interrogativo su come potessero essere una sola persona e avere una sola voce. Nato con intenti dichiaratamente divulgativi, entrato come dicevo nel volume Le costanti e le varianti con il titolo L’artificio contro la natura nel mondo di Baudelaire, poi come Introduzione a un’edizione dei Fiori del male (Giunti 1996), è stato opportunamente ripubblicato in un volumetto a sé da Luciano Pellegrini (2014).

La ragione per cui, un po’ paradossalmente, non mi ci soffermo è che Pellegrini ha già argomentato dettagliatamente la sua presentazione del testo “quale antecedente sperimentale della proposta teorica e metodologica che Orlando andrà via via elaborando in maniera più consapevole e rigorosa”. Mi limito qui a sottolineare la costanza e il rigore con cui Francesco Orlando cerca risposte a un duplice interrogativo: perché quella grandissima e innovativa opera poetica nasce proprio dalla penna del soggetto Charles Baudelaire? e perché a partire dalle Fleurs du mal il linguaggio poetico cambia così drasticamente? (qui, ancora una volta, torna a proposito l’associazione con Mallarmé il quale, come si sa, radicalizza la lezione baudelairiana). La profonda coerenza delle risposte a queste domande non impoverisce, ma al contrario arricchisce tanto la comprensione quanto il piacere estetico. Nel concordare perfettamente con Pellegrini quando scrive: “Quale arricchimento per chi torni a leggere la raccolta dopo averne appreso la profonda coerenza”, mi sento di aggiungere: quale arricchimento, anche, quando la migliore comprensione dell’opera come “espressione di irriducibile resistenza all’ordine sociale e morale dominante” (parole di Orlando), ci illumina su alcune delle grandi dinamiche in campo in quella stagione storica.

A proposito di coerenza, un’altra osservazione vorrei condividere con voi: la profonda corrispondenza – che mi ha particolarmente colpita nella recente rilettura del saggio – con quanto Orlando dice a proposito dell‘attività critica baudelairiana. La grandezza del poeta che “inaugura la moderna, postromantica e antiromantica, autocoscienza del poeta” trova il suo corrispettivo nella grandezza del critico. Di cui sono messe in rilievo tre caratteristiche: 1. “l’intima penetrazione per simpatia, la frequente occulta proiezione di sé nel grande artista studiato […] con in più un senso, mai formalistico, dei valori formali e interni all’opera d’arte”: 2. la fascinazione per E.A. Poe, in particolare per il suo procedimento creativo, il suo intento di dimostrare “che nessun punto della composizione può essere attribuito al caso o all’intuizione”; 3. la sua aspirazione ad “abolire il caso”, come dirà più tardi Mallarmé “travagliato da un’esigenza analoga” (CV, p. 250-251). Ecco, questo approccio e questa aspirazione mi sembrano valere perfettamente per il critico Francesco Orlando, per la sua incessante ricerca di una logica interna dei simboli e delle metafore rigorosamente orientata verso una costruzione. La sua lettura di Baudelaire ci dà anche un’altra lezione di metodo: l’empatia, come presupposto per la ricerca di una qualche profonda coerenza.

E infine, a completare questa rosa di elementi che stanno al cuore di una metodologia, la generosità. Riprendendo quanto dicevo all’inizio, questi suoi studi – ma non certo questi soltanto – Orlando li sviluppava e li verificava nella sua attività didattica. Al punto che al momento della pubblicazione del suo secondo saggio su Mallarmé ha voluto precisare che era frutto di un seminario della Scuola Normale e ringraziare per la collaborazione chi vi aveva partecipato. Questo è il materiale che Francesco aveva messo a nostra disposizione: la fotocopia di più quaderni di lavoro – analogamente a quelli menzionati da Luciano Pellegrini per Baudelaire. Sono 400 pagine numerate di suo pugno, così articolate: 1. Le generazioni della poesia post-baudelairiana; 2. Cronologia delle opere; 3. Biografia (con periodizzazione in 4 momenti); 4. Per una prospettiva storica (articolata in 10 punti); 5. Tematica (20 punti); 6. Stilistica (così declinata: ‘aspetti della negazione’, ‘la congiunzione restrittiva di salvezza’, ‘spunti di poetica formale’).

Molti di noi hanno sicuramente pubblicato i propri contributi a quel seminario. Anche per me andò così. Ma soprattutto quella fu per me l’occasione che mi aprì un’altra, appassionante, via di ricerca rispetto all’argomento della tesi di laurea, a partire dalla lettura del poema in prosa Conflit che fu Francesco stesso a suggerirmi, in considerazione della mia, diciamo … sensibilità politica.

Per finire, vorrei ricordare che l’edizione della Lettura freudiana di Phèdre nella prestigiosa collana di Einaudi era stata preceduta dall’omonima dispensa per un corso tenuto nell’a.a. 1969-1970 alla  Facoltà di Lingue – allora considerata una ‘facoltà di serie B – venduta al prezzo politico di 200 lire. Non è un avantesto. Ė, con minime revisioni, esattamente lo stesso testo. A partire dalla citazione della Dialettica dell’illuminismo (Horkheimer e Adorno) posta in epigrafe: “Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”.

 Sandra Teroni