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GIUSEPPE SERTOLI – RAGIONE E CORPO NEL QUARTO VIAGGIO DI GULLIVER

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[Dopo aver di recente ospitato un suo saggio su Coleridge, abbiamo il piacere di ripubblicare, con alcune revisioni dell’autore, un altro saggio di Giuseppe Sertoli su I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Lo scritto di Sertoli, forte di una puntuale analisi del testo swiftiano, propone un’interpretazione freudiana del modo in cui Gulliver e gli Houyhnhnms (dei cavalli incarnanti la purezza e la bontà della ragione, non esenti tuttavia da superbia e rimozioni circa la propria natura) guardano e si rapportano agli Yahoos (ovvero i fin troppo corporei, brutti, sporchi e cattivi “esseri umani”). La ricognizione di Sertoli offre una lettura problematizzante di questa opposizione, rendendo evidenti alcuni aspetti inquietanti che offuscano la lucentezza idillica del regno degli Houyhnhnms, aspetti che sembrano sfuggire alla maggior parte della critica.
A chiusura del saggio, pubblichiamo anche un breve commento di Stefano Brugnolo che, condividendo ne l’impianto critico, dialoga con l’autore proponendo ulteriori chiavi di lettura del testo e suggerendo alcuni spostamenti di accento tesi a coglierne l’ambivalente ricchezza di significati. (Marco Rizzo)]

Gulliver lascia la terra degli Houyhnhns

Uno dei fili che costituiscono l’intricata, discussa e ridiscussa, matassa dei Viaggi di Gulliver (1726) è l’opposizione fra razionalità e corporeità. Un’opposizione che, dopo aver attraversato i primi tre viaggi[1], culmina nel quarto dispiegandovi per intero la propria “logica”. Al fine di cogliere senso e implicazioni di tale logica, tre sono i nodi testuali su cui l’analisi deve concentrarsi: 1) l’identità degli Houyhnhnm e degli Yahoo e il rapporto che lega gli uni agli altri; 2) l’eterogeneità rappresentata da Gulliver nei confronti di entrambi e dunque la minaccia che la sua sola presenza costituisce per l’“ordine” del loro mondo; 3) il modo in cui Gulliver si rapporta agli uni e agli altri e le relative conseguenze, cioè da un lato la lezione che egli crede di trarre dalla sua permanenza nel paese dei cavalli, e dall’altro lato l’effetto reale che tale permanenza produce su di lui. Riguardo a ognuno di questi punti, essenziale è cogliere lo scarto fra ciò che Gulliver dice e ciò che il testo mostra, perché lì si evidenzia quella distanza fra autore e personaggio – mai tanto grande come in questo ultimo viaggio –che definisce il “metodo” narrativo di Swift: un metodo (lo stesso già da lui adottato in A Tale of a Tub, 1704) che nella satira del personaggio-narratore ad opera dell’autore ha la sua legge fondamentale.

1. Fin dal primissimo incontro, gli Houyhnhnm si presentano a Gulliver come la personificazione della Ragione e della Virtù. Quando ancora li scambia per animali, essi gli appaiono dotati dei contrassegni della razionalità, laddove gli Yahoo, fisicamente tanto più simili a lui, gli appaiono a tal punto materia bruta che egli non coglie la sua somiglianza con essi, o meglio rifiuta di coglierla. Segno di ragione è anzitutto il linguaggio, che “dimostra” in maniera inequivocabile, agli suoi occhi o meglio alle sue orecchie, la razionalità degli Houyhnhnm e l’irrazionalità degli Yahoo. Mentre infatti le urla di questi ultimi risuonano come mero rumore (roaring) e in quanto tali sono sintomo di un’assoluta mancanza di ragione, i nitriti «quasi articolati» dei cavalli “esprimono” qualcosa e hanno un preciso “significato” (benché Gulliver non sappia ancora decifrarlo) (IV.1). Quei nitriti sono dunque una forma di linguaggio e perciò stesso segnalano in chi li emette l’esistenza di una facoltà raziocinante. Animalia symbolica, gli Houyhnhnm sono animalia rationalia: in quanto tali, simili agli esseri umani e, dunque, simili a lui, Gulliver.
Nel mondo dei cavalli, la ragione è l’unico principio, l’unica regola di condotta: «La ragione è sufficiente, da sola, a governare una creatura razionale» (IV.7). Ma proprio perché «interamente governati dalla ragione» i cavalli sono anche – né possono non essere – «naturalmente inclini a ogni virtù» (IV.9). Quell’equivalenza fra ragione e virtù che si era già (illusoriamente) delineata nel primo viaggio, quando i principî “costituzionali” e pedagogici dei Lillipuziani (I.6) avevano riempito di ammirazione Gulliver, sembra trovare qui la sua compiuta realizzazione. Mentre gli Yahoo appaiono esseri violenti e malvagi, gli Houyhnhnm si mostrano miti e pacifici. Il loro comportamento li rivela dotati di ogni possibile qualità morale – giustizia e benevolenza, temperanza/continenza e sobrietà, etc. – e il loro stile di vita non fa che rispecchiare tali qualità: essi vivono in ambienti «perfettamente lindi e puliti» intrattenendo gli uni con gli altri rapporti improntati a «grande cortesia» (IV.2).
In quanto esseri razionali e virtuosi, gli Houyhnhnm incarnano «la perfezione della Natura»: il loro stesso nome significa infatti the Perfection of Nature (IV.3). Vivere secondo ragione e virtù equivale dunque a vivere secondo natura: così pensano gli Houyhnhnm e così essi spiegano a Gulliver. Proprio perciò, inconcepibile – ai loro occhi – è che si possa «disobbedire alla ragione» (IV.10), le cui norme sono talmente cogenti, perché «infallibili», da non contemplare nemmeno la possibilità di una loro deroga o, tanto meno, trasgressione. I cavalli non conoscono la falsità, l’errore o anche solo il dubbio (per i quali nella loro lingua non hanno termini corrispondenti[2]), in quanto ciò equivarrebbe ad ammettere che una creatura razionale può dubitare, sbagliare, mentire… Le verità della Ragione sono assiomi autoevidenti e contraddirli o anche solo revocarli in dubbio equivarrebbe a (credere di poter) violare i principi e le leggi di natura. Chi presumesse di confutare o anche solo di discutere quegli assiomi, sarebbe un monstrum innaturale, razionale e irrazionale al tempo stesso – ovvero, ecco, in parte Houyhnhnm e in parte Yahoo.
Ma se la Ragione non può essere fallibile, nemmeno lo può la Virtù. «[D]otati dalla Natura di una generale predisposizione a ogni virtù», gli Houyhnhnm «non hanno alcuna concezione o idea di ciò che sia male (what is evil) in una creatura razionale» (IV.8), tant’è vero che anche per tutto ciò che è negativo non hanno termini nella loro lingua. In quanto creature perfettamente razionali e virtuose, non solo non possono avere vizi nel senso di praticarli, ma non possono nemmeno concepirli. Praticare o anche solo concepire il vizio, infatti, equivarrebbe ad ammettere che una creatura razionale può albergare in sé il contrario della Virtù. Vorrebbe dire che un Houyhnhnm può contenere in sé uno Yahoo. Mostruosità – di nuovo – impossibile, contraria alle leggi di natura – o così pensano gli Houyhnhnm.
Nel loro mondo, la ragione non detta solo l’ordine morale ma anche quello sociale. La società degli Houyhnhnm appare divisa in classi, e questa divisione discende dal fatto che la ragione non è distribuita in maniera uguale fra tutti i cavalli. Certo, tutti sono esseri (solo) razionali, ma lo sono in grado diverso, perché le leggi di natura prevedono una scala di razionalità che diventa automaticamente gerarchia sociale. «Mi fece osservare [sc. il cavallo che ospita Gulliver e gli fa da maestro] che, tra gli Houyhnhnm, il bianco, il sauro e il grigio non erano conformati esattamente come il baio, il pomellato e il morello; né erano venuti al mondo con uguali facoltà della mente o capacità di accrescerle; e di conseguenza restavano sempre nella condizione di servitori senza mai aspirare a incrociarsi al di fuori della loro razza, cosa che in quel paese sarebbe stata ritenuta mostruosa e innaturale» (IV.6). Non tutti i cavalli, quindi, hanno gli stessi diritti famigliari civili e politici, poiché tali diritti dipendono dal posto che ogni varietà equina occupa nell’ordinamento sociale, posto che a sua volta dipende dal grado di razionalità di cui la natura ha dotato quella medesima varietà. Il sistema sociale degli Houyhnhnm si rivela dunque tanto perfettamente razionale quanto naturalmente fondato sul principio della diseguaglianza.
L’identità degli Houyhnhnm, quale si è fin qui descritta, è un’identità da cui ogni forma di corporeità è esclusa. Certo, un corpo i cavalli ce l’hanno, ma esso non interferisce con la loro ragione, la quale – osserva Gulliver – «non è mescolata, oscurata o offuscata da passioni e interessi» (IV.8). Sentimenti e affetti sono del tutto ignoti agli Houyhnhnm, e a maggior ragione lo sono le pulsioni sessuali. Se essi si accoppiano, lo fanno solo per riprodurre la specie: «senza amore», cioè senza desiderio – ovvero, ecco, senza la «rappresentanza psichica» (Freud) della pulsione, per la quale, di nuovo, essi non hanno un termine nella loro lingua. La corporeità, intesa come il terreno di coltura di pulsioni affetti e sentimenti, non ha luogo nella psiche degli Houyhnhnm (a differenza di quanto avveniva nei Lillipuziani), il cui Io appare totalmente risolto nella più pura razionalità. Spirito non (più) inquinato dalla materia, gli Houyhnhnm sono assenza di corporeità. Un’assenza che è tale per natura, giacché per natura l’identità di un essere razionale esclude ogni forma di corporeità.
Ora, chi o che cosa rappresentino gli Houyhnhnm è questione che, in questa sede, possiamo accantonare. Da tempo la critica ha provveduto a segnalare le loro (possibili) fonti: dallo scolasticismo aristotelico al cartesianesimo, dal neostoicismo allo spinozismo, dal deismo dei freethinkers all’etica di Shaftesbury… Semplificando, si può forse concordare nel dire che essi rappresentano, innestato su una base stoica, il razionalismo ateo di primo ’700, col suo culto della Ragione e la sua fede in un’etica naturale fondata su di essa[3]. (Che tale razionalismo sia ateo – gli Houyhnhnm non hanno infatti alcuna nozione della divinità – basterebbe da solo a liquidare l’interpretazione, invalsa fin verso la metà del Novecento e ancora difesa da alcuni, secondo cui il paese dei «cavalli saggi» sarebbe un paese utopico anche per Swift oltre che per Gulliver[4].) Ai fini del discorso che qui si sta facendo, è sufficiente vedere negli Houyhnhnm la personificazione di quella hybris razionalistica che fin dal primo viaggio costituisce il tratto saliente della personalità di Gulliver e la motivazione della sua quest. Se nell’isola volante di Laputa e nell’accademia di Lagado, entrambe visitate da Gulliver nel corso del terzo viaggio, Swift ha inteso scoronare quella particolare forma di razionalità “moderna” che è la scienza[5], qui invece, allargando l’obiettivo della satira e coinvolgendovi, oltre a cartesiani, baconiani e gassendiani, anche neo-stoici, spinozisti, deisti etc., mira a scoronare la Ragione stessa in quanto idolo del pensare e dell’agire nel tempo della Modernità. Negli Houyhnhnm e nel loro mondo Swift mette in scena l’ipertrofia di un razionalismo illuministico che ai suoi occhi è l’apice di un “ego-ismo” antiumanistico e anticristiano che distrugge l’identità naturale (in quanto creata da Dio) dell’essere umano nel momento stesso in cui, pretendendo esaltarlo in quella “parte” che è mente/spirito, finisce per degradarlo – per negarlo – in quell’altra “parte” che è corpo/materia.
Se tanto è vero, però, allora dobbiamo aspettarci che proprio qui, nel momento stesso in cui la Ragione celebra i suoi trionfi, anche il testo swiftiano compia il suo trionfante gesto satirico. Proprio qui, nel luogo dove la corporeità è (o sembra) assente, essa è più presente (solo negata e rimossa: estroflessa) e si appresta a tornare in tutta la sua eterogeneità e la sua forza di contraddizione.

2. All’opposto degli Houyhnhnm, gli Yahoo sono materia bruta, corpi refrattari a ogni lume di ragione. Quei tratti che già nei viaggi precedenti hanno contrassegnano la materialità e la corporeità assumono qui la loro massima evidenza e definiscono l’identità degli Yahoo. I quali fin dal primo momento, pur esibendo la struttura fisica di esseri umani, appaiono a Gulliver bestie e, come tali, altri da lui. I loro corpi vengono immediatamente assimilati a corpi animali: gli Yahoo sono pelosi come capre, hanno artigli da predatori, si arrampicano sugli alberi come scimmie, emettono ululati e mugolii… Sordida bestialità, essi si identificano con la forma più infima della materia: l’escremento. La loro prima reazione nei confronti di Gulliver consiste infatti nel mostrargli l’ano e defecargli addosso. Alla decenza e pulizia dei cavalli fa riscontro la «strana predisposizione alla sporcizia e all’indecenza» degli Yahoo; alla cortesia e mitezza dei primi, l’aggressività e ferocia dei secondi (che si odiano e si combattono anche fra loro). Se gli Houyhnhnm sono parchi nel mangiare, gli Yahoo s’ingozzano fino al punto di scoppiare, dopo di che si purgano ed evacuano. Mentre gli Houyhnhnm sono di sana costituzione, gli Yahoo si ammalano a causa della sporcizia nella quale vivono. Di contro alla continenza e quasi asessualità dei cavalli, gli Yahoo sono incontinenti e praticano una promiscuità sfrenata. Inoltre, mentre la brama di possesso è ignota agli Houyhnhnm, gli Yahoo – che non possiedono nulla – scavano dalla terra certe «pietre luccicanti» e colorate che custodiscono gelosamente e per cui lottano fra di loro. Infine, vivono in branchi dominati da un capo che è il più sozzo, deforme e incontinente di tutti (IV.7). Esseri «astuti, maligni, traditori e vendicativi», secondo quanto riferisce Gulliver, essi sono «di indole codarda e quindi insolenti, vili e crudeli»; privi di intelletto, risultano assolutamente unteachable (IV.3 e 8). In una parola, sono l’incarnazione stessa del vizio e dell’assenza di ragione, la loro natura consistendo solo in bruta, sordida, bestiale corporeità.
Ora, questa identità degli Yahoos potrebbe prestarsi – e di fatto si è prestata – a non implausibili interpretazioni psicoanalitiche. Si pensi, per esempio, a quel nesso fra avidità (le pietre colorate) e analità-escremento che sembra anticipare la teoria freudiana del rapporto tra feci e denaro[6]; oppure si pensi alla vita collettiva degli Yahoo, che appare quasi un’illustrazione delle tesi di Freud sulla psicologia delle masse e sul ruolo del capo, con una lungimirante anticipazione sul legame fra potere politico e potere sessuale; oppure ancora si consideri la possibilità di interpretare il rovescio che gli Yahoo (corpo, materia) rappresentano nei confronti degli Houyhnhnm (ragione, spirito) alla luce della teoria freudiana della sublimazione. Si tratta di interpretazioni che non appaiono per nulla una forzatura, anzi sono sollecitate dal testo stesso. Dal momento però che già altri le hanno sviluppate[7], qui non le si riprenderà e ci si soffermerà, invece, su un altro aspetto di questo viaggio. Qual è – ci chiediamo – il rapporto che passa fra gli Yahoo e gli Houyhnhnm? Non si tratta tanto di indugiare sulla funzione contrastiva che i primi svolgono nei confronti dei secondi, quanto di cogliere nella loro antitesi il sintomo di una contraddizione che solca i cavalli stessi. In altre parole, si tratta di mostrare come gli Yahoo siano l’estroflessione di una “parte” degli Houyhnhnm che questi non hanno voluto riconoscere in sé e hanno rimosso. Sono la loro medesima corporeità, con tutto ciò di irrazionale e vizioso che essa implica, rinnegata e proiettata in un fuori/altro da sé al fine di liberarsene e potersi accreditare – ai propri medesimi occhi – come pura razionalità e virtù.

3. Definita nei termini di cui sopra, l’identità degli Houyhnhnm e degli Yahoo è quella che fornisce Gulliver nel suo resoconto; ma, ecco, Gulliver non fa altro che ripetere quanto in proposito gli hanno detto gli Houyhnhnm. Quell’identità è dunque, da un lato una auto-rappresentazione degli Houyhnhnm, e dall’altro lato una rappresentazione che essi fanno degli Yahoo: i quali, privi come sono (almeno apparentemente) di ragione e linguaggio, non sono in grado di smentirla proponendone una alternativa – né Gulliver sospetta che possano farlo. Attraverso una serie di segnali, però, il testo – all’insaputa di Gulliver – contraddice questa doppia e complementare immagine mostrandone il carattere “ideologico” e scoprendo l’“interesse” che l’ha generata.
Gli Houyhnhnm dicono – e Gulliver ripete – che gli Yahoos non possiedono alcuna forma di intelletto bensì sono solo bruta materialità corporea e, in quanto tali, “naturalmente” altri da loro. È infatti “legge di natura” che l’identità di una creatura razionale (=virtuosa) non includa niente di irrazionale (=vizioso), niente cioè che abbia a che fare col corpo, e che  l’identità di una creatura irrazionale (=viziosa),  vale a dire di un corpo, non includa niente di razionale (=virtuoso). Da questa legge discende il trattamento che gli Houyhnhnm riservano agli Yahoo. Essi provano nei loro confronti un’istintiva ripugnanza, che ascrivono alla “naturale” avversione della ragione per tutto ciò che ha a che fare con il corpo. Anzi, essi ritengono – con una palese proiezione della quale non si rendono conto e di cui nemmeno Gulliver si accorge (ma che il testo rivela) – che gli Yahoo stessi, vedendosi l’un l’altro, provino disgusto per i loro corpi e che ciò sia la causa del loro odiarsi e aggredirsi a vicenda (IV.7).
In quanto bruta materia, è giusto che gli Yahoo siano sottomessi agli Houyhnhnm: siano i loro servi. È infatti “legge di natura” – ritengono gli Houyhnhnm – che la ragione domini il corpo così come la virtù deve dominare il vizio. Di conseguenza, agli Yahoo competono le mansioni più basse e degradanti. Bestie e perciò schiavi, essi sostituiscono gli attrezzi e gli strumenti di cui non v’è traccia nell’arcaico mondo agricolo dei cavalli (simile a quello dei giganti del secondo viaggio). Se gli Houyhnhnm possono vivere more antiquo facendo a meno di qualunque forma di tecnologia (e quindi di sapere scientifico), è perché dispongono di una forza-lavoro viva (e inesauribile: gli Yahoo sono prolifici) da sfruttare. Ma la schiavitù non sostituisce solo la tecnologia: essa consente ai cavalli di coltivare quell’ethos stoico e contemplativo che non sarebbe possibile senza il lavoro (forzato) degli Yahoo. Lavoro che poi è anche il mezzo con cui gli Houyhnhnm ritengono di poter “curare” certi inspiegabili accessi di spleen di cui periodicamente gli Yahoo soffrono: «Disse anche [sc. il cavallo che ospita Gulliver] che a volte uno Yahoo era preso dal capriccio (fancy) di ritirarsi in un angolo, sdraiarsi per terra, e ululare e mugolare e scalciare via chiunque gli venisse vicino, e questo benché fosse giovane e grasso e non mancasse né di cibo né di acqua, e i servitori non riuscivano a capire che cosa lo angustiasse. E l’unico rimedio era costringerlo a un duro lavoro, dopo di che immancabilmente si riprendeva» (IV.7).
Se ora proviamo a controllare sull’evidenza del testo quanto Gulliver ci ha detto in merito alla (supposta) identità degli Yahoo e degli Houyhnhnm, la prima cosa che dobbiamo chiederci è se gli Yahoo siano sempre stati tali quali li descrivono gli Houyhnhnm o se invece lo siano diventati perché sono stati resi tali – e resi tali da chi se non dagli Houyhnhnm? La domanda è suggerita da una sequenza che costituisce l’indizio principale da cui partire per decostruire l’immagine che gli Houyhnhnm hanno costruita degli Yahoo e, contemporaneamente, la loro medesima self-image.
Senza sospettarne le implicazioni, Gulliver a un certo punto riferisce una leggenda che ha corso fra gli Houyhnhnm in merito all’origine degli Yahoo:

That Yahoos had not been always in their country: but, that many ages ago, two of these brutes appeared together upon a mountain, whether produced by the heat of the sun upon corrupted mud and slime, or from the ooze and froth of the sea, was never known. That these Yahoos engendered, and their brood in a short time grew so numerous as to overrun and infest the whole nation. That the Houyhnhnms, to get rid of this evil, made a general hunting, and at last enclosed the whole herd; and destroying the elder, every Houyhnhnm kept two young ones in a kennel, and brought them to such a degree of tameness, as an animal so savage by nature can be capable of acquiring; using them for draught and carriage. That there seemed to be much truth in this tradition, and that those creatures could not be ylnhniamshy (or aborigines of the land) because of the violent hatred the Houyhnhnms, as well as all other animals, bore them; which although their evil disposition sufficiently deserved, could never have arrived at so high a degree, if they had been aborigines, or else they would have long since been rooted out. (IV.9)[8]

Questo passo è cruciale perché da esso si ricavano due indicazioni che smentiscono il resoconto fornito da Gulliver. La prima indicazione ci avverte che la mitezza benevolenza etc. degli Houyhnhnm è solo una facciata dietro la quale si nasconde un cospicuo fondo di aggressività e violenza. Ne troviamo conferma, in questo stesso capitolo, nel dibattito che si svolge all’interno dell’assemblea degli Houyhnhnm relativamente al “che fare” degli Yahoo. Una proposta è quella, semplicemente, di sterminarli: riproducendosi troppo, infatti, essi costituiscono una minaccia sia per l’incolumità degli Houyhnhnm sia per le risorse del paese. Un’altra proposta – che prevarrà e di cui si fa portavoce lo Houyhnhnm che ha ospitato Gulliver e ha appreso da lui il modo in cui gli esseri umani trattano i cavalli – è  quella di castrarli così da renderli mansueti e poterli ancora usare come forza-lavoro per tutto il tempo necessario a impiantare un allevamento di asini (incautamente trascurati fino a quel momento dagli Houyhnhnm), animali pacifici e inoffensivi «che, oltre ad essere dei bruti più convenienti (more valuable brutes) sotto ogni aspetto, hanno anche il vantaggio di essere pronti a servire già a cinque anni mentre gli altri [sc. gli Yahoo] lo sono solo a dodici» (IV.9).
Ora, questo dibattito e la conseguente delibera ripetono esattamente quelli dell’assemblea dei Lillipuziani nel primo viaggio (I.7), dove si era a lungo discusso se uccidere o meno Gulliver e alla fine si era deciso di accecarlo e lasciarlo morire di fame continuando nel frattempo a usufruire della sua forza fisica. Gulliver, si badi, non si accorge della corrispondenza fra le due scene e perciò può seguitare ad ammirare i cavalli, ma essa è chiaramente mirata da Swift a demistificare la self-image con la quale gli Houyhnhnm si sono accreditati agli occhi di Gulliver. Non diversamente dai Lillipuziani, infatti, essi manifestano un cinismo e una crudeltà – non incompatibili, dunque, con la “virtù” della ragione! – che sono gli stessi che all’origine dei tempi essi esercitarono contro gli Yahoo prima cacciandoli e massacrandoli e poi schiavizzandoli. Ora, possiamo credere che ciò sia rimasto senza conseguenze sulla “natura” degli Yahoo? O non dobbiamo invece pensare che la loro attuale condizione sia il risultato di ciò che essi dovettero – e tuttora devono – subire?
Ecco allora la seconda considerazione che il passo sopra citato suggerisce. Chiediamoci: da dove giunsero – e come erano – i due Yahoo che per primi fecero la loro comparsa nel paese dei cavalli? Furono davvero generati “spontaneamente” dal fango e dalla schiuma del mare? e davvero erano “naturalmente” selvaggi? Così dice la leggenda. Ma lo Houyhnhnm che ha ospitato Gulliver e ha appreso il modo in cui egli è giunto sulla loro isola, intravede ora un’altra, più plausibile spiegazione:

He […] affirmed, that the two Yahoos said to be first seen among them had been driven thither over the sea; that coming to land, and being forsaken by their companions, they retired to the mountains, and degenerating by degrees, became in process of time, much more savage than those of their own species in the country from whence these two originals came. (IV.9)

Si faccia attenzione a questo passo. Oltre ad ammettere che i due primi Yahoo dovettero arrivare nel paese dei cavalli in maniera analoga a quella in cui vi è arrivato Gulliver (il che implica che fossero anche loro degli esseri umani – con tutto ciò che ne consegue…), il passo ammette, sì, che gli Yahoo abbiano subito un processo di «degenerazione» che li ha fatti diventare quello che ora sono, ma esclude che tale processo sia stato in qualche modo causato dal massacro e dalla successiva schiavizzazione fatta loro subire dagli Houyhnhnm; al contrario, quella degenerazione non è stata altro che lo “spontaneo” deterioramento di una “natura” già di per sé tutta «selvaggia». Ora, siffatta esclusione mira a negare, cioè a rimuovere, anche solo l’idea: a) che gli Yahoo siano diventati quello che sono, bruti corpi destituiti di ogni parvenza di ragione, insomma bestie, perché sono stati resi tali dagli Houyhnhnms; b) che originariamente gli Yahoo non fossero ottusa bestialità bensì possedessero una qualche forma di ragione. Ora, questa seconda eventualità è molto più inquietante della prima. Perché mentre la prima getta solo un’ombra, non importa quanto fosca, sulle doti morali degli Houyhnhnm ma non contraddice il dogma fondamentale su cui poggia il loro intero “sistema” culturale e sociale, la seconda eventualità mina precisamente tale dogma smentendo nella maniera più netta e incontrovertibile non solo l’immagine che gli Houyhnhnm si sono costruiti degli Yahoo ma quella che si sono costruiti di sé stessi. Se infatti i due primi Yahoo giunti nella loro terra erano creature simili a Gulliver – nel quale gli Houyhnhnm, sia pure dopo molte resistenze, devono alla fine riconoscere «una specie di ragione (a species of reason)» –, allora essi erano anche creature razionali: lo erano loro e forse lo sono ancora i loro discendenti. Ma ciò significa che corporeità e razionalità non sono “naturalmente” incompatibili, come gli Houyhnhnm hanno sempre pensato e vorrebbero seguitare a credere. Il che a sua volta significa – ecco la conclusione più traumatica – che fra Yahoo e Houyhnhnm non c’è una sostanziale/naturale differenza (se non di struttura fisica): entrambi sono tanto corpo quanto ragione, vale a dire che gli Yahoo hanno in sé una “parte” Houyhnhnm e gli Houyhnhnm una “parte” Yahoo. Ma se ciò è vero, allora crollano tutti i pilastri su cui i cavalli hanno edificato la loro società, la loro cultura e la loro stessa idea di sé.
Questa è l’evidenza – inoppugnabile – del testo; e le sue conseguenze sull’interpretazione dell’intero viaggio sono rilevantissime. Anzitutto, quell’evidenza mostra che la leggenda degli Houyhnhnm relativa all’origine degli Yahoo è un mito ideologico costruito a posteriori dai primi per giustificare la condizione servile a cui hanno ridotto i secondi e legittimare, autorizzandolo nella natura, il loro dominio. In secondo luogo, essa mostra che, davanti alla smentita – provocata da Gulliver – di quel mito, gli Houyhnhnm compiono un gesto di difesa consistente nel rigetto di ciò che minaccia la loro self-image. In terzo luogo, essa mostra che Gulliver non si rende minimamente rende conto di ciò che implica la revisione di quel mito, e proprio perché non se ne rende conto può seguitare a credere a quanto gli Houyhnhnm gli hanno detto.
A questo punto, alcune prime conclusioni s’impongono. Se gli Yahoo, quando approdarono al paese dei cavalli, erano (simili a) esseri umani formati di corpo e ragione, e sono poi diventati solo bruti corpi destituiti (almeno apparentemente) di ogni lume di ragione, ciò è avvenuto perché la ragione è stata in loro prima negata e poi distrutta dagli Houyhnhnm. Ma – ecco – cosa ha indotto questi ultimi ad agire così? La risposta è semplice. Vittime anch’essi della hybris razionalistica da cui è afflitto Gulliver, i cavalli non hanno mai voluto accettare – non hanno mai voluto riconoscere dentro di sé – la propria “parte” corporea e l’hanno rimossa estroflettendola sugli Yahoo. I quali sono diventati i capri espiatori che hanno consentito – e tuttora consentono – ai cavalli di credere di essere quello che vogliono essere: pura razionalità non infetta dalla corporeità, virtù non inquinata dal vizio. Detto altrimenti, gli Yahoo hanno liberato gli Houyhnhnm della colpa di avere un corpo.
Nessuna rappresentazione però è perfetta – e tanto meno lo è una autorappresentazione. Nella self-image che i cavalli si sono costruiti e che trasmettono a Gulliver permane la traccia di ciò che essa ha occultato. E questa traccia è costituita appunto dalla violenza di cui gli Houyhnhnm danno prova nel corso della loro assemblea deliberando la “soluzione finale” da adottare nei confronti di Gulliver e degli Yahoo. La stessa violenza – già lo si è detto – che essi esercitarono in passato massacrando e schiavizzando gli Yahoo e che esercitano tuttora costringendoli a vivere in un regime di bestiale apartheid. La stessa violenza per gli stessi motivi. Dietro il piano di estinguere la specie Yahoo e, al tempo stesso, di cacciare Gulliver dal loro paese percepiamo infatti l’angoscia degli Houyhnhnm di fronte allo sgretolarsi di tutte loro convinzioni e al possibile collasso del loro mondo. La sola presenza di Gulliver, corpo dotato di ragione e dunque mostruoso ibrido composto di una “parte” Yahoo e una “parte” Houyhnhnm, li pone drammaticamente davanti al fatto – all’evidenza – che il great divide su cui la loro cultura e la loro società, la loro stessa idea di sé, si sono fondate e si reggono è una finzione che non tiene più. Se gli Yahoo erano originariamente – e forse sono ancora, sia pure in forma degradata e residuale – creature razionali, come possono i cavalli seguitare a considerarli altri da sé negando di avere alcunché in comune con loro?
Di conseguenza, posti di fronte al pericolo di doversi riconoscere negli Yahoo, agli Houyhnhnm non resta che un estremo gesto di difesa: far scomparire gli Yahoo dalla faccia della terra cancellando in tal modo l’immagine stessa di quell’“altro” – in procinto di non poter più essere visto tale – su cui essi hanno scaricato quanto era incompatibile con il loro voler essere. Detto altrimenti: agli Houyhnhnm non è più sufficiente estroflettere sugli Yahoo la propria “parte” corporea, e non lo è perché la presenza di Gulliver ha inceppato il meccanismo dell’estroflessione costringendo i cavalli a vedere nello specchio degli Yahoo il proprio doppio oscuro, cioè la semplice proiezione di qualcosa che anch’essi sono. Ma è precisamente a questo riconoscimento, a questa riappropriazione dell’“altro” da sé, che i cavalli resistono; e vi resistono nell’unico modo possibile: decidendo di rompere lo specchio, cioè di eliminare l’immagine stessa che la loro coscienza ha proiettato fuori di sé e che è diventata ormai qualcosa di intollerabile. Il capro espiatorio deve morire (ed essere sepolto) affinché il colpevole possa seguitare a vivere da innocente nel mondo. Facendo estinguere la specie degli Yahoo (e al tempo stesso espellendo Gulliver), gli Houyhnhnm avranno ottenuto di far scomparire dalla faccia della (loro) terra tutto ciò che può “ricordare” loro di non essere quello che vogliono essere e credono di essere.

4. Nel “sistema” Houyhnhnm-Yahoo, Gulliver rappresenta l’Unheimlich nell’esatto senso freudiano del termine. Lo rappresenta non tanto agli occhi degli Yahoo – che, se lo guardano con stupita curiosità (IV.1), lo riconoscono però immediatamente come uno di loro («Ho ragione di credere» deve ammettere Gulliver «che si immaginavano appartenessi alla loro specie» IV.8) – quanto agli occhi dei cavalli. Il primo che lo vede – racconta Gulliver – «s’adombrò un poco quando mi venne vicino, ma subito si riprese e mi guardò dritto in faccia con palesi segni di meraviglia» (IV.1). Meraviglia più che motivata. La forma fisica di Gulliver, infatti, è quella di uno Yahoo; però cammina eretto e il suo corpo, ricoperto di abiti (con tanto di guanti e stivali), non assomiglia al corpo di uno Yahoo. Ogni dubbio tuttavia scompare quando i cavalli lo sorprendono nudo: «ormai era chiaro: [per loro] io ero un perfetto Yahoo» (IV.3). Vero è, d’altra parte, che Gulliver non si nutre di carne cruda, è mite educato e pulito, insomma è uno Yahoo “diverso” dagli altri… Nondimeno, ciò che soprattutto turba i cavalli è la capacità di Gulliver di apprendere la loro lingua. Il linguaggio (abbiamo visto) è segno di ragione, e se Gulliver, imitando i suoni che ode, parla e si fa capire, vuol dire che è un essere (in qualche misura) razionale. Questo non può non inquietare i cavalli, perché mette in crisi le loro più radicate convinzioni. Corpo Yahoo dotato di ragione, Gulliver è un «prodigio» di natura (IV.6) simile tanto a uno Yahoo quanto a un Houyhnhnm. Precisamente questa doppia somiglianza è la cosa che più sgomenta i cavalli, perché in Gulliver essi devono ammettere la compresenza di ciò che fino a quel momento avevano ritenuto antitetico e incompatibile.
La loro prima reazione di difesa sarà allora la stessa a cui erano già ricorsi i dotti di Brobdingnag nel secondo viaggio. Costoro, dopo aver esaminato il corpo di Gulliver, avevano sentenziato che egli non poteva essere una creatura razionale, anzi, non poteva nemmeno essere una creatura naturale: «Furono tutti d’accordo che io non potevo essere il prodotto delle normali leggi di natura, poiché non ero formato in modo tale da potermi salvare la vita scappando o arrampicandomi sugli alberi o scavando buche nella terra» (II.3). Analogamente sentenziano gli Houyhnhnm: se è vero che Gulliver non può essere un autentico Yahoo perché il suo corpo è diverso (e anzi inferiore quanto a doti fisiche) rispetto a quello degli Yahoo (IV.7), è ancor più vero che proprio la sua forma corporea esclude che egli possa avere qualcosa di lontanamente paragonabile alla ragione degli Houyhnhnm (IV.6). Non solo. Udendo Gulliver parlare dell’Inghilterra, i dotti di Brobdingnag avevano negato che un simile paese potesse esistere (II.3), e ancora una volta lo stesso fanno gli Houyhnhnm: «Egli [sc. il cavallo che ospita Gulliver] sapeva essere impossibile che esistesse un simile paese al di là del mare o che un branco di bruti potesse far muovere a piacere sull’acqua un vaso di legno» (IV.3). Anche qui, la corrispondenza fra le due scene è perfetta: è un’altro di quei parallelismi che Swift introduce per scoronare gli Houyhnhnm ma che regolarmente sfuggono a Gulliver, il quale proprio perciò può seguitare ad ammirarli e a farsene un modello.
Nei confronti di Gulliver, dunque, gli Houyhnhnm si dimostrano altrettanto dogmatici ed “etnocentrici” dei great scholars di Brobdingnag su cui Gulliver si dimentica di avere a suo tempo ironizzato. Per gli uni e per gli altri, i limiti del loro sapere sono i limiti del mondo e le loro credenze sono verità fattuali. A differenza dei dotti di Brobdingnag, tuttavia, che, dopo aver escluso che Gulliver potesse essere il prodotto delle normali leggi di natura, si erano accontentati di definirlo un lusus naturae, gli Houyhnhnm devono alla fine ammettere che egli è dotato di una forma di ragione non dissimile dalla loro e che la razza a cui appartiene è una razza di creature razionali. Proprio questo però è intollerabile – intollerabile perché incompatibile con l’idea che essi si sono fatti della Ragione. Udendo il resoconto degli usi e costumi inglesi, lo Houyhnhnm che ospita Gulliver resta inorridito non meno di quanto lo era rimasto il re dei giganti. La ragione, che egli ha sempre identificato con la virtù, gli si rivela associata al vizio, anzi (Gulliver gli ha appena descritto alcune delle invenzioni scientifiche moderne fra cui quella della polvere da sparo) generatrice essa stessa di crimini spaventosi. Quella «degenerazione» che gli Houyhnhnm avevano ritenuto possibile solo in creature materiali e corporee come gli Yahoo, si rivela possibile anche in creature raziocinanti come la specie a cui Gulliver appartiene. Ma – ecco – ciò che è possibile per gli esseri di quella specie non è forse possibile anche per i razionalissimi e virtuosissimi Houyhnhnm?
Precisamente questo è lo spettro che ora si presenta ai loro occhi. Posti davanti a Gulliver, all’evidenza delle sue parole e della sua stessa persona, i cavalli dapprima si sforzano di negare (nell’esatta accezione freudiana del termine) che quella di Gulliver sia vera ragione: è solo – dicono –«un minuscolo frammento di Ragione» di cui gli esseri umani si servono «per aggravare i [loro] vizi (corruptions) naturali e acquisirne di nuovi che la Natura non aveva [loro] dato» (IV.7). Si tratta però di una difesa debole, come dimostra la reazione del cavallo che ospita Gulliver e gli fa da maestro: «Il mio discorso aveva accresciuto la sua ripugnanza per l’intera [nostra] specie e questo, disse, gli causava un turbamento della mente che non aveva mai provato prima» e che era tale da fargli temere che, se le sue orecchie col tempo si fossero abituate ad ascoltare «simili abominevoli parole [sc. quelle impiegate da Gulliver per descrivere i costumi della sua “specie”]», la sua mente avrebbe potuto  gradualmente accoglierle dentro di sé «con minore avversione» (IV.5). La frase è importante, perché segnala che le parole di Gulliver stanno cominciando ad agire sulla mente del suo maestro. La negazione sta cedendo e dalla smagliatura (ri)affiora qualcosa che turba la coscienza del cavallo facendo vacillare le sue certezze e incrinando la sua self-image: la rivelazione della “consustanzialità” di ragione e corpo, vizio e virtù. Come ultima difesa, allora, al maestro non resta che imporre silenzio alla voce dell’allievo: «my master commanded me silence».
La negazione, in effetti – Freud lo insegna[9] –, è la prima forma di ritorno del rimosso. Precisamente questo sta ora avvenendo negli Houyhnhnm. Gulliver non solo rappresenta una smentita di tutte le loro convinzioni, ma le sue parole stanno facendo riemergere alla loro coscienza qualcosa che essi avevano (appunto) rimosso. Perciò egli è un elemento di inquietudine crescente e di crisi sempre più drammatica. Se Gulliver non provocasse dentro di loro un turbamento intollerabile, i cavalli potrebbero benissimo integrarlo nel loro mondo – accettarlo nella loro coscienza – definendolo (come avevano fatto i dotti di Brobdingnag) un semplice lusus naturae: il “sistema” ideologico che governa il loro mondo non ne risulterebbe scardinato. Invece, proprio questo sta ora accadendo. E sta accadendo perché Gulliver è l’agente che “falsifica” quel sistema. Niente di ciò in cui fino a quel momento i cavalli hanno creduto è più vero: non è vera la separazione della ragione dal corpo, non è vera l’equazione ragione=virtù, non è vera l’idea di natura che essi si erano costruiti, etc. Di tutto questo i cavalli sono ora costretti a prendere atto. Di qui il loro smarrimento e la loro angoscia. Ma di qui, anche, la loro estrema, ultima resistenza: il rigetto di colui che rappresenta l’Unheimlich.
Accettare Gulliver, infatti, comporterebbe per i cavalli lasciar agire dentro di sé l’Unheimlich avviando con ciò stesso un processo di autocritica finalizzato alla riappropriazione di tutto ciò che essi hanno rimosso ed estroflesso: la loro corporeità e viziosità, le loro passioni pulsioni etc. Comporterebbe il riconoscersi negli Yahoo, o meglio riconoscere dentro di sé la propria “parte” Yahoo. Ma precisamente questo atto di (auto)riconoscimento è ciò a cui i cavalli resistono e che alla fine bloccano tacitando prima la voce di Gulliver e poi cacciandolo dal loro paese. Negare l’attendibilità delle sue parole non basta più: bisogna cancellare la sua stessa figura, eliminare la presenza di quell’essere la cui sola vista – non diversamente, ormai, da quella degli Yahoo – è diventata intollerabile. La decisione di bandire Gulliver viene presa, non a caso, nel corso della medesima assemblea in cui si delibera di castrare gli Yahoo e di estinguerne la razza. E in effetti i due gesti sono omologhi. L’espulsione di Gulliver ha lo stesso senso dell’estinzione degli Yahoo: ciò che è incompatibile con l’idea di sé che i cavalli vogliono tutelare deve essere (letteralmente) annientato. Espellendo Gulliver dal loro paese, affidandolo su una fragile canoa a un mare che essi ritengono deserto e infinito, i cavalli lo condannano a morte così come a morte hanno condannato gli Yahoo. Solo la morte di entrambi, infatti, solo la loro scomparsa dalla faccia della terra e dalla memoria stessa – quasi Gulliver non fosse mai giunto lì e gli Yahoo non fossero mai esistiti –, garantirà ai cavalli (o così essi sperano) la sopravvivenza del loro mondo e della loro stessa self-image.

5. Fin dal primo momento in cui s’imbatte negli Yahoo Gulliver – lo abbiamo già notato – li giudica esseri bestiali (brute beasts) e anche in seguito, quando dovrà riferirsi a loro, li designerà sempre e soltanto con termini animaleschi. Animalesco gli sembrerà per esempio il loro ululare e mugolare (howling, groaning), e questo perché Gulliver non sospetta mai – si rifiuta di sospettare – che dietro quei suoni ci possano essere dei significati, che quei ruggiti (roaring) siano una forma di linguaggio, e dunque che anche gli Yahoo posseggano quanto meno un germe (o piuttosto: un residuo) di ragione. Ai suoi occhi essi sono solo bruti corpi ripugnanti, aggressivi e violenti, escrementizi… In tal modo, per tutto il tempo della sua permanenza nel paese del cavalli, Gulliver farà suoi l’ottica degli Houyhnhnm e i loro (pre)giudizi. Ma li farà suoi perché già da sempre essi gli appartengono. Tutto ciò che sugli Yahoo Gulliver apprenderà dal cavallo che lo ospita non farà che confermarlo nelle sue più radicate convinzioni – vale a dire in quel disgusto della corporeità che egli aveva già manifestato nei tre viaggi precedenti. Non una sola volta Gulliver metterà in dubbio che gli Yahoo siano quello che gli appaiono e che la loro natura sia quella che gli Houyhnhnm dicono essere.
Ora, qui di nuovo il concetto freudiano di negazione torna utile per spiegare l’atteggiamento di Gulliver. Rifiutandosi anche solo di immaginare che gli Yahoo possano essere creature razionali, cioè negando che lo siano, che cosa nega in realtà Gulliver? Nega che siano simili a lui, che siano come lui. Ma questa negazione ne sottende un’altra, ovvero che lui sia simile a loro, che lui sia come loro. Gulliver nega, cioè, la propria “parte Yahoo”. È chiaro infatti che fin dal primo momento egli non ha potuto non rilevare la «somiglianza» (resemblance) tra la forma fisica degli Yahoo è la propria, tra il loro corpo e il suo; ma è precisamente questa somiglianza che lo turba («Their shape […] a little discomposed me» IV.1) e non può essere ammessa. Ammetterla, infatti, equivarrebbe a riconoscersi negli Yahoo, a riconoscersi nella loro sozzura incontinenza violenza etc., insomma in tutto ciò che è altro dall’ideale dell’Io con cui egli vorrebbe identificarsi – che vorrebbe diventare. Di conseguenza, Gulliver inizia subito a mettere in atto una strategia difensiva finalizzata a occultare – ai suoi stessi occhi ancor prima che agli occhi degli Houyhnhnm – quella somiglianza. La sua pelle non è forse liscia e glabra mentre quella degli Yahoo è ruvida e pelosa, le sue unghie non sono forse corte mentre quelle degli Yahoo sono lunghe e artigliate, la sua andatura non è forse eretta mentre quella degli Yahoo è curva come nelle scimmie?… Soprattutto, però, Gulliver conta sui vestiti per «distinguer[si] quanto più possibile da quella razza maledetta» (IV.3): sfoggia pantaloni e casacca, non si toglie mai né i guanti né gli stivali… Ricoperto di abiti, egli può convincersi – e può credere di convincere gli Houyhnhnm – di non avere nulla in comune con gli Yahoo. Gli abiti non sono forse il segno – e quindi la garanzia – della differenza dell’uomo civile (perché dotato di ragione) dall’uomo nudo che è “naturalmente” selvaggio (perché privo di ragione)[10]?
Ma gli abiti, è chiaro, sono solo una finzione: Gulliver per primo ne è consapevole. L’alterità che essi ostentano non è più che la maschera dietro cui si nasconde la nudità del corpo. Gli abiti che Gulliver caparbiamente indossa sono quindi la metafora della negazione che egli oppone alla propria corporeità, alla “parte Yahoo” che non vuole riconoscere dentro di sé. D’altro canto, così come la negazione è la prima forma di ritorno del rimosso, allo stesso modo, quanto più Gulliver si sforza di celare il suo corpo, tanto più esso spunta fuori sempre di nuovo. In nessun momento egli riesce a dimenticarne la presenza: una presenza che perentoriamente gli ingiunge di ammettere di essere simile a uno Yahoo, anzi di essere uno Yahoo. Si tratta di una pressione che, alla fine, non può più essere contenuta. Un giorno, mentre fa il bagno nudo in un fiume, Gulliver è sorpreso da una «giovane femmina Yahoo» che, «inflamed by desire» (o così Gulliver pensa), gli salta addosso con non equivoche intenzioni: «Mi abbracciò nel modo più disgustoso, al che io urlai con quanto fiato avevo in gola e il ronzino [che pascolava poco lontano] accorse al galoppo, e quella allora, sia pure con grande riluttanza, mollò la presa e balzò sulla riva opposta, dove rimase a fissarmi ululando per tutto il tempo che impiegai a rivestirmi» (IV.8). Di fronte a un’avance del genere, come può Gulliver seguitare a negare di essere (simile a) uno Yahoo? Se per lo Houyhnhnm che una volta lo aveva sorpreso nudo era da tempo chiaro «che io ero un perfetto Yahoo» (IV.3), «ora non potevo più negare di essere un vero Yahoo in ogni tratto e fattezza, dal momento che le femmine dimostravano una naturale propensione nei miei riguardi come se appartenessi alla loro specie» (IV.8). A dispetto della negazione rappresentata dai vestiti, l’identità fra Gulliver e gli Yahoo – la sua identità di Yahoo – si è imposta in maniera inoppugnabile in quella radice ultima della corporeità che è il sesso. L’orrore di Gulliver nei confronti degli Yahoo diventa allora orrore di sé stesso: «Quando mi capitava di contemplare il riflesso della mia forma in un lago o in una sorgente, distoglievo lo sguardo per orrore e disgusto di me stesso, e mi riusciva più facile tollerare la vista di uno Yahoo che della mia persona» (IV.10).
Ma proprio da questo «orrore e disgusto (horror and detestation)» prende avvio il gesto successivo di Gulliver: quello di rigettare il suo corpo. Lui che si è sempre vergognato di avere un corpo e ha inseguito l’utopia di una ragione depurata da ogni residuo di corporeità, ora – davanti a quei cavalli che di tale utopia gli sembrano la compiuta realizzazione – vorrebbe disfarsi della sua “parte” corporea, incompatibile con l’ideale di sé che si porta dentro. Nel preciso momento in cui, non potendo più negare la sua somiglianza con gli Yahoo, Gulliver sarebbe in grado di confutare i cavalli affermando l’inscindibilità di ragione e corpo, egli fa la scelta diametralmente opposta. L’orrore che, nel secondo viaggio, gli aveva provocato la vista dei corpi mostruosi (tali ai suoi occhi) dei giganti[11], è qui accresciuto non solo dal fatto che agli Yahoo manca anche quel poco di ragione che Gulliver aveva dovuto concedere ai giganti, ma soprattutto dal fatto che egli non può più vedersi e credersi, come invece era accaduto a Brobdingnag, incorporeo e immateriale. E come là non si era reso conto che il suo orrore era solo un effetto della sua ottica “lillipuziana” (nel paese dei giganti pulci e pidocchi non potevano non apparirgli grossi come maiali, II.4)[12], così qui non si rende conto che la deformità e brutalità degli Yahoo è solo il prodotto della violenza esercitata su di loro dai razionalissimi e virtuosi Houyhnhnm. Non rendendosene conto, Gulliver non può che riprodurre quella medesima violenza contro lo Yahoo che è in lui, vale a dire appunto contro il suo stesso corpo. Così facendo, egli spera di potersi trasformare in quello che – nonostante le ripetute (ma sempre ignorate) smentite fornitegli da Swift – ancora crede che gli Houyhnhnm siano: esseri di pura e perfetta ragione, animalia rationalia. Detto altrimenti: Gulliver crede di poter diventare anche lui un cavallo (o perlomeno qualcosa di simile a un cavallo).
Ora, se la follia – aveva scritto Swift in A Tale of a Tub – è la riduzione dell’essere umano a un’unica dimensione, allora non c’è dubbio che Gulliver è un folle. Personificando l’utopia del razionalismo, egli prefigura lo one-dimensional man che di quel razionalismo sarà l’esito ultimo. Sognando di restare per sempre nel paese dei cavalli e anzi di diventare (come) uno di loro, giacché il solo pensiero di tornare fra i suoi simili gli riesce insopportabile, Gulliver incarna l’abisso di follia solipsistica nel quale sprofonda – agli occhi di Swift – la hybris illuministica della Modernità. Follia come perdita della realtà e sua sostituzione con un Io e un mondo allucinati.

6. L’aspetto supremamente ironico del quarto viaggio, ma coerente con l’intentio satirica di Swift nei confronti del suo personaggio, è che Gulliver sprofondi nella follia proprio nel momento in cui crede di essere giunto al termine della sua quest e di aver trovato nel paese dei cavalli (di quei cavalli che nei manuali di filosofia scolastica del tempo figuravano come il prototipo dell’essere completamente sprovvisto di ragione[13]) il santo graal della Pura-e-Perfetta-Ragione-(e-Virtù). Come ciò sia potuto accadere – e quale futuro attenda Gulliver – aiuta a comprenderlo lo strumento della psicoanalisi, che qui si rivela di notevole efficacia.
La condizione di Gulliver nel paese degli Houyhnhnm può essere equiparata a quella dell’Io descritta da Freud: un Io premuto su un lato dall’Es e sull’altro dal Super-io. Non c’è dubbio infatti che gli Houyhnhnm fungano da Super-io nei confronti di Gulliver, offrendogli il modello che egli deve assimilare se vuole trasformare il suo ideale dell’Io in Io reale. Com’è noto, però, il Super-io non prescrive solo dei modelli ma impone anche dei divieti. Nel caso di Gulliver, modello prescritto è la razionalità mentre vietata è la corporeità (con tutto ciò che l’una e l’altra implicano). Di conseguenza, la vergogna che Gulliver prova nei confronti del proprio corpo sarà l’espressione della condanna che il suo Super-io (gli Houyhnhnm) pronuncia sul suo Io ancora infetto dall’Es (gli Yahoo). Da questa condanna, che Gulliver interiorizza, deriva la sua volontà di rigettare il proprio corpo, di sopprimersi in quanto corpo. In termini freudiani, il suo Io si sposta dalla parte del Super-io infierendo su di sé nella misura in cui si sente assediato dall’Es. Ma, come appunto scrive Freud, l’aggressività che l’ipermoralismo del Super-io esercita contro l’Io non è altro che l’erede dell’aggressività dell’Es[14]. Il quale dunque torna proprio in ciò che dovrebbe eliminarlo.
Queste indicazioni consentono di spiegare il comportamento di Gulliver non solo quando ancora risiede nel paese dei cavalli ma, soprattutto, dopo che ne è stato bandito. Una sequenza appare qui particolarmente significativa. Approdato su un’isoletta, Gulliver è sorpreso da un gruppo di indigeni che lo feriscono mentre cerca di fuggire sulla sua canoa: «prima che potessi essere sufficientemente al largo, mi tirarono una freccia che mi penetrò a fondo all’interno del ginocchio sinistro (ne porterò la cicatrice fino alla tomba)» (IV.11). Non sembra una forzatura eccessiva – anche alla luce di quanto seguirà – interpretare questa ferita come una castrazione simbolica. Ma, ecco, una autocastrazione. Nelle righe precedenti, infatti, non c’è nulla che indichi un’intenzione aggressiva da parte degli indigeni. È Gulliver che, folle di terrore, li provoca fuggendo. È lui, l’essere pacifico e razionale, che li vede come bruta violenza proiettando su di loro – analogamente a quanto aveva fatto con gli Yahoo – la propria violenza e aggressività nei confronti di sé stesso. Di conseguenza, la ferita che essi gli infliggono è in realtà una ferita che egli si infligge perché l’(auto)castrazione è l’unico mezzo col quale Gulliver può (credere di) liberarsi da quel corpo che gli impedisce di essere – di diventare – pura ragione. Se in termini freudiani questa sequenza può essere vista come una metafora della desessualizzazione che il Super-io impone all’Io, essa è però chiaramente una sorta di doppio della scena in cui l’assemblea degli Houyhnhnm ha deliberato l’estinzione degli Yahoo mediante castrazione. La fedeltà di Gulliver ai propri modelli non può esprimersi meglio che compiendo su di sé, sulla propria “parte Yahoo”, lo stesso atto che gli Houyhnhnm hanno deciso di compiere sugli Yahoo per disfarsene una volta per sempre
Ma non è solo questa sequenza a rappresentare lo spostamento dell’aggressività dell’Es entro il Super-io e la sua trasformazione in violenza e crudeltà contro l’Io. Il successivo comportamento di Gulliver nei confronti dei marinai che, trovatolo ferito sull’isoletta, devono usare la forza per portarlo a bordo della nave che lo ricondurrà in patria («Caddi in ginocchio supplicando che mi lasciassero libero, ma fu tutto invano e gli uomini, dopo avermi legato con delle corde, mi caricarono sulla scialuppa» IV.11), è quasi un’illustrazione della tesi di Freud secondo cui «quanto più un uomo padroneggia la propria aggressività, tanto più si accentua l’inclinazione aggressiva del suo ideale contro il suo Io». Fatto salire a bordo della nave, Gulliver viene trattato con gentilezza dal capitano, ma si rifiuta di parlargli («Rimasi cupo e silenzioso, e quasi svenivo all’odore suo e dei suoi uomini») e, alloggiato in una cabina, ne scappa cercando di buttarsi in mare; bloccato, accondiscende a rivolgere la parola al capitano «trattandolo come un animale che avesse qualche barlume di ragione», ma per l’intero viaggio rimarrà quasi sempre confinato nel suo alloggio evitando ogni contatto e la vista stessa dei marinai, nonché rifiutando di indossare gli abiti fornitigli perché aborre l’idea di «ricoprirsi con alcunché che fosse stato indossato da uno Yahoo» – lui che, quando lo hanno trovato, era ricoperto di pelli Yahoo! Sbarcato a Lisbona, si chiude in casa del capitano; la sola vista della gente che passa in strada lo terrorizza. Persuaso finalmente a uscire, «Mi accorsi che il mio terrore gradualmente scemava, mentre sembravano crescere l’odio e il disprezzo. Alla fine mi azzardai a uscire in compagnia [del capitano], ma tappandomi il naso con della ruta e a volte con del tabacco». Rientrato in patria, l’incontro con la moglie e i figli lo riempie di disgusto. «Disabituato da anni al contatto con quell’odioso animale», il bacio della moglie lo fa svenire. E poi ecco:

At the time I am writing it is five years since my last return to England: during the first year I could not endure my wife or children in my presence, the very smell of them was intolerable, much less could I suffer them to eat in the same room. To this hour they dare not presume to touch my bread, or drink out of the same cup, neither was I ever able to let one of them take me by the hand. The first money I laid out was to buy two young stone-horses, which I keep in a good stable, and next to them the groom is my greatest favourite; for I feel my spirits revived by the smell he contracts in the stable. My horses understand me tolerably well; I converse with them at least four hours every day. They are strangers to bridle or saddle, they live in great amity with me, and friendship to each other. (IV.11)

Non ci sarebbe bisogno di commentare questi passi, che illustrano la follia in cui Gulliver è precipitato, se non per trovarvi la conferma delle tesi freudiane. Il comportamento di Gulliver, infatti, è un continuo atto di violenza che il suo Super-io esercita nei confronti del suo Io. Se gli Houyhnhnm incarnano – come qualcuno ha suggerito – l’austerità della morale stoica, l’intenzione di Swift, nel momento in cui ce ne mostra gli effetti su Gulliver, non può certo dirsi un’esaltazione o una riproposta di essa; al contrario, è una denuncia dei suoi esiti nevrotizzanti. L’orgoglio stoico del dominio della ragione sulle passioni del corpo – così come ogni altro orgoglio razionalistico –, presumendo di liberare l’uomo dal bathos della materia per innalzarlo all’hypsos dello spirito, non fa che sprofondarlo nell’abisso della follia. Scatenando una guerra fra le diverse facoltà dell’essere umano, esso consegna la coscienza, non già all’imperturbabile e serena atarassia, bensì alla psicosi allucinatoria e alla perdita di realtà. Di ciò il destino di Gulliver una volta rientrato in patria è l’illustrazione perfetta – e Freud ne è l’adeguato commento.
Altri tocchi, però, vanno aggiunti al ritratto di Gulliver quale si delinea alla fine del viaggio (e dei viaggi): tocchi, ancora una volta, freudiani. Alla notizia della sua espulsione dal paese dei cavalli, Gulliver sviene; ripresosi, parte su una canoa che si è costruita con le sue mani e medita di relegarsi in un’isoletta deserta dove possa vivere in solitudine: «Nella solitudine a cui aspiravo avrei potuto almeno godere dei miei pensieri e riflettere con infinito piacere sulle virtù di quegli inimitabili Houyhnhnm senza correre il rischio di ricadere nei vizi e nella corruzione della mia specie» (IV.11). Sono parole significative, queste, perché ci mostrano il narcisismo di Gulliver. Nell’Introduzione al narcisismo Freud scrive che l’ideale dell’Io è «il sostituto del narcisismo perduto nell’infanzia»; e nel saggio «Nevrosi e psicosi», riferendosi ai conflitti fra Io e Super-io, aggiunge che si tratta appunto di «nevrosi narcisistiche». Nel narcisismo, la libido «sottratta al mondo esterno è stata diretta sull’Io»[15]. Ora, precisamente questo riscontriamo in Gulliver: il suo desiderio di non tornare più fra gli essere umani, il credere di potersi identificare con gli Houyhnhnm, il vivere separato dai suoi simili sentendosi superiore ad essi, sono tutte manifestazioni narcisistiche. Prima l’isoletta, poi la cabina, quindi la casa e infine la stalla in cui da ultimo si rinchiude rappresentano altrettante metafore di un Io che si è ripiegato su sé stesso ritirando dalla realtà la libido per rivolgerla su di sé. L’(auto)castrazione fonda il solipsismo di Gulliver, cioè appunto il suo (nevrotico) narcisismo.
Nel saggio «La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi» Freud afferma che, nella nevrosi, «l’Io, nella sua dipendenza dalla realtà, reprime una componente dell’Es […] mentre nella psicosi questo stesso Io, ponendosi al servizio dell’Es, si ritrae da una parte della realtà». Tuttavia, aggiunge Freud, anche la repressione della vita pulsionale – che è ordinata dal Super-io – non lascia intatta la realtà, bensì si traduce nella sua perdita. Come nella psicosi, infatti, anche nella nevrosi, «non mancano i tentativi di sostituire la realtà indesiderata con una realtà più consona ai propri desideri. La possibilità di far questo è offerta dall’esistenza del mondo della fantasia»[16]. Questo accenno alla fantasia è importante e vi torneremo nel prossimo paragrafo. Per il momento, è sufficiente osservare come la nevrosi, limitando l’Es, faccia perdere all’Io il contatto con pezzi della realtà, a cui viene sostituita una “realtà” immaginaria – analogamente a quanto accade nella psicosi, che bilancia la perdita di realtà «con la creazione di un’altra realtà» allucinatoria, pur se «il nuovo fantastico mondo esterno della psicosi vuole prendere il posto della realtà esterna», mentre quello della nevrosi «si appoggia di buon grado a una parte della realtà»[17]. O detto altrimenti: la nevrosi non nega la realtà, solo non ne vuol sapere; la psicosi invece la nega e cerca di sostituirla. In ambedue i casi, però, vi è una perdita di realtà a cui si ovvia con una sostituzione di realtà.
Ora, queste frasi chiariscono perfettamente la condizione di Gulliver dopo il suo ritorno in patria. Le imposizioni del suo Super-io hanno determinato in lui una frattura nei confronti del mondo reale (la moglie, i figli, i suoi simili, etc.) a cui egli sostituisce un “altro” mondo: quello della stalla e dei cavalli. Se questo “altro” mondo non è completamente allucinatorio bensì poggia su elementi reali, è però pur sempre una loro allucinazione, perché li de-realizza trasformandoli in elementi di un mondo immaginario. La follia razionalistica di Gulliver, che rifiuta il contatto con tutto ciò che gli riporta alla mente l’immagine degli Yahoo e della sua stessa “parte Yahoo”, può ben dirsi una «follia allucinatoria» nel senso esatto definito da Freud: respingendo quell’immagine, il suo Io «si strappa alla rappresentazione incompatibile», ma poiché questa «è inseparabilmente connessa a un pezzo di realtà», il suo Io «strappandosi ad essa, si strappa dunque, in tutto o in parte, anche dalla realtà»[18] chiudendosi in un universo fantastico.
Volendo, potremmo chiamare “malinconia” la sindrome di cui Gulliver soffre. Scrive Freud che nella psiconevrosi narcisistica della malinconia «troviamo che il Super-io ultrapotente che si è accaparrato la coscienza infuria violentemente e senza pietà contro l’Io, come se si fosse impossessato di tutto il sadismo disponibile nell’individuo. Secondo la nostra concezione del sadismo, dovremmo dire che la componente distruttiva si è depositata nel Super-io e viene utilizzata contro l’Io. Ciò che ora predomina nel Super-io è una sorta di coltura pura della pulsione di morte, la quale, in effetti, riesce abbastanza spesso a spingere l’Io alla morte a meno che l’Io non si difenda per tempo dal proprio tiranno mediante la conversione in mania»[19]. Ora, mania non è forse il rifugiarsi di Gulliver nella stalla fra i suoi cavalli? Maniaci non sono forse tutti quei gesti (turarsi il naso con aromi, mangiare e bere da piatti e bicchieri “riservati”, etc.) che gli consentono di sopravvivere in un mondo che egli ritiene peggiore della morte?
Non solo. Sempre Freud scrive che nella nevrosi «la perdita di realtà si riferisce proprio a quel frammento della realtà in forza delle cui richieste la rimozione pulsionale si era prodotta»[20]. Ora, precisamente questo riscontriamo in Gulliver. L’aspetto più paradossale (e certamente il più sottolineato da Swift) del suo comportamento una volta tornato fra gli esseri umani è che proprio lui, l’utopista della Ragione, è cieco di fronte a quanto di ragionevole gli esibisce il mondo che lo circonda. I marinai che lo salvano lo trattano con «grande umanità» (IV.11), ma Gulliver «per tutto il tempo trem[a] pieno di odio e paura»; il capitano della nave è persona «estremamente cortese e generosa» che lo assicura che farà di tutto per essergli utile, ma queste qualità vengono da lui  completamente misconosciute. Se Gulliver deve ammettere che don Pedro (questo il nome del capitano) ha un «un eccellente intelletto umano», la sottolineatura implica che quell’intelletto (understanding) non può reggere il paragone con la suprema, perfetta ragione dei cavalli, cioè non è vera ragione. Analoga la reazione di Gulliver di fronte all’affetto che gli dimostrano i famigliari e che egli respinge perché convinto che chi è corpo e quindi vizio non può “naturalmente” possedere ragione e virtù. Quegli stessi valori in forza dei quali si è “castrato” vengono ora da lui disconosciuti: e non solo, si badi, nel senso che non li vede più attorno a sé, ma soprattutto nel senso che non li realizza in sé. Nel momento in cui più si crede prossimo a diventare (come) uno Houyhnhnm, Gulliver regredisce – senza accorgersene – fino ad essere (come) uno Yahoo.
Così infatti Swift ce lo presenta nella sequenza della sua espulsione dal paese dei cavalli (IV.10). La canoa su cui – disperato – egli prende il largo è ricoperta di pelli Yahoo, la vela è formata dallo stesso materiale e le falle sono turate con sugna di Yahoo. Approdato all’isoletta di cui si è detto, Gulliver si nutre di molluschi crudi, ostriche e frutti di mare perché ha paura che il fuoco attiri gli indigeni. Ai marinai che lo scoprono, appare come un selvaggio: «Mi fissarono per un po’ stupiti del mio strano e rozzo vestimento, della mia giacca fatti di pelli [di Yahoo], delle scarpe dalla suola di legno e delle calze pelose» (IV.11)[21]. La sua voce suona, ormai, come un nitrito. Sulla nave che lo riporta in patria si comporta come un selvaggio, dormendo per terra e rifiutando di vestirsi con gli abiti che gli vengono dati. Tornato a casa, passa le sue giornate nella stalla «conversando» con i suoi cavalli, cioè appunto nitrendo insieme a loro… Proprio lui, l’uomo che voleva sublimarsi a immateriale ragione, si rivela materialissimo corpo: lui che sull’esempio degli Houyhnhnm credeva di essersi liberato di ogni debolezza sentimentale, si rivela invece preda della più irrazionale emotività: ha paura, trema, si dibatte, sviene[22]… Come non dire, allora, che al suo culmine la pura razionalità si rovescia in bruta corporeità?
Il tratto forse più sintomatico di questa regressione lo troviamo là dove Gulliver riferisce che, fra tutti i vizi degli esseri umani, quello che più gli risulta – ora – intollerabile è l’orgoglio: «I saggi e virtuosi Houyhnhnm, nei quali abbondano tutte le più alte qualità che possono adornare una creatura razionale, non hanno alcun nome per questo vizio nella loro lingua. Essa infatti non include alcun termine che esprima ciò che è male, tranne quelli che designano le abominevoli qualità degli Yahoo, fra cui gli Houyhnhnm non sono riusciti a scoprire il vizio dell’orgoglio, certo a causa di una inadeguata comprensione della natura umana quale si manifesta negli altri paesi in cui quell’animale è la specie dominante» (IV.12). Ma, ecco, non è forse proprio l’orgoglio il vizio di Gulliver: di lui che, ammaestrato dagli Houyhnhnm e convinto di essere ormai diventato come loro, respinge gli altri uomini e vive fra i cavalli credendosi immune dai difetti dei suoi simili? Se l’orgoglio è il vizio massimo, non è forse anche il peccato capitale di Gulliver, quello che lo rende addirittura peggiore degli Yahoo? Non è forse, proprio l’orgoglio, il segno della contraddizione che egli si porta dentro e che non può eliminare bensì solo occultare? Non è forse l’orgoglio la passione della ragione?  E dunque non sta forse Gulliver, ancora una volta, rimuovendo dalla propria identità ciò che è incompatibile con l’immagine di sé che vuole nutrire?

7. C’è un altro aspetto di questo orgoglio su cui vale la pena soffermarsi. Se fra le virtù degli Houyhnhnm vi è l’incapacità di mentire, Gulliver, diventando (come) uno di loro, avrà anche “dimenticato” cosa sia la menzogna. E difatti, nell’ultimo capitolo, egli dichiara l’assoluta veridicità della propria relazione: «Così, gentile lettore, ti ho presentato una storia fedele dei miei viaggi, durati sedici anni e poco più di sette mesi; una storia nella quale non mi sono curato di ornamenti quanto della verità» (IV.12). A differenza degli altri viaggiatori, che hanno infarcito i loro resoconti di «invenzioni favolose» e «falsità grossolane» turlupinando (abusing) la buona fede di lettori creduloni, Gulliver protesta: «Io mi sono imposto come regola da cui non deviare mai quella di attenermi rigorosamente alla verità». Una verità che non può essere – data la concezione del linguaggio propria degli Houyhnhnm e mutuata da Gulliver – se non la perfetta corrispondenza delle parole ai fatti: «Io ho scelto di riferire solo dati di fatto (plain matter of fact) nella maniera e con lo stile più semplici possibile, giacché il mio principale intento era quello di informarti [sc. gentile lettore], non quello di divertirti». Il racconto di Gulliver, pertanto, sarà un resoconto assolutamente veritiero, una descrizione di cose viste e vissute, «così che posso giustamente proclamarmi un autore esente da ogni possibile rimprovero (perfectly blameless)».
D’altra parte, come la concezione del linguaggio degli Houyhnhnm era contraddittoria e il loro vanto di non poter mentire era millantato credito, così ora dobbiamo aspettarci che anche le professioni di veridicità di Gulliver non siano esenti da contraddizioni. Già più di un critico ha notato, per esempio, che i Gulliver’s Travels presentano delle incongruenze geografiche, cronologiche e metriche. Se ci atteniamo ai dati forniti da Gulliver sulla collocazione geografica del regno di Brobdingnag, esso dovrebbe situarsi nel nord del Pacifico; ma da altre indicazioni che egli dà alla fine del suo soggiorno, quando viene rapito da un’aquila che lo lascia poi cadere in mezzo al mare, sembra che Brobdingnag sia da tutt’altra parte, negli Stati Uniti se non addirittura in Germania! Ancora: a Lilliput la riduzione metrica è di 1 a 12; ma in diversi casi – come nella scena (I.3) in cui uno squadrone di cavalleria compie le sue evoluzioni sul fazzoletto di Gulliver – tale rapporto risulta violato. Disattenzioni di Swift? Difficile crederlo. Più probabile che egli abbia volutamente inserito queste incongruenze non solo per irridere, parodizzandoli, i viaggiatori e i geografi del tempo – e con essi i lettori che si lasciavano turlupinare da essi –, ma anche e soprattutto per falsificare le asserzioni di veridicità del suo personaggio.
Ulteriori contraddizioni saltano però agli occhi. Nell’ultimo capitolo Gulliver afferma di aver scritto la sua relazione per il «nobilissimo fine» di istruire e migliorare gli uomini. Ma gli uomini non sono forse Yahoo, e non aveva forse detto Gulliver che gli Yahoo sono unteachable? E infatti, nella Letter from Capt. Gulliver to his Cousin Simpson anteposta a una successiva edizione dei Viaggi Gulliver, se da un lato ribadisce di aver avuto a cuore l’«emendamento» dei suoi lettori, dall’altro riconosce che gli esseri umani sono «incapaci di emendarsi» – pur aggiungendo che si era «ragionevolmente aspettato (I had reason to expect)» che si emendassero (?!). Non solo: sempre nella Lettera al cugino, dopo aver ricordato che gli ci vollero ben due anni, vivendo in mezzo agli Houyhnhnm, per perdere il vizio di mentire – così come, è lecito presumere, ogni altro vizio –, Gulliver confessa di aver nutrito la speranza che sette mesi sarebbero stati sufficienti ai suoi lettori (esseri umani = Yahoo) per correggere i loro vizi – fra cui, presumibilmente, anche quello della menzogna – e, quasi sorpreso, si rammarica di non rilevare alcun segno di miglioramento dopo sei mesi dalla pubblicazione della sua relazione!
Non basta. Se «precetti ed esempi» sono del tutto inefficaci a «emendare» gli esseri umani in quanto la loro natura Yahoo non contiene «la benché minima predisposizione alla virtù e alla saggezza», è lecito chiedersi come abbia fatto lui, Gulliver, che è un essere umano e quindi uno Yahoo, a emendarsi grazie ai precetti e agli esempi degli Houyhnhnm. I casi, qui, sono due. O non si è emendato e la sua pretesa di esserci riuscito è pura e semplice illusione frutto di orgoglio, oppure la sua convinzione – che deriva da quella degli Houyhnhnm – che gli Yahoo sono unteachable è sbagliata: ma allora non solo la sua ragione bensì anche quella degli Houyhnhnm è fallibile. Certo, nella Lettera al cugino Gulliver ammette di essere peggiorato da quando ha rimesso piede in Inghilterra: «Devo sinceramente confessare che, da quando sono tornato, alcune delle corruzioni della mia natura Yahoo si sono risvegliate dentro di me a causa dei contatti che non ho potuto evitare con alcuni esemplari della vostra specie [vostra: come se Gulliver non facesse più parte di quella specie!], in particolare i miei famigliari». Ma allora con quale diritto Gulliver si definisce «perfectly blameless»? E soprattutto: fra i vizi che si sono «risvegliati» dentro di lui non ci sarà forse anche quello di mentire? Non sarà forse, anzi, proprio l’asserzione di veridicità – il vanto di non saper/poter (più) mentire – la suprema menzogna di Gulliver?
La risposta ce la dà un passo dell’ultimo capitolo nel quale Gulliver, al fine di avvalorare la propria veridicità, cita due versi (di cui ovviamente tace la fonte[23]): «Nec si miserum Fortuna Sinonem / Finxit, vanum etiam mendacemque improba finget». Li cita senza ricordarsi che queste parole sono pronunciate da un bugiardo e che l’asserzione di veridicità di Sinone è solo una finzione interessata il cui scopo è di trarre in inganno i Troiani persuadendoli a portare dentro le mura di Troia il fatale cavallo. Ora, Swift mette in bocca a Gulliver le parole di Sinone proprio perché vuole farlo apparire a sua volta un bugiardo. Un bugiardo che però, a differenza di Sinone, non sa di esserlo e inganna i suoi lettori convinto – da quel grullo che è (Gulliver = gullible)[24] – di star dicendo loro la verità tutta la verità nient’altro che la verità. I quali lettori, se crederanno alle sue parole così come i Troiani credettero a quelle di Sinone, diventeranno anch’essi folli come lo è diventato lui, Gulliver, credendo alle parole degli Houyhnhnm.
Nella nevrosi – ha scritto Freud in un passo che abbiamo già citato ma che conviene riprodurre – «non mancano i tentativi di sostituire la realtà indesiderata con una realtà più consona ai propri desideri. La possibilità di far questo è offerta dall’esistenza del mondo della fantasia». Non potrebbe esserci epigrafe migliore per la storia di Gulliver. È indubbio infatti che, lungi dall’essere plain matter of fact, la rappresentazione che egli ha fornito del mondo dei cavalli è il prodotto di una fantasia manipolatrice che ha distorto la realtà (qualunque essa sia) di quel  mondo. Se, a dispetto degli indizi che pure gli sono stati offerti, Gulliver non ha saputo riconoscere la vera identità degli Houyhnhnm (e degli Yahoo), è perché la sua immaginazione le ha trasfigurate per farle coincidere col miraggio della sua utopia. Che Gulliver inizi a stendere il racconto dei suo viaggi dopo essere tornato in patria, non è privo di significato: la rievocazione dell’incorrotto e perfetto mondo dei cavalli gli serve da compensazione all’imperfetto e corrotto mondo degli esseri umani nei quali è costretto a vivere. Anche per Gulliver, insomma, la funzione dell’immaginario è di risarcire dal reale – proprio come ha scritto Freud nella frase appena citata. (In questa prospettiva, fa senso che il quarto viaggio, pur composto prima del terzo, sia stato collocato dopo di esso come ultimo viaggio. La fantasia – se non il sogno – di un paese in cui scoprire che l’utopia è realtà, è ciò che risarcisce Gulliver dalla disillusione dei viaggi precedenti.) E tuttavia è proprio qui che cogliamo la contraddizione finale che sigilla la vicenda di Lemuel Gulliver e il suo stesso racconto. La Ragione che egli ha inseguito nelle più remote regioni della terra viene finalmente raggiunta e posseduta sub specie fictionis, cioè grazie all’esercizio della Fantasia che inventa un paese immaginario al termine di un viaggio esso stesso (forse) immaginario. Ecco l’ultimo, supremo paradosso finale che attende Gulliver al varco. L’utopia della perfetta razionalità può realizzarsi solo mediante un atto – e nello spazio – di quell’Immaginazione che è l’altro dalla Ragione. Quanto dire che la Ragione è il sogno dell’Immaginazione, ossia proprio di quella facoltà che traendo origine dal corpo ad esso sempre rimanda.

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Appendice

La lingua dei cavalli

Le conclusioni raggiunte nelle pagine che precedono trovano conferma nei capitoli dedicati al sistema linguistico degli Houyhnhnm (IV.3-4). Data l’importanza che Gulliver gli attribuisce, vale la pena dedicargli un’analisi specifica.
Se, come abbiamo visto, ragione e linguaggio sono due facce della stessa medaglia, ne consegue che la perfetta razionalità (e virtuosità) degli Houyhnhnm non può che riflettersi nella struttura e nel funzionamento della loro lingua. Le parole – ritengono i cavalli – rimandano a idee che a loro volta rimandano a cose reali. Le semantica degli Houyhnhnms è dunque quella della tradizione aristotelica che arriva fino al famoso triangolo di Ogden e Richards. La parola esprime il concetto che rappresenta la cosa – ovvero, come aveva scritto Bacone nell’Advancement of Learning (I.iv.3), «words are but images of matter». Il linguaggio, quindi, “dice” il mondo e i confini dell’uno sono i confini dell’altro. Non vi è nulla di reale che non venga detto dal linguaggio una volta che la mente l’abbia pensato; e non vi è nulla che il linguaggio dice e la mente pensa che non sia reale – che non lo sia tale quale viene pensato dalla mente e detto dal linguaggio. Pensare e parlare equivale, per gli Houyhnhnm, a rappresentare e comunicare dati di fatto: «il linguaggio (speech) serve per farci intendere l’un l’altro e per ricevere informazioni relative a fatti (information of facts)» (IV.4).
Possiamo partire da questa citazione – affiancandogliene subito un’altra. Nella History of the Royal Society (1667) Thomas Sprat, polemizzando col linguaggio barocco diffuso nella cultura del tempo, aveva auspicato che si tornasse al «modo naturale di parlare», cioè alla «primitiva semplicità e concisione [del linguaggio], quando gli uomini designavano le cose con un ugual numero di parole (when men deliver’d so many things, almost in an equal number of words)»[25]. È questa concezione del linguaggio che Swift prende in giro nel terzo viaggio quando fa visitare a Gulliver una sezione dell’accademia di Lagado nella quale si studiano progetti per riformare la lingua[26]. Uno di tali progetti, basato sul principio che «le parole sono solo nomi di cose», consiste nell’abolire le parole per comunicare direttamente con le cose: «Vidi spesso due di quei saggi che, simili ai nostri mendicanti, se ne andavano curvi fin quasi a terra sotto il peso dei loro fardelli, e quando si incontravano per strada aprivano i loro sacchi e conversavano così per un’oretta, dopo di che rimettevano via le loro cose, si aiutavano a vicenda a caricarsi i sacchi in spalla e si salutavano riprendendo il cammino» (III.5). Al di là della parodia dei progetti di riforma linguistica promossi della Royal Society, ciò che importa rilevare, qui, è la corrispondenza fra questa concezione del linguaggio e quella degli Houyhnhnm. Si tratta di una delle tante corrispondenze – e non certo la minore – fra il quarto viaggio e i tre precedenti che Swift introduce per mettere in guardia i lettori nei confronti della (presunta) eccellenza degli Houyhnhnm, ma che, non meno delle altre, sfugge clamorosamente a Gulliver, il quale proprio perciò può vedere nella teoria linguistica degli Houyhnhnm la riprova della loro «naturale perfezione».
Per gli Houyhnhnm, dunque, le parole designano fatti… Ma fatti non sono solo le cose visibili e tangibili del mondo esterno, bensì lo sono anche le “cose” del mondo interno, cioè le qualità morali; e lo sono perché gli Houyhnhnm le ritengono dati inscritti nella natura medesima di un essere. Per questo motivo, constata Gulliver, la loro lingua manca non solo dei termini designanti oggetti eventi e situazioni inesistenti nel loro mondo (navi, armi, guerre, etc.), ma anche di termini designanti l’amore, il desiderio, la paura, la tristezza e così via, insomma tutte le passioni “irrazionali” (e i relativi vizi) che derivano dal corpo. Che quei termini non compaiano nel dizionario della lingua Houyhnhnm, è logico: perché se la lingua deve riflettere la realtà del mondo (esterno e interno), essa non può dire ciò che quella realtà non comprende. Non può dirlo la lingua degli Houyhnhnm così come – argomenta Gulliver – non può pensarlo la loro mente. Creature perfettamente razionali e virtuose, gli Houyhnhnm lo sono a tal punto che non possono nemmeno concepire l’idea di ciò che è vizioso o irrazionale. Se infatti la concepissero – e concependola la designassero con uno specifico termine –, ciò significherebbe che la loro mente può albergare dentro di sé l’altro da quella (perfetta) razionalità e virtuosità che costituisce la loro naturale identità.
Ora si badi: se questa è la conclusione che, nella sua infatuazione, Gulliver trae dal sistema linguistico degli Houyhnhnm, è poi lui stesso a contraddirla nel momento in cui racconta delle conversazioni avute col cavallo che lo ospita. Parlando con lui nella sua lingua, Gulliver deve ricorrere a perifrasi per fargli “capire” – cioè per fargli concepire le idee di – tutta una serie di cose (crimini, vizi, passioni, etc.) per le quali la lingua Houyhnhnm non ha i corrispondenti termini. E il cavallo capisce Gulliver: ascoltandolo, la sua mente si forma «un’idea adeguata (arrived at a competent knowledge)» di ciò a cui quelle perifrasi si riferiscono (IV.4). Ma questo – ecco – non significa forse che i cavalli possono pensare anche cose per le quali nel loro vocabolario mancano i rispettivi termini? Se non lo potessero, non capirebbero Gulliver – e invece lo capiscono. Di conseguenza, la pretesa di Gulliver che l’assenza di certi termini implichi che gli Houyhnhnm non possono (per natura) concepire le cose che quei termini designano, viene a cadere. Viene a cadere, cioè, l’illusione del rapporto speculare fra parola idea e cosa in forza del quale Gulliver può credere – e vorrebbe far credere ai suoi lettori – che gli Houyhnhnm ignorino passioni vizi crimini etc. per il semplice fatto che il loro vocabolario non include i relativi lemmi. Proprio il racconto di Gulliver mostra, al contrario, che la loro mente può tranquillamente pensare ciò che egli presume le risulti impensabile. Ma il fatto che possa pensarlo non autorizza forse il sospetto che, espungendo determinati termini dal loro vocabolario, i cavalli abbiano semplicemente tentato di rimuovere dalla loro coscienza ciò che era incompatibile con l’idea di sé che si erano costruiti e volevano accreditare?
Sopra abbiamo suggerito di vedere negli Yahoo l’estroflessione che gli Houyhnhnm hanno compiuto della loro “parte Yahoo”. Una conferma di tale ipotesi la fornisce il fatto che la loro lingua non comprenda termini designanti qualità negative.

I know not whether it may be worth observing, that the Houyhnhnms have no word in their language to express anything that is evil, except what they borrow from the deformities or ill qualities of the Yahoos. Thus they denote the folly of a servant, an omission of a child, a stone that cuts their feet, a continuance of foul or unseasonable weather, and the like, by adding to each the epithet of yahoo. For instance, hhnm yahoo, whnaholm yahoo, ynlhmnawihlma yahoo, and an ill-contrived house, ynholmhnmrohlnw yahoo. (IV.9)

Non c’è quasi bisogno di aggiungere commenti. Se la lingua degli Houyhnhnm deve essere lo specchio nel quale si riflette la «perfezione della [loro] natura», essa non può includere alcun termine che designi imperfezioni o qualità negative. Le quali, di conseguenza, verranno espresse mediante perifrasi che chiamano in causa gli Yahoo. Perifrasi la cui funzione è di segnalare che quelle imperfezioni sono ignote ai cavalli, estranee alla loro identità, e perciò assenti nel loro vocabolario. È chiaro, d’altra parte, che ricorrendo a questo artificio linguistico gli Houyhnhnm non fanno che scaricare sugli Yahoo quel negativo che non vogliono riconoscere in sé stessi. Una volta espunto dal loro sistema linguistico «tutto ciò che è male», i cavalli possono illudersi che esso non abbia nulla a che fare con loro, non “appartenga” (anche) a loro. L’assenza della parola finge l’assenza della cosa. E tuttavia, la perifrasi che sostituisce la parola cancellata è la traccia della cancellatura effettuata – è la “cicatrice” dell’operazione (nel senso chirurgico del termine) che i cavalli hanno compiuto su di sé per liberarsi di tutto ciò che non era compatibile con il loro voler essere.
A questo punto, le tesi freudiane sul nesso fra rimozione/repressione di determinati contenuti e dimenticanza delle rispettive «rappresentazioni verbali» aiutano a mettere a fuoco tanto l’operazione compiuta dagli Houyhnhnm quanto l’effetto che le parole di Gulliver producono su di loro. Nella Psicopatologia della vita quotidiana Freud nota come spesso la repressione di un contenuto della coscienza avvenga mediante l’oblio dei termini che lo designano[27], e nel posteriore saggio «L’inconscio» che avrebbe dovuto far parte della Metapsicologia, tornando sulla questione del rapporto fra linguaggio e repressione/rimozione, Freud scrive: «la rappresentazione conscia comprende la rappresentazione della cosa più quella della parola corrispondente, mentre la rappresentazione inconscia è la rappresentazione della cosa soltanto», aggiungendo subito dopo che ciò che «la rimozione ricusa nelle nevrosi di traslazione [è] la traduzione in parole destinate a restare congiunte con l’oggetto. La rappresentazione non tradotta in parole […] resta nell’Inc. in uno stato di rimozione»[28]. Se ora applichiamo questi rilievi al sistema linguistico degli Houyhnhnm, possiamo dire che esso si è edificato sulla base di un doppio e complementare gesto di ricusazione: da un lato i cavalli hanno bloccato la traduzione in parole di contenuti incompatibili con la loro self-image, dall’altro lato hanno proiettato quegli stessi contenuti al di fuori di sé e per designarli ricorrono a perifrasi che consentono loro di disconoscerli nel momento stesso in cui li enunciano.
In questa prospettiva diventa più chiaro anche l’effetto prodotto sui cavalli dalle parole di Gulliver. Quando, impiegando circonlocuzioni e metafore, egli descrive passioni vizi desideri etc. per i quali non esistono termini nella loro lingua, e i cavalli a poco a poco riescono a farsene un’idea, che altro sta facendo Gulliver se non “richiamando” alla loro mente dal loro stesso inconscio contenuti che essi hanno rimosso? Le perifrasi che egli usa – e che involontariamente insegna loro a usare – consentono a tali contenuti di risalire fino a quella soglia del linguaggio (e del pensiero) dove possono diventare coscienti. Scrive infatti Freud che un contenuto inconscio può diventare (o ridiventare) cosciente solo venendo (o tornando) in contatto col linguaggio, ossia «attraverso il collegamento con le relative rappresentazioni verbali». Rappresentazioni verbali, aggiunge Freud, che sono «residui mnestici», cioè residui di parole che la rimozione ha fatto “dimenticare” ma che, come tutti i residui mnestici, «possono ridiventare coscienti»[29]. Non è forse questo il caso degli Houyhnhnm, che ascoltando Gulliver si avviano a ritrovare i «residui mnestici» di quelle parole che hanno “dimenticato” ed espunto dalla loro lingua quando hanno rimosso dalla loro coscienza i contenuti di cui esse erano la rappresentazione verbale?
Ma proprio perciò, allora, la voce di Gulliver deve essere tacitata. Di fronte al pericolo che essa rappresenta, il pericolo di un ritorno del rimosso e del conseguente crollo della self-image che i cavalli si sono costruiti, negare non basta più. Bisogna zittire quella voce e risospingere nell’oscurità dell’inconscio tutto ciò che essa minaccia di riportare alla luce della coscienza: residui di parole, frammenti di linguaggio, impronte che si credevano cancellate… E dunque non solo i cavalli imporranno a Gulliver il silenzio (per poi cacciarlo dal loro paese), ma stermineranno gli Yahoos eliminando contestualmente dal loro lessico (l’ipotesi non è implausibile) tutte le perifrasi che li ricordano per “dimenticarsi” che essi siano mai esistiti. Solo così, solo allora potranno sentirsi al sicuro: quando nessuna parola “straniera” turberà più la loro mente facendovi risuonare echi di altre parole, riattivandovi la traccia di altre idee, risvegliandovi il fantasma di quell’Altro da sé che essi non vorrebbero essere eppure sono.
Ci riusciranno?

Dedico questo saggio, la cui prima stesura risale ad anni ormai lontani, alla memoria di Italo Calvino e a Gianni Celati, entrambi lettori simpatetici.

Giuseppe Sertoli

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Note

[1] Sui quali rimando al cap. 5 del mio volume I due Robinson e altri saggi sulla letteratura inglese del Settecento, EGIC, Genova 2014.
[2] Su questa rimozione linguistica si veda infra l’Appendice.
[3] Proprio perciò la “fonte” più plausibile sembra essere lo spinozismo confluito in quel “libero pensiero” che Swift, una decina d’anni prima di scrivere i Viaggi di Gulliver, aveva attaccato in Mr Collisn’s Discourse of Free-thinking (1713; trad. it. a cura di Rosanna Camerlingo, Contro il libero pensiero, Edizioni della Normale, Pisa 2013).
[4] Una simile interpretazione confonde la religiosità di Swift con quella di Sterne – che è come confondere Pascal con Hume!
[5] Più precisamente: a Laputa la razionalità “cartesiana” di matematici e astronomi (Newton compreso), a Lagado quella “baconiana” degli scienziati sperimentali.
[6] Sigmund Freud, «Carattere ed erotismo anale» (1908) e «Trasformazioni pulsionali, particolarmente dell’erotismo anale» (1915), in Opere, 13 voll., Boringhieri, Torino 1967-1993, vol. 5, pp. 401-406 e vol. 8, pp. 181-187.
[7] A partire dall’influente saggio di Norman O. Brown «The Excremental Vision» incluso nel suo volume Life against Death (1959), trad. it. La vita contro la morte, Adelphi, Milano 1964, cap. 13.
[8] Cito dall’edizione dei Gulliver’s Travels curata da Robert DeMaria Jr., Penguin, London 2001.
[9] Sigmund Freud, «La negazione» (1910), in Opere, cit., vol. 10, pp. 197-201.
[10] Gli abiti hanno per Gulliver la stessa funzione che per Robinson Crusoe: marcano (e tutelano) la distanza della Cultura dalla Natura. Anche qui, però, come in numerosi altri punti dei Gulliver’s Travels, l’allusione più o meno criptica al romanzo di Defoe sottintende un suo ironico ribaltamento. Cfr. infra, nota 21.
[11] Disgustose le mammelle di una balia costellate di «nei, foruncoli e lentiggini» (II.1), ripugnante il petto di una donna corroso dal cancro (II.4),  nauseabondo il fetore emesso dalle damigelle di corte che in presenza di Gulliver espletano i loro bisogni fisiologici (II.5), etc.
[12] Evidente il riferimento alle tavole della Micrographia (1665) di Robert Hooke, sulla cui utilizzazione letteraria rimane fondamentale il saggio di Marjorie Nicolson, «The Microscope and English Imagination» (1935), rist. in Ead., Science and Imagination, Cornell UP, Ithaca 1956.
[13] Classiche in proposito le pagine di R. S. Crane, «The Houyhnhnms, the Yahoos, and the History of Ideas» (1962), rist. in Id., The Idea of the Humanities and Other Essays Critical and Historical, 2 voll., Chicago UP, Chicago 1967, vol. II, pp. 261-282. Ma oltre alla tradizione scolastica agiva anche quella cristiana.  Da Agostino in poi i cavalli erano stati usati come simbolo dei filosofi atei sulla scorta del Salmo 32.9: «Be ye not as the horse, or as the mule, which have no understanding» (King James Version). Si veda il notevolissimo saggio di Anne Barbeau Gardiner, «“Be Ye as the Horse!”: Swift, Spinoza, and the Society of Virtuous Atheists», Studies in Philology, 97 (2000), pp. 229-253, che implicitamente conferma, con riferimento all’ateismo spinoziano di cui gli Houyhnhnm sarebbero la parodia, quanto qui sto argomentando.
[14] Sigmund Freud, L’Io e l’Es (1922), in Opere, cit., vol. 9, pp. 510 sgg.
[15] Sigmund Freud, Introduzione al narcisismo (1914), in Opere, cit., vol. 7, pp. 445 e 464; «Nevrosi e psicosi» (1923), ivi, vol. 9, pp. 611-615.
[16] Sigmund Freud, «La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi» (1924), in Opere, cit., vol. 10, pp. 39 e 43 (corsivo mio).
[17] Ivi, p. 43.
[18] Sigmund Freud, «Le neuropsicosi da difesa» (1894), in Opere, cit., vol. 2, pp. 132-133.
[19] Freud, L’Io e l’Es, pp. 514-515.
[20] Freud, «La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi», cit., p. 40.
[21] Evidente il capovolgimento che qui Swift fa subire alla scena in cui, nel romanzo di Defoe, Robinson si presenta ai marinai che, dopo ventotto anni di vita solitaria, lo riporteranno nel consorzio civile: vestito di pelli, sì, ma «re e governatore» della sua isola.
[22] Evidente il parallelismo col passo già citato in cui Gulliver riferisce che a volte gli Yahoo si sdraiano per terra in un angolo ululando e mugolando e scalciando via chiunque venga loro vicino (IV.7).
[23] Eneide, II.79-80.
[24] Ragion per cui la migliore traduzione del titolo dell’opera è quella adottata da Vincenzo Gueglio: I viaggi di Grulliver, Frassinelli, Milano 1999; n. ed. Gammarò, Sestri Levante 2019.
[25] Thomas Sprat, History of the Royal Society, ed. Jackson I. Cope and Harold Whitmore Jones, Washington UP, St. Louis 1959, p. 113.
[26] Sulle fonti a cui Swift attinse per tali progetti, basti qui il rinvio a Clive T. Probyn, «Swift and Linguistics: The Context behind Lagado and around the Fourth Voyage», Neophilologus, 54 (1974), pp. 425-439.
[27]Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana (1901), in Opere, vol. IV, capp. 1-3.
[28] Sigmund Freud, «L’inconscio» (1915), in Opere, vol. 8, pp. 85-86 (trad. modificata).
[29] Freud, L’Io e l’Es, cit., p. 483.

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Il saggio di Sertoli che Mimesis ha qui ripubblicato è davvero magistrale: giunge  a risultati piuttosto divergenti rispetto al main stream della critica swiftiana, ma lo fa appoggiandosi rigorosamente al testo, ai Viaggi di Gulliver. E ci convince: dopo averlo letto capiamo che gli Houyhnhnm sono per Swift esseri inquietanti e non campioni indiscussi della Ragione, come ancora molti pensano. Resta però in me solo un dubbio che qui esplicito per il puro gusto di discutere a distanza con l’autore che è anche un amico. Ebbene, leggendo I viaggi io avevo certamente “sentito” che nei cavalli c’era qualcosa che non andava, qualcosa di pericoloso, e Sertoli mi ha ben spiegato di che si tratta: di una razionalità andata fuori controllo, a suo modo impazzita. Sono troppe le prove testuali portate dal critico per dubitarne. E tuttavia resta in me la sensazione che gli Houyhnhnm, per molto tempo considerati come portaparola dell’autore, non siano solo esseri negativi, anti-eroi condannati dall’autore. La domanda che perciò mi sono posto (e che giro a Sertoli) è se sia possibile riconoscere che essi sono contemporaneamente portatori di valori oltre che di disvalori. Mi pongo questa domanda perché essa corrisponde alla sensazione che ho avuto leggendo il testo la prima volta, una sensazione che stava sotto il segno dell’ambiguità. Ecco forse un piccolo rischio che il saggio corre è quello di misconoscere quella che (per me) resta appunto una felice ambiguità del testo. Dopo aver letto il saggio di Sertoli l’impressione che se ne può ricavare è che Swift avesse voluto “esclusivamente” condannare gli Houyhnhnm. Io invece mi chiedo se per caso lui non li abbia condannati nel momento in cui ne celebrava la presunta assennatezza. Magari sbaglio a pormi questa questione, ma non resisto a farlo qui, fidandomi della comprensione di Sertoli per le domande ingenue. Ebbene forse per dirimere tale questione ci può aiutare il concetto di formazione di compromesso elaborato da Francesco Orlando secondo cui un testo letterario è costitutivamente ambivalente. Cito da Per una teoria freudiana della letteratura:

Solo il discorso ideologico può limitarsi a una scelta razionale ed esclusiva fra due intenzioni o due correnti contrastanti o due forze, e quindi fra due significati […]. Non voglio dire che anche in un’opera di letteratura non possa sapersi benissimo, alla fine o dall’inizio, chi ha ragione e chi ha torto. Ma il discorso letterario tende a lasciare, anche all’intenzione che ha torto, abbastanza spazio per accordarle magari un po’ meno di una mezza riuscita; e infliggerle quindi un po’ più di un mezzo fallimento.

Ecco, è adottando questa prospettiva che mi propongo di apporre una piccola chiosa problematizzante e del tutto estemporanea e senza pretese al bel saggio di Sertoli. Sì, forse si potrebbe provare a dimostrare che il modo con cui Swift presenta gli Houyhnhnm sta sotto il segno della formazione di compromesso. Come articolare però questa ambivalenza a partire dai dati testuali? Mica ci si può limitare a una enunciazione generica che si rifà  a una verità troppo astratta: che un testo nel mentre condanna anche valorizza; nel mentre valorizza anche condanna. Sarà anche vero, ma come possiamo applicare questo assunto al testo swiftiano? Tento allora un’ipotesi, ma lo faccio da dilettante che va allo sbaraglio, senza nessuna competenza. Quasi per gioco. Chiedo dunque in anticipo scusa se dirò cose che potranno scandalizzare gli addetti ai lavori. Faccio dunque questa supposizione: Swift è in effetti partito dall’assunto “positivo” di voler rovesciare l’orgoglio degli uomini (ma sarebbe meglio dire degli europei, e anzi degli inglesi) di essere e comportarsi in modo razionale, morale, civile. Ha voluto smontare questo loro mal riposto orgoglio. Secondo me dunque i cavalli intelligenti gli servono proprio a questo: a umiliare le presunzioni dei suoi concittadini, e soprattutto delle classi dirigenti britanniche. Perciò quando Swift, adottando la prospettiva straniante degli Houyhnhnm, insiste sulla schifosità degli Yahoo (compresi quelli di cui Gulliver è un rappresentante) secondo me è riconoscibile una componente di compiacimento e divertimento nella sua scrittura; è come se suggerisse: questo siete, siamo noi esseri umani cosiddetti civili: un grumo di pulsioni animalesche. Quei cavalli insomma gli servono come lenti di ingrandimento (ma anche deformanti) per far meglio risaltare i “nostri” difetti. Ma va da sé che in questo c’è un estremismo polemico e satirico, e che gli Houyhnhnm non corrispondono certo all’ideale dello scrittore.
Provo a spiegarmi meglio: come ci ricorda Sertoli, Gulliver da bravo inglese non vorrebbe riconoscersi in quegli alter ego spiacevoli che sono gli Yahoo, ma deve farlo, perché a costringerlo sono appunto i cavalli saggi. Che dunque svolgono una missione positiva perché mettono in crisi le certezze infondate del protagonista, le sue illusioni di eccellenza morale. Provo ad aiutarmi con un esempio forse un po’ sghembo ma magari chiarificante. Sarebbe come se uno scrittore ci raccontasse la vicenda di un aristocratico di una qualche regione periferica del mondo mostrandocelo tutto compreso della sua superiorità sul resto della popolazione locale (ignorante, misera, maleducata ecc.). Ebbene, possiamo supporre che per mettere alla berlina quella sua alterigia il nostro immaginario scrittore potrebbe poi raccontarci di come il personaggio venga in contatto con degli aristocratici parigini (tipo i Guermantes proustiani), molto più raffinati di lui, che lo trattano dall’alto in basso, come un outsider imbarazzante. Ecco Gulliver fa lo snob e vuole distinguersi dai pezzenti Yahoo ma gli aristocratici Houyhnhnm non lo riconoscono come loro simile, lo disprezzano nonostante gli sforzi che fa per assimilarsi a loro. Tu ti credi un essere razionale, gli dicono, ma non sei razionale, i veri razionali siamo noi!
Secondo me dunque, Swift da una parte riconosce che almeno per certi aspetti gli Houyhnhnm sono davvero più razionali degli Yahoo alla Gulliver, e si può dunque dire che essi gli servono per umiliare le velleità del personaggio (e di tutti quelli che lui rappresenta). Svolgono insomma la funzione di contrastare e umiliare certe sicumere anglocentriche, eurocentriche, antropocentriche. Questo secondo me andrebbe riconosciuto ed è alla base del “gioco” giocato dallo scrittore. Per esempio, anche quando Gulliver si mostra schifato dai suoi simili una volta ritornato in patria, sarei portato a pensare che l’autore intende giocare un brutto tiro al narcisismo anglosassone e antropocentrico: come puzzano, come sono repellenti questi presunti “perfetti” esemplari della rinomatissima specie umana (non dimentichiamo che di essa si diceva che era fatta a immagine somiglianza di Dio!). Fatico insomma a non cogliere anche questi sottintesi satirici nella metamorfosi finale del protagonista. E più in generale fatico a non sentire che Swift si diverte a ribassare darwinianamente le “nostre” pretese di fare parte di una specie superiore; altro che semi-dei, siamo scimmie!
Ma poi è più che mai vero quel che ci dice Sertoli, e cioè che lo scrittore ci mostra che l’eccellenza degli  Houyhnhnm si può trasformare in una mostruosità peggiore di quella rappresentata dagli Yahoo, e cioè nella mostruosità della ragione che si vergogna del corpo, delle passioni, dei sentimenti ecc. Per spiegarmi proseguo allora con la mia goffa analogia: sarebbe un po’ come se gli aristocratici parigini sopra evocati dopo essere serviti a demistificare le pretese ridicole dei piccoli aristocratici provinciali, di fatto si dimostrassero alla fine più detestabili di quelli. Insomma se in prima istanza gli Houyhnhnm servono allo scrittore come modelli per umiliare certi orgogli europei, in seconda istanza gli servono come anti-modelli per criticare più in generale qualunque orgoglio volto a promuovere virtù troppo sublimi (se vuoi fare l’angelo finisce che fai la bestia).
Quello che però io, sia pure da non specialista, mi azzardo qui a dire (e sicuramente sbaglio) è che Swift non ha pianificato questo percorso, non ha cioè programmato di arrivare a dimostrare la negatività degli Houyhnhnm, ma è stata la stessa logica del testo a spingerlo a mettere a nudo le contraddizioni di una Ragione che da una parte Swift propugna contro l’irrazionalità dei suoi compatrioti, ma di cui alla fine non può non vedere e non denunciare i limiti e i pericoli (intrinseci a essa e comunque intrinseci alla sua hybris). Come in fondo può essere accaduto, tanto per cambiare analogia, a certi scrittori che hanno raccontato utopie di tipo egualitaristico o comunista: magari essi intendevano celebrare i vantaggi di quelle società utopiche rispetto a quelle reali in cui invece predomina l’ingiustizia, fatto sta che poi  essi non hanno potuto fare a meno di mostrare che quelle utopie, una volta realizzate, presentavano caratteristiche inquietanti, anche peggiori delle società a cui intendevano sostituirsi. Fuor di metafora, a me pare insomma che Swift abbia voluto (anche) contrapporre all’irrazionalità (e alla presunzione) degli inglesi la razionalità utopica dei cavalli, ma che nel farlo ci abbia (anche) rivelato che un certo spirito illuminista può trasformarsi nel suo opposto, in eliminazione forzata e violenta delle contraddizioni dell’umano, inteso come unione inestricabile di passione e ragione, di natura e cultura; di bene e male ecc.
Tutto quello che dunque ha scritto Sertoli resta perciò vero parola per parola, salvo che forse andrebbe detto che anche per l’autore dei Viaggi questa possibile degenerazione della ragione resta un dramma difficilmente risolvibile. In questo davvero allora lui mi pare insostituibile. Swift cioè non è un nemico programmatico della Ragione sulla quale anzi scommette come un valore prezioso, solo che poi ci svela che questa esigenza di razionalità può trasformarsi nel suo opposto, nel trionfo della dissociazione, dell’alienazione, della rimozione di parti preziose dell’umano (qualcosa del genere hanno fatto Horkheimer e Adorno nella loro Dialettica dell’Illuminismo). Una delle cose che ho imparato dal saggio di Sertoli è che c’è in fondo una via diretta che porta dalla coppia Houyhnhnm/Yahoo alla coppia Jekyll/Hyde. Nell’un caso come nell’altro dietro una opposizione estrema si cela una segreta e inquietante complementarità che il concetto di formazione di compromesso ci aiuta a comprendere meglio.

Stefano Brugnolo