ALESSANDRO TRASCIATTI – LE FINESTRE DI CASA ORLANDO

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[Continuiamo la raccolta di ricordi e memorie di Orlando da parte di suoi studenti, dando spazio a un testo di Alessandro Trasciatti (Lucca 1965) laureatosi a Pisa con Francesco Orlando in letteratura francese. In seguito ha fatto l’archivista, il postino e il piccolo editore. Ha scritto per riviste di letteratura, tra cui “Nuova Prosa”, “Paragone” e “Poesia”. Tra le sue pubblicazioni: Prose per viaggiatori pendolari (Mobydick 2002), Avevo costruito un sogno. Storie e fatiche di un postino artista (Ediesse 2014), prima biografia italiana di Ferdinand Cheval, Scampoli (Oèdipus 2017). Attualmente collabora a “Nuova Tèchne”, rivista di bizzarrie letterarie e non. Il testo che segue, inedito, è l’inizio di una memoria su Francesco Orlando.]

Francesco Orlando

Memoriale del ’90

L’illuminismo e la retorica freudiana
I lauri senza fronde, il barone di Lahontan.
Non chiedermi nulla dei miei studi
non so più niente, non ho mai saputo.
La terza domenica del mese
vado sempre in piazza
al mercato delle cose antiche.
A volte scatto foto di ciarpame.
Dischi non ne compro da due anni
da quando non lavoro la sera in pizzeria.
«Chissà la gente che conosci!»
mi dicevano alludendo alle ragazze.
Si sbagliavano, purtroppo, si sbagliavano.
Indovinò una zingara
- io che non ci credo –
che avevo avuto un solo amore. 

E pensare di aver visto ancora vivo Samonà
ed «assomigli a Byron» lui mi disse.
Orlando pianse in ascensore.
Fuori c’era il taxi ad aspettare.
Ma io ancora non credevo
di trovarmi a Roma quell’estate.
Alessandra Ginzburg non mangiò, mi sembra
e il vino rosso era in un fiasco sporco.
E poi quel libro di René Girard
«nel ricordo di una gita in Rai tv»
scrisse il teorico freudiano
sulla pagina bianca in apertura.
Chissà perché fui così immobile ed ombroso
in quegli studi caldi… ma che potevo fare
a che titolo ero lì, con quale scopo?
Qualche amico mi ha riconosciuto
seduto con il pubblico in mezzo al teleschermo
e il giorno dopo mi ha telefonato.
A te telefonai dall’Abetone, ti ricordi?
E anche a Pietro per ragioni di equità
o meglio, per paura di sbilanciamenti.
«E’ un pensiero» dicesti.
Non so farti capire come fui felice
quando, più avanti, sentii queste parole:
«Sono Mara Bonaldi da Berlino».

Andrò in Francia anche quest’anno.
Non so se scriverò cartoline.
Come non feci da Praga a San Silvestro:
era freddo per uscire ad impostarle.
A mezzanotte sotto l’orologio
la gente brindava tutt’intorno
e poi gettavano i bicchieri
sulle pietre sonore di frammenti.
Speravo di vedere nella folla
qualche fanciulla bella
che allietasse la mia festa triste.
Pietro fu baciato sulle labbra
da una ragazza in corsa.
Lo invidiai al punto che avrei pianto.
Era gelida l’aria
e non bastava il cappello.
Un disgraziato sporco
focomelico e gentile
mi si sedette accanto, al ristorante
il giorno dopo e fu scacciato.
Io non reagii, non reagì nessuno.
Era tutto turistico e normale.
Come pure normale era il mio sdegno
in terza media se ricordo bene
quando i compagni dicevano maligni
che eravamo fidanzati, io e Isabella.
Lei mi abbracciava, mi toccava
ed io lasciavo fare
ma non muovevo un dito per paura.
Quando penso che mai, davvero mai
ho giocato al gioco dei «dottori»…
Per rimediare adesso è tardi.
E a un anno di distanza
ancora Orlando per fortuna
ancora il caro illuminismo
e ancora la retorica freudiana.

 

*****

Le finestre di casa Orlando

I.

Ho un’idea vaga della letteratura. Quando mi trovo coinvolto in discussioni su questo o  quell’autore, la maggior parte delle volte non so cosa dire. Sono assalito dai dubbi. Molti non li conosco, altri li ho letti ma non li ricordo più, tutti mi sembrano rispettabili. Mi è impossibile stilare classifiche, dire chi è nel canone e chi è fuori, ragionare per ordine di grandezza. Ma quando studiavo all’università non era così, avevo le idee chiare, almeno così mi pareva, sapevo dire chi era eccellente e chi mediocre, seguivo gli insegnamenti di Francesco Orlando, il mio professore prediletto, e mi muovevo con agio tra i nomi illustri della letteratura e della critica letteraria, giudicavo gli approcci teorici, avevo una bussola che mi faceva scansare Benedetto Croce e mi faceva avvicinare Erich Auerbach, criticare Maurice Blanchot («un chiacchieroncello» disse una volta Orlando) e apprezzare Réné Girard. Di tutto questo cos’è rimasto? Briciole, sommerse dalla fanghiglia del lavoro e degli obblighi quotidiani.
Era iniziato tutto nell’autunno del 1988, quando ormai sapevo che sarei finito fuori corso all’università di Pisa. Mi ero iscritto tre anni prima al corso di laurea in lettere con indirizzo linguistico, ma avevo dato pochi esami, scelti un po’ a casaccio tra quelli che sostenevano gli altri studenti. Così, se la memoria non m’inganna, avevo superato un paio di esami di lingua e letteratura francese, un altro paio di geografia, uno di glottologia, uno di filologia romanza, uno di storia del teatro, forse un altro di storia del cinema. Difficile però fare una ricostruzione precisa, mi ci vorrebbe sottomano il libretto universitario, riconsegnato ormai da anni in segreteria. Diciamo che probabilmente non ero ancora a metà del percorso e non avevo nemmeno una media particolarmente alta. Ero uno studente amante dei libri, ma senza troppa voglia di sgobbare e con ancora minore capacità di fare progetti per il mio futuro. Mi ero iscritto a quel corso di laurea perché le lingue mi piacevano, o meglio, mi piaceva il francese, che era la sola lingua straniera che avessi studiato alle medie e alle superiori. Così finivo per rimandare gli esami di inglese, anzi, rimandavo anche di seguire le lezioni perché m’imbarazzavano i corsi per principianti. Li vivevo come un’umiliazione e quindi, dopo le prime volte, disertavo. E m’illudevo di progredire buttandomi su altri esami, distogliendo lo sguardo da quella voragine che si stava aprendo al mio passaggio e che mi sarei trovato ad affrontare anni dopo con sforzo e sofferenza maggiori.
Mio fidato compagno, fin dal tempo del liceo, di studi e di perdite di tempo era Luigi, che ammiravo perché aveva sostenuto brillantemente un esame di lingua giapponese. Con lui mi aggiravo spesso per Pisa, passando e ripassando da Palazzo Ricci, allora sede della facoltà di lettere e filosofia, e crocevia di amicizie. Nelle bacheche a vetri erano esposti gli orari delle lezioni e i programmi d’esame. Luigi aveva sentito parlare di un certo professor Orlando, le cui lezioni si diceva fossero molto belle. Teneva la cattedra di Teoria della Letteratura, disciplina per noi piuttosto misteriosa, e il corso per l’anno accademico 1988-89 era dedicato agli altrettanto misteriosi Statuti del Soprannaturale in Letteratura. Scorrendo il programma ci colpì la sua probabile difficoltà, ma per noi si trattava di qualcosa di totalmente nuovo e affascinante, un percorso attraverso le principali letterature occidentali, di tutte le epoche, visitate alla luce di grandi studiosi, i cui nomi non ci erano del tutto ignoti, come Auerbach o Praz, ma soprattutto ci colpiva che a guidare quelle indagini sarebbero stati Freud e Marx, che ovviamente nessuno dei due aveva letto, ma che ci parevano due autorità assolute.
Posso dire senza esitazione alcuna che fu quel corso a cambiare il mio rapporto con lo studio, con la frequenza universitaria, con la letteratura, con la conoscenza. L’esame non era obbligatorio per la mia laurea, e questo assecondava la mia tendenza agli esami inessenziali, eppure prometteva una ricchezza finora sconosciuta e si dimostrò fondamentale per la mia formazione. Fu l’incontro con un metodo e con un sistema, cose che fino ad allora non avevo trovato in altri professori di letteratura. Fu l’incontro con un personaggio di prim’ordine, con un maestro.
Così, quell’anno seguii il corso sul soprannaturale in letteratura. Si formò una specie di mutuo soccorso studentesco, ci scambiavamo gli appunti, ragionavamo su ciò che non capivamo, ci facevamo forza, si faceva amicizia. Ma alla fine di giugno l’esame ci attendeva inesorabile. La vigilia fu una giornata critica, fitta di consultazioni con gli altri, di ripassi forsennati, di improbabili previsioni sulle domande che Orlando ci avrebbe fatto. Io ero propenso a rimandare, non me la sentivo. La mattina seguente, dopo un sopralluogo in facoltà, rinunciai a presentarmi e me ne andai verso la stazione per tornare a casa. Tuttavia, non ero soddisfatto di me. Mi sentivo un codardo. Ero già seduto nello scompartimento, quando mi tornò alla mente un episodio che mi avevano raccontato. Cioè che una studentessa, in un’altra sessione d’esame, si era presentata da Orlando assai poco preparata ed aveva, per giunta, condito la sua mediocre prestazione con una serie di battute infelici su Freud e la psicanalisi. Eppure, Orlando l’aveva congedata con un ventisei. Mi dissi che non potevo fare peggio. In un attimo balzai in piedi e scesi di corsa dal treno che stava per partire. Le porte automatiche si richiusero dietro di me. Arrivai a passo svelto di nuovo in facoltà. Mi iscrissi all’esame per il giorno successivo. Tornai alla stazione sollevato, e allora presi veramente il treno per Lucca.
Devo dire che l’esame andò bene, anzi, meglio di così non poteva andare. Il colpo da piccolo maestro, da parte mia, fu squadernare sulla cattedra di Orlando una Pléiade nuova di zecca, quella di Lautréamont, come a dire: «Guarda qua, non leggo i libri in fotocopia, io, ma nella migliore edizione possibile». E poi quasi nessuno aveva portato Lautréamont come argomento a piacere, perché considerato un autore ostico. Io, non solo mi presentai con Lautréamont, ma parlai di un brano dei suoi Chants de Maldoror a cui Orlando aveva solo accennato a lezione. Decisi di rischiare e l’azzardo fu premiato. Applicai al brano in questione le considerazioni che Orlando aveva fatto in generale su Lautréamont, le esemplificai sul testo, argomentai bene. Orlando mi dette il massimo dei voti e pure la lode (la prima della mia carriera universitaria), in più mi invitò a chiamarlo nei giorni successivi, voleva fare una chiacchierata con me, conoscermi meglio. Io ero al settimo cielo.
Fu l’inizio di un’amicizia destinata a durare molti anni. Assidua all’inizio e, si può dire, fino al momento in cui mi laureai, nel 2000. Poi più lasca col passare degli anni, ma mai spenta, l’affetto ha sempre covato sotto la cenere. Orlando mi espresse la sua disponibilità ad accettarmi come laureando in letteratura francese, ma mi disse anche di pensarci bene perché sarebbe stato difficile, non mi avrebbe fatto sconti, sarebbe stato molto esigente. Inoltre, se mi fossero venute ambizioni accademiche, lui non poteva aiutarmi, non era uomo di potere universitario e faceva già molta fatica a far procedere nella carriera i suoi pochi allievi. Quindi, laurearsi con lui era come firmare contro ogni velleità di rimanere a insegnare all’università. Per il mio futuro lavorativo avrei dovuto pensare a qualcosa di meno ambizioso. In compenso, avrei potuto contare su un relatore di tesi attentissimo e disponibile a fornirmi tutti gli strumenti di cui avrei avuto bisogno. Non volli sentire ragioni, non mi sarei accontentato di un altro professore, io volevo lui, e così fu. Mi ci volle un anno abbondante di lavoro continuo, un viaggio a Parigi, alla Bibliothèque Nationale de France, scritture e riscritture, ma alla fine ce la feci e ne venne fuori un tomo di trecento pagine. L’argomento era un novelliere francese della seconda metà del Settecento, Jacques Cazotte, autore di un piccolo capolavoro, Le diable amoureux, unanimemente considerato, sulla scorta del critico Tzvetan Todorov, il capostipite del moderno genere fantastico. Non avrei tentato nuove illuminanti interpretazioni e nemmeno letture freudiane difficili da maneggiare. Avrei semplicemente fatto il punto della situazione sugli studi relativi alla novella di Cazotte. Una tesi di storia della critica, insomma. Ma non era comunque facile, visto che sul Diable di Cazotte è stato scritto molto e poi, per contestualizzare l’opera mi sarei dovuto addentrare nel territorio delle antiche credenze demoniache, in quello della fiaba, in quello delle frequentazioni esoteriche dell’autore. E poi su su, lungo tutto l’Ottocento e il Novecento, fino ai giorni nostri.
Quando ero già a buon punto del lavoro di stesura, Orlando mi impose di rivedere gran parte di quanto scritto, perché non era chiaro ciò che nel discorso era da attribuirsi a me e ciò che era da attribuirsi alle fonti. Un lavoro serio non permetteva ambiguità: se un’idea non era mia, dovevo dichiararlo, usare sempre le virgolette, non appropriarmi indebitamente di riflessioni altrui, anche se non ci avevo messo malizia, al massimo pigrizia. Dunque, dovetti riscrivere, verificare le citazioni, mettere note bibliografiche per un centinaio di pagine. Il risultato comunque ci fu. La tesi fu all’altezza delle aspettative e mi laureai con il massimo dei voti, lode compresa.
Purtroppo per me, non volli credere all’impossibilità di fare una carriera accademica. Pensavo che le parole di Orlando avessero avuto un valore transitorio e che, nel corso dei mesi, di fronte alla passione per gli studi che avevo dimostrato, la sua posizione fosse mutata. Una pia illusione. A più riprese, in maniera più o meno diretta, tornai sull’argomento. La mia ostinazione, direi quasi la mia cecità, provocò fra noi qualche imbarazzo, qualche frizione. Per me era impensabile che davvero lui non potesse fare niente per la mia carriera. Per lui doveva essere fastidioso e doloroso dovermi dire sempre di no. Al punto che si vide costretto a scrivermi una lunga lettera, affettuosa quanto mai, in cui ribadiva la sua impossibilità a venire incontro ai miei desideri:

11 marzo 2001

Caro Alessandro,
l’agendina mi dice che abbiamo passato insieme la sera del 26 gennaio, e fin da quello stesso week-end e per tutti i successivi ho desiderato scriverti. Se lo faccio con tanto ritardo non è solo per le troppe occupazioni e la depressione. C’è un imbarazzo psicologico, che non può non essere il tema stesso di questa lettera.
Mi avevi espresso quella sera la tua amarezza, e non dovrei averti dato la sensazione di sottovalutarne la legittimità. La sproporzione fra il tuo livello culturale e il lavoro pur degnissimo che attualmente fai, colpirebbe a prima vista anche chi ti conoscesse e ti volesse bene meno di me. Eppure, mi ricordo che quando, a tavola, ho cercato d’interessarti a un notiziario sullo stato letteralmente catastrofico dell’Università, non era solo per parlarti dei miei problemi. C’era dietro un bisogno istintivo che credo di aver provato da quando ti conosco: quello di contribuire a destare in te una maggiore attenzione e curiosità verso il mondo in cui viviamo immersi, e rispetto al quale ho avvertito in te piccole spinte centrifughe ben prima che il protrarsi di una situazione come la tua attuale venisse a darti un alibi così dolorosamente rispettabile. (Può anche darsi, tra parentesi, che l’attenzione al reale fosse spiccata in qualcuno dei maestri della letteratura surreale a te cara: tra vita e letteratura, nessun determinismo è mai prevedibile). Certo, tu puoi dire: se sono profondamente stufo di lavorare come postino, cosa me ne importa che lo sfascio universitario stia ratificando, creando o minacciando tante altre ingiustizie analoghe a quella che vivo io, ma comunque minori perché colpiscono giovani situati a livelli socioculturali più privilegiati? A parte il fatto che nemmeno quest’ultima condizione è sempre vera, ognuno ha certo il diritto di sentire a suo modo il rapporto fra la propria sorte e le sorti altrui. Infatti ho poi capito che, col darti quelle notizie, mi opponevo anche al timore di qualcos’altro: una tua tentazione di colpevolizzare me in qualche modo e misura. Mi è parso confermarlo il modo com’è andato il discorso seguente, su una cosa oggettivamente un po’ strana qual è la tua apparente mancanza d’interesse per il mio romanzo. Un lavoro di cui oltre tutto sai che per anni, o per sempre da vivo, non potrò pubblicarlo; e se m’ero immaginato di averti fra i pochi lettori, era dopo tutto un segno di stima.
Spero di sbagliarmi. In ogni caso, che potevo fare per te se non l’unica, piccola cosa che ho fatta: aiutarti a laurearti, nel più breve tempo e miglior modo possibili? Avrei forse dovuto essere io a scoraggiarti, col pretesto che una laurea al momento non avrebbe cambiato niente nella tua vita? Nel 1989, quando abbiamo fatto amicizia, la stagione in cui accettavo “allievi” era chiusa da tempo; la sola cosa pratica e sicura era guidarti nella formula dell’ottima monografia, senza vincolo di risultati originali (tanto più dato il complicato rapporto fra il tuo argomento, e una mia ricerca ancor oggi lontana dall’andare in porto). L’hai fatta il meglio possibile; che ti servisse a poco è tristissimo, ma ci risiamo: lo sapevi. Se poi per caso supponi che il tipo di credito che io ho presso alcune case editrici potrebbe fare di me un protettore o mediatore nel campo della creatività letteraria, in cui sai che ti credo dotato, ti sbagli: posso spiegartelo, meglio che in una lettera, quando vuoi. Non avranno alimentato un simile equivoco alcuni dei discorsi che ti ho fatti sulla facilità che avrei a pubblicare il mio romanzo? Rieccoci alla necessità che provo d’informarti, di spiegarti cose per te forse non chiare; d’altra parte, sugli ambienti e meccanismi dell’editoria di letteratura creativa contemporanea, sei piuttosto tu che puoi spiegare qualcosa a me. E ti ho capito moltissimo e l’ho trovato straziante, senza sapere come aiutarti, quando hai detto che preferiresti la minima possibilità concreta di pubblicazione a qualsiasi riconoscimento lusinghiero che però non ne preveda nessuna.
Potrebbe indurmi a non spedire questa lettera la certezza che in questo momento essa emana da un vecchio e malconcio limone da troppe parti spremuto; e che forse ancora tre anni fa, per rivolgermi a un giovane amico non fortunato, avrei tirato fuori gocce più generose e numerose. Ma beninteso sempre a parole, non a fatti, perché il tuo caso è uno dei tanti in cui i fatti non sono in mio potere.
Con una punta di speranza che tu possa rimproverarmi di aver drammatizzato un po’ le cose (fra noi due beninteso), e con grande affetto

il tuo Francesco

Era tutto fin troppo vero: dalla mia tendenza a fuggire dalla realtà al desiderio di colpevolizzare Orlando per la mia mancata carriera universitaria; dalla difficoltà a compiere «vaste e regolari letture» al disinteresse per il suo romanzo. Non credo – e non lo credeva nemmeno Orlando – che i surrealisti da me amati fossero gente con la testa fra le nuvole, c’era in loro un vivo interesse per la realtà, non fosse stato altro che per cambiarla. Ma è certo che la loro attenzione era captata soprattutto dal mondo del sogno e degli automatismi psichici di cui ognuno fa esperienza e che appartengono alla sfera del pensiero, dell’immaginazione e, come tali, possono costituire un momento di evasione da una realtà sentita come insufficiente. Avevo imparato dallo stesso Orlando ad apprezzare la forza critica del surrealismo nei confronti della razionalità dominante, ma certamente questo non poteva costituire un alibi per la mia insofferenza a venire a patti con la realtà, fosse quella del lavoro o dello studio, dell’università o dell’editoria. Soprattutto, non potevo dare ad Orlando la colpa di niente. Eppure, dentro di me, gli rimproveravo anche il suo romanzo, che sentivo come un’invasione di campo da parte di uno studioso che, non contento della sua disciplina, voleva cimentarsi anche con quella di altri, cioè con quella della scrittura creativa, che non gli competeva e che, con sommo mio dispiacere, gli avrebbe potuto garantire anche la pubblicazione, traguardo da me ambito invano. Insomma, ero invidioso.
Ricordo di aver provato due emozioni distinte durante e dopo la lettura: da una parte il bisogno di rassicurare Orlando sull’immutabilità del mio affetto per lui, dall’altra un certo disappunto per essermi sentito scoperto nel recondito della mia anima. Niente sfuggiva ad Orlando, troppa la sua sensibilità, troppa la sua esperienza umana, troppe le sue conoscenze affinate nel lungo corpo a corpo con Freud. Mi ero illuso di poter dissimulare la mia insoddisfazione, il mio ingiusto risentimento nei suoi confronti, ma non ci ero riuscito.

II.

Nel settembre dell’89, pochi mesi, dunque, dopo aver fatto conoscenza, facemmo una «gita televisiva» (parole di Orlando) a Roma. Era stato invitato a partecipare a un dibattito in tv che avrebbe seguito la messa in onda del film Freud. Passioni segrete di John Huston. L’approccio di Orlando allo studio della letteratura è stato influenzato da Freud in maniera decisiva. Per questo era stato invitato. Gli altri ospiti erano lo scrittore Ferdinando Camon, che nei suoi romanzi si è occupato di psicanalisi, poi uno psicanalista di professione e altri che non ricordo. Moderava il confronto il critico cinematografico Claudio G. Fava. Bisogna però dire che nei libri di Orlando non c’è traccia degli studi che Freud ha dedicato all’arte e che a Orlando non è mai interessato fare la psicanalisi di un autore attraverso il testo. Il critico letterario non deve tracciare il profilo clinico dell’autore, compito semmai del biografo, ma deve interessarsi al linguaggio perché è il linguaggio della letteratura a essere imparentato con quello dell’inconscio, dal momento che usa i suoi stessi mezzi formali, le sue figure retoriche (lo spostamento, la condensazione). Non è un caso che Orlando ritenesse fondamentale, per capire la letteratura, un testo freudiano da molti ritenuto minore e cioè Il motto di spirito e le sue relazioni con l’inconscio. Se i motti di spirito, le barzellette sono una forma di letteratura, allora cioè che Freud dice a proposito del rapporto tra motti di spirito e inconscio può essere esteso a tutta la letteratura, minore o maggiore che sia. E cosa dice Freud? In estrema sintesi, dice che nei motti di spirito agiscono sempre due forze, una che tende a censurare, a proibire, l’altra che tende a liberare contenuti proibiti dalla morale, dalla religione, dalla società. Il risultato dello scontro di queste due forze è una «formazione di compromesso», cioè un’espressione che contiene entrambe le forze, quella che tende a reprimere e quella che tende a liberare i contenuti proibiti, così che possiamo goderne e, al tempo stesso, essere protetti dalla loro carica eversiva, ridotta com’è a una battuta, un gioco di parole, un lazzo che provoca una risata.
Per Orlando tutta la letteratura, enorme formazione di compromesso, funziona allo stesso modo, permette di godere di contenuti censurati dalla società, dalla morale, dalla razionalità proprio perché si manifestano entro il quadro della finzione narrativa. Così accade che ci immedesimiamo in un assassino, o solidarizziamo con una madre incestuosa, o ancora rabbrividiamo per l’apparizione di un fantasma a cui pure non crediamo. Questo è quello che Orlando chiama «ritorno del represso». La società reprime, la letteratura recupera ciò che è represso.
Così Orlando affermò, di fronte ai telespettatori, che esistono contraddizioni nefaste, paralizzanti, sterili e contraddizioni ricche, produttive, vitali. La formazione di compromesso è una di queste ultime e con lei la letteratura, luogo privilegiato di un «ritorno del represso».
Claudio G. Fava moderò il dibattito con acume ed eleganza. Orlando, quando vide la trasmissione in tv (andò in onda registrata) si meravigliò del proprio naso arricciato sotto il peso degli spessi occhiali da miope. Non si era mai accorto prima di quella sua buffa smorfia? Nessuno glielo aveva mai detto? Eppure, per noi studenti, era quasi un suo tratto distintivo, fra noi lo imitavamo prendendolo affettuosamente in giro. Eravamo tutti innamorati di lui, anche delle sue debolezze.
Quella volta negli studi Rai, io stavo tra il pubblico a fare scenografia. Ero vestito in giacca e pantaloni neri. Anche la camicia era nera, ma ravvivata da un ramage color argento. Un po’ pacchiana, in verità, ma a me sembrava una bellezza. A Orlando non piacque molto, ma me lo disse dopo la trasmissione. Quando tornai a Lucca scrissi la prosetta che segue:

L’eroe televisivo

Un baccalà lucido e nero posa impassibile sotto i riflettori di uno studio televisivo. Tutti ammirano la sua dignitosa rigidità. Intorno a lui si scannano professori paonazzi, politici furiosi, prelati scarmigliati.
Lui non muove un sopracciglio.
Il moderatore invita i presenti alla calma, al vivere civile, fa loro presente che la diretta tv è in mondovisione. Ma gli addetti alla cultura continuano imperterriti a lanciarsi mirabolanti ingiurie, composite bestemmie, accapponanti epiteti.
Lui non lascia trapelare la benché minima emozione.
Il dibattito precipita in una pirotecnica barbarie: estenuanti corpo a corpo, colpi al di sotto della cintura, morsi sulle orecchie, lance nei costati.
Lui è l’unico a non proferire verbo, a non alzare la mano su nessuno.
Per la sua serafica condotta riceve gli elogi dei cameraman, del direttore generale, della commissione grandi rischi, della FAO, della lega antiproibizionista, degli obiettori di coscienza. Vince un viaggio premio a Maracaibo ed è assunto a vita come scenografia televisiva.
Adesso non c’è varietà, spot pubblicitario, tribuna politica o telegiornale dove non compaia (in alto, in basso, sulla destra o sulla sinistra del teleschermo) un immobile baccalà lucido e nero, dalle sembianze vagamente umane. E’ un esempio di professionalità, un modello di virtù, un campione di saggezza. E’ un monito per le giovani generazioni.

Ma quella volta a Roma non fu soltanto una gita televisiva. Per me, giovane studente di provincia, fu l’occasione di annusare l’aria intellettuale della capitale. Orlando mi portò a conoscere la sua amica Alessandra Ginzburg, psicanalista, mangiammo in un’osteria di Trastevere, faceva caldo. E poi facemmo visita all’ispanista e scrittore Carmelo Samonà, che alla Ginzburg era legato sentimentalmente e a cui avevano diagnosticato da poco un male incurabile. Morirà infatti alcuni mesi dopo. Quella tra Samonà e Orlando era un’amicizia antica, cresciuta all’ombra delle comuni passioni per la letteratura e per la musica. Mozart per Samonà, Wagner per Orlando costituivano i massimi vertici dell’arte musicale. La Spagna e la Francia, i territori d’elezione dei loro studi. Io mi beavo della loro dotta compagnia, nella casa romana di Samonà, capivo poco di quello che si dicevano, ma mi bastava esserci. Samonà ebbe la gentilezza di mostrare apprezzamento per una recensione che avevo scritto al suo romanzo Fratelli («un piccolo colpo di genio narrativo», lo definì Orlando la prima volta che me ne parlò). Così, una volta tornato a casa, dedicai una prosetta anche a lui:

Samonà 

Samonà è una vasta città, ma concentrata in un punto. E’ difficile trovarne l’entrata, praticamente impossibile. Per anni se ne ignora l’esistenza e poi di colpo ci troviamo impigliati nel suo inestricabile cespuglio di vie.
Lunghi porticati in penombra s’incrociano con tortuose scalinate. Vicoli umidi dai rumori attutiti. Antichi palazzi dai colori incerti. Poche persone, disposte in eleganti simmetrie, passeggiano assorte, lasciando trasparire dalle pieghe del viso oscure inquietudini. Borbottii clandestini. Tramestii domestici e remoti. Lembi di discorsi non finiti.
E poi ad un tratto le piazze sono invase da una folla enorme, proliferante, “immensamente plurale”. Ci sperdiamo storditi in una babele di viventi. Frantumiamo la nostra poca identità in quei milioni di volti, la nostra scarsa lingua si disperde in improbabili idioletti.
Poi, al colmo di questo moto centrifugo, scoppia di nuovo il silenzio. Le strade si svuotano improvvise. Riaffiorano pensose architetture, mormorii indistinti. Raffinate parole luminose si stagliano nell’aria per indicare a noi, pellegrini casuali, che il tempo è scaduto.
Così siamo di nuovo fuori. Samonà torna ad essere irraggiungibile, sfuggente, introvabile. Perché è una vasta città, ma concentrata in un punto.[1]

III

A Pisa, le finestre di casa Orlando davano sul lungarno Pacinotti, perlomeno quelle dello studio e della camera da letto, le stanze più luminose di un grande appartamento un po’ buio, arredato con mobili eleganti ma severi, di una certa antichità. Lo studio, invece, godeva di luce tutto il giorno grazie a due finestre, una a sud e una a est. Nelle giornate limpide il tramonto incendiava la stanza. Se si eccettuavano quelle due aperture, le quattro pareti erano interamente rivestite di scaffali pieni di libri fino al soffitto. Era il cuore della sua singolare biblioteca. Sui ripiani si allineavano diverse migliaia di volumi di letteratura e di spartiti musicali, ordinati cronologicamente per data di nascita dell’autore. Era la biblioteca di un letterato e di un musicologo che, freudianamente, dava valore agli anni della prima infanzia, considerati come decisivi nel determinare la personalità di un individuo. Non c’era distinzione di lingua e di nazionalità per uno che, come Orlando, padroneggiava le principali lingue occidentali: il francese, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Tutti i volumi si trovavano in lingua originale, ad eccezione degli autori russi. Solo requisito necessario ad un testo per accedere al catalogo orlandiano era il suo carattere di classico, cioè il fatto che si trattasse di un’opera sopravvissuta al vaglio del tempo.
La biblioteca dei classici continuava in camera dove, come santi protettori, campeggiavano a capo del letto i ritratti di Freud e di Marx. In un’altra stanza trovavano posto i volumi di critica letteraria, i dischi e le bobine di musica. In un corridoio, i fascicoli di innumerevoli riviste.
Io so poco di musica. Da ragazzo ho studiato per qualche anno il pianoforte, ho fatto un po’ di solfeggio, imparato a leggere spartiti elementari. Questo bastò a Orlando, in diverse occasioni, per affiancarmi a lui durante l’ascolto di qualche disco, che avveniva rigorosamente seduti con lo spartito sulle ginocchia. Per me era arduo seguire una partitura orchestrale e riuscivo al massimo a seguire l’andamento ondulatorio dei grappoli di note, ad andare dietro il loro flusso senza decifrare le singole note. Per Orlando era l’unico metodo di ascolto accettabile, non concepiva ascolti affrettati e detestava di cuore la moderna barbarie che riduce la musica a sottofondo delle azioni quotidiane: al bar, al ristorante, in auto, dovunque.
Ogni tanto mi regalava un libro, quando ne sostituiva alcuni della sua biblioteca per ragioni di aggiornamento: essendo una biblioteca di studioso e non di bibliofilo, per lui era importante possedere sempre l’edizione più autorevole per ogni titolo, la più moderna e aggiornata. Anche altri ovviamente beneficiavano di questi aggiornamenti, anzi, credo di non essere stato uno dei più fortunati. Forse perché conosceva i miei limiti, le mie difficoltà di concentrazione nella lettura, l’andamento rapsodico della mia mente, per cui alternavo periodi di buona applicazione ad altri in cui a stento riuscivo a leggere. Cosa che non è migliorata negli anni, anzi. Troppi libri regalati a me sarebbero stati sprecati, mentre altri amici avrebbero messo il dono a miglior frutto. Così, di quella biblioteca, mi rimangono pochi relitti che conservo gelosamente: Le printemps di Agrippa d’Aubigné, Nadja, L’amour fou e Les vases communicants di André Breton, Tartarin de Tarascon e le Lettres de mon moulin di Alphonse Daudet, i Contes d’Espagne et d’Italie  e le Comédies et Proverbes di Alfred de Musset, La rôtisserie de la reine Pèdauque di Anatole France, le Poésies di Malherbe, la Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut dell’Abbé Prévost. Se si eccettua quest’ultimo, che già conoscevo per motivi di studio, e i testi di Breton, verso cui mi sentivo attratto naturalmente, sono tutti libri – lo confesso – che ancora devo leggere.

[1] Questo testo è contenuto in: Alessandro Trasciatti, Omaggi, Calenzano, Luna e Gufo, 2000.

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