EDOARDO CAMASSA – QUANDO LA LOGICA VA IN VACANZA. SULLE FALLACIE COMICHE IN LETTERATURA

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[Pubblichiamo un breve estratto dal volume di Edoardo Camassa Quando la logica va in vacanza. Sulle fallacie comiche in letteratura, da poco edito dalla casa editrice Quodlibet. Edoardo Camassa (Pisa, 1987) ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia e critica all’Università di Siena, in co-tutela con la ku Leuven, discutendo una tesi dal titolo «His Majesty the Baby». Sovrani scatenati nella letteratura occidentale tra ’800 e ’900. Ha pubblicato in riviste italiane e straniere, oltre che in volumi collettanei, contributi di teoria della letteratura e letterature comparate. L’estratto che segue, dedicato a uno dei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli, propone il modello della formazione di compromesso come strumento interpretativo capace di dar conto del perché le fallacie logiche in letteratura possono suscitare non solo derisione ma anche, al contempo, simpatia. (M.R.)]

Giuseppe Gioacchino Belli

I Sonetti di Belli (1828-49, ma pubblicati postumi nel 1952) sono pieni zeppi di sofismi, paralogismi, e più in generale sillogismi scorretti[1]. Valga per tutti l’esempio di Er cimiterio de la Morte, che reca in calce la data 10 dicembre 1832. Di ritorno dalla visita a un monumento sepolcrale, il popolano locutore del sonetto – Pepp’er tosto – riferisce di essersi «accorto | D’una gran cosa» (vv. 5-6): «Che ll’omo vivo come ll’omo morto | Ha una testa de morto in de la testa» (vv. 7-8). Ma non è tutto: «Sta testa che ddich’io sce ll’hanno tutti» (v. 11), «o bbelli, o bbrutti, | O pprèncipi, o vvassalli, o mmonziggnori» (vv. 9-10). Ed ecco ciò che il popolano ne conclude: «Duncue, ar Monno, e li bboni e li cattivi, | Li matti, li somari e li dottori | Sò stati morti prima d’esse vivi» (vv. 12-14)[2]. Proviamo a riscrivere il ragionamento sotto forma di sillogismo. Premessa maggiore: «La ‘testa de morto’ sta in testa ai morti». Premessa minore: «Ma anche tutti i vivi hanno in testa una ‘testa de morto’». Conclusione: «Dunque tutti i vivi sono stati morti prima di esser vivi». Si capisce subito che siamo davanti a una fallacia. Potrebbe sembrare una fallacia informale di ambiguità, sennonché l’errore logico deriva propriamente da una trasgressione delle regole inferenziali (sillogistiche). Si tratta dunque di una fallacia formale deduttiva. Un sillogismo, per essere valido, deve constare di tre termini: il maggiore, il medio e il minore; non uno di più né uno di meno. Però, in questa argomentazione ci sono quattro termini (quaternio terminorum). Il termine medio del nostro sillogismo scorretto, ‘testa de morto’, viene infatti utilizzato in un duplice senso: nella premessa maggiore significa ‘teschio’ (come scrive lo stesso Belli in nota: «I ‘teschii’ non sono chiamati dal volgo che colla perifrasi di teste-di-morto»); nella premessa minore sta invece per ‘cranio’. Perciò la conclusione dell’argomentazione è del tutto arbitraria: nessun vivo è già stato morto; tutt’al più lo sarà… Nonostante la sua coerenza apparente, il ragionamento svolto è scorretto, incongruo e sgangherato: proprio per questo fa ridere. Evidentemente il popolano che lo formula riflette poco e male, in modo sicuramente approssimativo. Al livello della coscienza si ride insomma del villano, e più in generale della «plebe di Roma» di cui Belli parla nell’Introduzione ai Sonetti; una plebe composta di «idioti» senza arte né parte, che «nulla sanno o quasi nulla». Tuttavia l’argomentazione citata aspira anche a essere corretta, convincente. Non solo, ma in una certa misura lo è pure. A livello inconscio si ride allora con il popolano, insieme alla plebe romanesca: «ignorante», sì, «comunque in gran parte concettosa ed arguta» (come scrive ancora Belli nell’Introduzione). Da un lato perché ci consente, sia pure per un istante e nello spazio protetto della finzione poetica, di mandare la logica consueta (ordinaria, aristotelica) in vacanza. Dall’altro perché le argomentazioni della plebe, per quanto goffe o forse proprio in quanto goffe, alla fine mettono in ridicolo e colpiscono qualcosa di ben più grande, degno e potente della plebe stessa: lo Stato Pontificio e il suo clima medievale e controriformistico di immobilismo e disuguaglianza; la Roma di Gregorio XVI, in cui solo il sovrano assoluto può dettar legge, in cui il tempo lineare e discontinuo della Storia cede il passo a un tempo astorico, circolare, eternamente identico a sé stesso. In base a tutto ciò che si è detto fin qui, credo si possa affermare che in questo sonetto si rileva come al microscopio quel che si riscontra su più larga scala nei Sonetti: tanto la concezione ciclica del tempo quanto il valore fondante della Rivoluzione francese (l’uguaglianza, qui se non altro di fronte alla morte[3]) vengono al contempo negati e affermati, derisi e accolti, secondo la logica della ‘formazione di compromesso’ che caratterizza l’opera poetica di Belli[4].

Edoardo Camassa

[1] Cfr. Vigolo 1963, I, 163.
[2] Belli 2018, II, 1335.
[3] In Er cimiterio de la Morte, del resto, è tangibile la presenza del topos della morte come grande livellatrice.
[4] Cfr. Ripari 2010. Sul concetto di formazione di compromesso cfr. Orlando 1997, 4.

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