EMANUELE ZINATO – RITORNO DEL REPRESSO E STORIA LETTERARIA: FRANCESCO ORLANDO TEORICO “CONTROTEMPO”

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(Questo testo è tratto da Emanuele Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Quadlibet Studio; è stato pubblicato la prima volta su “Il Verri” n. 46, 2011)

I. Non c’è forse miglior “cartina di tornasole” per monitorare lo stato dei rapporti fra teoria e critica che la storiografia letteraria, atto discorsivo «eminentemente ermeneutico» poiché «seleziona, propone e “salva” dall’oblio un determinato patrimonio attribuendogli significato e valore, e dunque un determinato “contenuto di verità”»[i].

Durante il corso del secolo che ci sta alle spalle, come si sa, a più riprese sono stati avanzati dubbi sulla legittimità della storia letteraria, conseguenza diretta di una delle più robuste asserzioni della teoria letteraria moderna: il postulato dell’autonomia della sfera estetica. Ciò non ha impedito che a questo genere di scrittura critica, nel medesimo arco cronologico, sia appartenuto un assoluto capolavoro: Mimesis di Auerbach. Nella seconda metà del novecento, comunque, a cavallo fra semiologia e poststrutturalismo, la storia letteraria sembrava definitivamente caduta in disgrazia. René Wellek, in un saggio degli anni settanta dal titolo The Fall of Literary History,[ii] aveva riassunto il processo di disaffezione iniziato in Europa nel primo novecento, approdando scetticamente alla negazione di attuabilità pratica della storia letteraria. Un’ analoga disgregazione è da tempo in atto nelle nostre scuole e università: i generosi tentativi di costruire storie letterarie per generi, accostando la vicenda dei gruppi intellettuali alla storia della ricezione, sembrano mordere ormai nel vuoto. Il terreno suona cavo: nell’ “assedio del presente”,[iii] la memoria è sempre più usurata e la storia letteraria come autocoscienza di una nazione, nel contesto della globalizzazione, sembra divenuta impossibile.

Negli ultimi decenni, tuttavia, soprattutto negli Stati Uniti, attraverso i variegati approcci degli Studies e, soprattutto, del New Historicism, si sono affermate tendenze di derivazione nietzschiana e foucaultiana, in cui, all’opposto, una forma ibrida di storiografia culturale è ritornata al centro del discorso mentre la letteratura è stata decostruita in una genealogia di poteri. A esempio, l’uscita nel 2009 di un’opera come A New Literary History of America, a cura di Werner Sollors e Greil Marcus[iv], è un evidente effetto di questo clima culturale che prevede, tra l’altro, una risemantizzazione dello stesso termine Theory: inteso non più come punto d’intersezione fra critica letteraria, semiotica ed estetica ma come area di discussione sempre più eclettica e interdisciplinare.

In oltre mille pagine A New Literary History of America narra l’America dalla sua nascita nelle cartografie cinquecentesche sino all’elezione di Barak Obama (rappresentata dalle immagini dell’artista afro-americana Kara Walker). La nuova forma di narrazione storiografica e di critica letteraria che questa recentissima operazione sembra implicare è basata sul catalogo affastellante, sul microsaggismo attualizzante e sugli incroci interculturali. Il libro, accanto alle sezioni dedicate a grandi autori come Emily Dickinson, John Dos Passos o Philip Roth, allinea, con pari dignità e rilevanza testuale, notizie sulla pornostar Linda Lovelace , sull’uragano Katrina e sul film hip hop Wild Style. Si susseguono in tal modo duecento contributi storici, culturali, filmici e letterari, posti in ordine cronologico: alcuni canonici, altri desunti dagli ambiti delle differenze o dalla cultura dei consumi, non solo dunque dalle scuole del “risentimento” (Postcolonial o Queer Studies) ma anche da quelle pop e transmediali (Fashion o Body Studies ): le culture sommerse o i jeans Levi’s, l’impatto di Via col Vento o delle canzoni blues di Mamie Singer. Molti dei microsaggi assumono il punto di vista del “rimosso” sociale: quello dei Native Americans a cui viene raffrontata anche la scrittura dei canonici Faulkner e Hawthorne, o quello degli schiavi, i cui racconti fondano il genere della slave narrative.

Sia la forma dell’atlante, mappa o catalogo (anche da noi assai praticata: basti pensare, a titolo di esempio, al Romanzo a cura di Franco Moretti o all’ Altlante di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà) che il cortocircuito fra testualità letterarie e altre culture, vale a dire le principali mosse strategiche di questa forma di storiografia letteraria, hanno in sé, a mio parere, grandi potenzialità e gravi rischi. Non solo perché ad un aumento di considerazione dei nessi fra testo e mondo si associa l’impoverimento delle specificità del discorso letterario, dissolto nella babele intraculturale. Anche e soprattutto perché, come in ogni revisione postcoloniale del canone occidentale, la letteratura è vista come una grammatica del potere, occidentale o maschile, come documento di un paradigma ideologico dominante e repressivo.

II. Smascherare le grandi opere della letteratura occidentale, ritenute “sessiste” o “eurocentriche”, non aiuta la critica a risolvere il loro enigma. L’ambiguità di senso rispetto ai discorsi univocamente ideologici, la vocazione a un tempo conservatrice e eversiva dei grandi testi letterari, la loro plurivocità, capace di dar fiato a ciò che l’ideologia proibisce o nasconde,   possono viceversa a buon diritto fornire le basi per un criterio non idealistico di misura del loro valore e per un rapporto non storicistico fra storia e testi.   I classici godono di una «serenità solo apparente» e hanno con la nostra epoca un rapporto perturbante, di familiarità e di estraneità. La loro riduzione a catalogo di ideologie dominanti cui contrapporre o accostare i “discorsi” subalterni, può obliarne la specifica carica spettrale trasferendo la memoria storica «interamente nell’inconscio e producendo nevrosi culturali».[v]

Tanto la proposta di un nuovo nesso fra teoria, critica e storiografia letteraria quanto le obiezioni teoreticamente più interessanti alla tendenza che, identificando il canone con il discorso del dominio, finisce per percepirlo come oggetto da prendere «a cannonate»[vi], provengono dalla voce di uno dei più importanti teorici della letteratura italiani, il francesista Francesco Orlando, scomparso nel 2010. Orlando, che ha insistito «sull’effetto addirittura conservatore dei Cultural studies»[vii], senza arroccarsi in difesa dei capolavori dell’Occidente come «presunti momenti universali ed eterni», ha rivendicato il proprio modo, radicalmente alternativo a quello in voga presso gli studi di genere o postcoloniali, di considerare i testi letterari come campi di forze opposte, psichiche e sociali e come sede di uno specifico ritorno del represso, sia nelle forme che nella serie dei contenuti.[viii]

La posizione di Orlando non coincide con quella di chi si è arroccato nel fortilizio degli strumenti linguistici e semiotici decretando, negli anni Novanta, la “crisi della critica”[ix]. Eppure, fuori dal perimetro, sia pur vasto, degli allievi e degli amici, questo teorico è noto per lo più come un critico “psicoanalitico”, legato a marxismo, freudismo e strutturalismo, ossia alla tramontata “stagione d’oro” della teoria. E in ciò, come egli ben sapeva, sono annidate ragioni di sminuimento e di incomprensione. Ciò che in futuro la critica e la teoria della letteratura potranno ereditare dalle sue ricerche è soprattutto un modo nuovo, duttile e insieme rigoroso, di porre la questione della storia delle forme e dei temi, momento cruciale dell’interpretazione[x].

III. Che nel corpus teorico di Orlando vi fossero strumenti adatti a fondare un’ ipotesi storiografica sulle «omologie fra strutture sociali, modelli culturali e temi dell’immaginario» e «fra questi e le strutture linguistiche e retoriche»[xi], è stato intuito, oltre vent’anni fa, da Remo Ceserani, reduce dalla stesura, con Lidia De Federicis, del più innovativo tra i manuali di letteratura pubblicati in Italia: Il materiale e l’immaginario. Le potenzialità storicizzanti del “metodo” di Orlando derivano infatti dall’incrocio dei suoi due modelli essenziali: il Motto di spirito di Freud e Mimesis di Auerbach. La lezione di Mimesis è già attiva nel volume giovanile Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai Romantici (1966) che, adottando il metodo dei campioni disposti in una sequenza cronologica, valorizza la novità storica costituita dalla scoperta rousseauiana dell’infanzia come primo esempio della trattazione seria di una materia fino ad allora ritenuta futile ed insignificante, e definisce l’influenza contraddittoria di tale scoperta sul genere memorialistico nei secoli successivi. Il modo in cui Orlando accoglie la lezione di Freud, alla fine degli anni Sessanta, marca la distanza sia dal contenutismo freudiano che dal biografismo. È il periodo dei quattro studi del cosiddetto “ciclo freudiano” (Lettura freudiana della «Phèdre», Per una teoria freudiana della letteratura, Lettura freudiana del «Misanthrope», Illuminismo e retorica freudiana) in cui si propone un’applicazione dell’opera di Freud in chiave retorica e logica, individuando nel libro sul motto di spirito il modello capitale per l’interpretazione dei testi letterari.

Freud infatti tratta il motto come una formazione di compromesso fra il rispetto del senso e il piacere di trasgredirlo. Estendendo questo modello a tutto l’ambito delle “figure”, e indicando un tasso di figuralità in tutti i discorsi umani, Orlando avanza una teoria che, facendo consistere l’opera di contraddizioni e di coppie di opposti, legittima una critica capace di valorizzare nei testi soprattutto la compresenza dei contrari in equilibrio dinamico, drammatico e conflittuale e l’ambiguità ideologica. La “teoria freudiana della letteratura” è infatti forse ancora oggi la sola ad avanzare una spiegazione del perché Pascal lasci la parola ai suoi nemici gesuiti, del perché Voltaire ci faccia ascoltare la voce dei fanatici e degli irrazionalisti e del perché Brecht dia spazio al punto di vista dei capitalisti. Problematizzando il concetto di letterarietà, assunto come un dogma nell’epoca del testualismo semiologico e poi ripudiato come un ferro vecchio scientista nel corso della successiva egemonia del Lettore,[xii] la teoria di Orlando tenta di rispondere alla domanda sartriana “che cos’è la letteratura?”. Ciò che colpisce, nell’insieme dei lavori di Orlando, è dunque la capacità di coniugare istanze considerate teoreticamente inconciliabili, superando la tradizionale divaricazione fra eteronomia e autonomia, fra le posizioni che si richiamano al contesto storico e quelle che isolano il fenomeno letterario nella sua autosufficienza formale.

Nel lavoro critico sulla singola opera, sia essa la Fedra, il Misantropo o il Gattopardo, Orlando impiega quella che lui chiamava la “scomposizione paradigmatica”, vale a dire lo smontaggio e il rimontaggio del testo secondo una logica di affinità e opposizioni privilegiando in particolar modo quelle che presuppongono contraddizioni fra disegno ideologico e forze della scrittura.[xiii] Nei lavori di storicizzazione, utilizza invece il metodo dei molteplici campioni testuali in un intreccio di costanti e varianti. I tratti originali della “storiografia” di Orlando sono dunque la scelta dei campioni esemplari, l’amplissimo arco cronologico considerato, la fiducia nella possibilità di storicizzare una costante di lunga durata e, dunque, nel valore di verità della letteratura.   Orlando non è infatti solo uno studioso e un teorico: è anche e soprattutto un intellettuale, le cui proposte descrittive e interpretative sono innervate di un acuto bisogno di senso, del tutto immanente e materialistico, nutrite cioè di una scommessa paziente sulla direzione di marcia di homo sapiens e dei suoi sistemi di simbolizzazione, codificazione e produzione culturale. Illuminismo e retorica freudiana (1982), a esempio, rilegge la storia della cultura letteraria europea fra sei e settecento alla luce delle alterne fortune di due antitetiche figure retoriche, la metafora e l’ironia, e copre l’arco cronologico che va dalla nuova scienza galileiana all’età di Montesquieu e di Voltaire, verificando la ricchezza cognitiva dell’ambivalenza letteraria, l’inguaribile vocazione della letteratura, anche di quella “impegnata”, a dare voce al nemico, all’avversario, al vinto nell’atto stesso di negarlo o bandirlo. Il ritorno del superato, studiato da Freud in Das Unheimliche, finisce così per spiegare il riconoscimento letterario di ragioni storiche condannate o cosiddette irrazionali: il processo dell’illuminismo nasconde, insomma, una reversibilità o complementarità indispensabile all’esistenza stessa della letteratura.

IV. Nell’ultima fase del lavoro critico e teorico di Orlando, l’ambizione storicizzante emerge con più forza. Fra vecchio e nuovo millennio, egli ha praticato infatti un’articolata ricognizione sul corpo testuale di Mimesis[xiv], con la convinzione della non separabilità di referenti di realtà, da un lato, e codici, dall’altro e ha lavorato su tematiche di lunga diacronia, individuando tre temi nevralgici nei codici letterari dell’occidente, cercando di risalire dalle matrici greco-latine ed ebraico-cristiane, attraverso Medioevo e Rinascimento, fino alla modernità.

La prima ricerca, iniziata già negli anni Settanta ma pubblicata in Italia[xv] negli anni Novanta, e negli Stati Uniti[xvi] e in Francia[xvii] negli “anni Zero”, è la sola giunta a pieno compimento ed è assai nota: si avvale di una documentazione molto ampia, di oltre ottocento testi,   e cerca di dar conto della preferenza della letteratura per ciò che è sporco, vecchio, logoro e malfunzionante e del perché questa preferenza, presente fin dalla classicità, si accentui a dimisura a partire dalla fine del Settecento, nel momento in cui l’economia e la tecnologia si razionalizzano. Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura esce quando storia e senso erano divenute le «due grandi dimensioni […] sotto processo o fuori moda»[xviii], con l’intento, del tutto controcorrente, di mostrare come, nell’epoca della modernità trionfante all’insegna della merce, la letteratura occidentale privilegi la rappresentazione di oggetti inutili, logori, scartati, invecchiati e con ciò protesti contro l’ordine della funzionalità borghese e della sua efficienza evocando, per contrasto, altri modi possibili del rapporto fra gli uomini e le cose. Il debito che questa indagine di oltre cinquecento pagine contrae nei confronti della «geniale tesi storico-letteraria sostenuta da Erich Auerbach per l’ambito intero della “rappresentazione della realtà”» [xix] è dichiarato in esergo. Gli oggetti desueti svela nelle rappresentazioni testuali i segni e i sintomi delle rivoluzioni industriali, sbarazzandosi del dogma teorico dell’autonomia letteraria rispetto al mondo. Il rapporto dell’uomo con le cose qui sta per il rapporto della cultura umana con i referenti di realtà e la presenza di un’accozzaglia di cose immonde o logore, squallide o nocive a partire dal secondo Settecento, in tanta letteratura coeva al dominio della razionalità capitalistica assume il valore di un esemplare ritorno del represso: si tratta di una vastissima riprova della vocazione della letteratura «a contraddire nel suo spazio immaginario l’ordinamento reale»[xx] .

La seconda ricerca, oggetto di numerosi corsi universitari pisani, riguarda i modi e le forme di trattazione letteraria del soprannaturale. Una prima sintesi è confluita in un saggio, intitolato Statuti del soprannaturale nella narrativa, compreso nell’opera collettanea sul Romanzo, diretta da Franco Moretti[xxi]. Si basa su una quarantina di esempi e, andando oltre le tesi di Todorov, traccia un ampio quadro della fenomenologia del fantastico in tutti i secoli della narrativa, moderni e premoderni, basandosi su una rigorosa tassonomia e sul diverso dosaggio di “credito” dato al fantastico o, viceversa, di “critica” in senso illuministico.   Per ricostruire la genesi della rappresentazione del soprannaturale in letteratura, Orlando utilizza i concetti freudiani di negazione e di formazione di compromesso, in base ai quali credulità e incredulità finiscono sempre per vivere in tensione, e mai si escludono, non essendoci critica illuministica senza residui mitici e non essendoci credito che escluda del tutto il dubbio.

La terza ricerca è ancora del tutto inedita e riguarda il tema del marito tradito. E’ stata l’oggetto di un intervento al Convegno L’adulterio nel romanzo, che ha avuto luogo, a cura di Loretta Innocenti, Paolo Amalfitano e Franco Fiorentino, a Sant’Arcangelo di Romagna nell’ambito dei colloqui dell’Associazione Sigismondo Malatesta il 30 e 31 maggio 2008 (gli Atti del quale sono in corso di stampa per Bulzoni). La relazione di Orlando, dal titolo Triangolo dell’adulterio, complesso di Edipo e separazione degli stili, ha messo in rilievo, con numerosi campioni testuali, come l’antichità classica conosca l’idea del disonore legato al marito tradito ma non l’aspetto del ridicolo. Fra le carte di Orlando, tuttavia,[xxii] vi sono moltissime altre pagine che danno conto di un progetto culturale ambizioso, diretto a passare in rassegna la storia letteraria occidentale per concludere che la derisione per il marito “cornuto” sorge solo a partire dai secoli del basso Medioevo, con un’intersezione complementare, spiegabile con il ricorso a Freud, fra mistero della Trinità e enigma delle corna,   e sia dunque del tutto connaturata alla cultura cristiana.

V. Se si confrontano queste tre ipotesi critiche e teoriche con quelle implicite nella struttura pulviscolare di A New Literary History of America, risulta palese come, al contrario che in quell’opera incentrata sulle prospettive del Nuovo storicismo e degli Studi postcoloniali, nella prospettiva di Orlando storia e senso riacquistino la loro dignità interpretativa, oltre ogni vecchio storicismo dogmatico e controcorrente rispetto alle nuove “tuttologie” dei Cultural Studies.   La proposta di Orlando è nettamente “controtempo”: condotta con le armi discorsive del raffinato polemista, in nome di una battaglia intellettuale contro le mode correnti. Non si tratta tuttavia di un’azione di retroguardia, sorretta da nostalgia o da risentimento. In L’intimità e la storia, a esempio, egli difende strenuamente non tanto la “maestà imperitura del Testo”[xxiii] quanto la categoria di mediazione connessa al lavoro del critico e prende le distanze dall’orizzonte ideologico del decostruzionismo. L’asserzione che la «fuga dall’individualità dei testi» non è incomparabile a quella (…) dall’«individualità delle persone umane», infatti, allude polemicamente alla moda filosofica della “distruzione del soggetto” che a fine secolo ha proclamato l’ illusorietà di tutte le categorie progettuali.[xxiv] In Illuminismo e retorica freudiana ridimensiona Foucault che, preoccupato assai meno di storicizzare che di «produrre erudizione pittoresca», trascura del tutto il simbolismo medievale cristiano trattando con troppa disinvoltura il “principio di somiglianza”. Al celeberrimo maître à penser de Le parole e le cose oppone, ancora una volta, l’autore di Mimesis: «per esempio l’interpretazione tipologico-figurale della storia, di cui Foucault non fa parola, è al centro dell’interesse in tante pagine fra le più geniali di Auerbach». [xxv] A più riprese, infine, è intervenuto per confutare le teorie del rovesciamento carnevalesco e del dialogo, i due più fortunati tra i concetti di Bachtin: all’idea della letteratura come puro luogo del riso, dello sberleffo e della corporeità o come platea in cui ascoltare alternativamente più voci che relativizzano l’idea di verità, Orlando oppone «una relativizzazione storicizzata o storicizzante; che contrapponga, quali approcci alla verità in conflitto fra loro, espressioni di tradizione e d’innovazione, perché no di conservazione e di progresso, fra le quali può poi restare infinitamente complessa la distribuzione delle ragioni e dei torti»[xxvi].

La teoria postcoloniale e quella imagologica, tendono a ricondurre all’ “orientalismo”, cioè a un insieme di stereotipi culturali, l’immagine dell’Altro presente in letteratura, facendo del romanzo europeo fra otto e novecento una consenziente “figura” del dominio imperialistico;   specularmente, le suggestioni carnevalesche di Bachtin considerano la letteratura come del tutto eversiva nei confronti delle logiche dominanti. Viceversa, le pazienti classificazioni di Orlando, l’ esprit de géométrie a cui egli ha sempre subordinato il saggismo   comparativo fino a costringere la propria scrittura critica nella gabbia dell’astrazione (Dodici regole per la costruzione di un paradigma testuale; Dodici categorie da non distinguere troppo…), sono finalizzati a fondare un principio di conoscibilità della natura intrinsecamente contraddittoria dell’opera letteraria, sia essa concepita in epoca illuministica o nel contesto del tardo imperialismo[xxvii].

Una delle ragioni delle tiepide accoglienze tributate alla teoria di Orlando nei decenni che ci stanno alle spalle è di certo la complessità della sua scrittura, la fatica che questa richiede al lettore: in un’epoca di divulgazione spettacolare e di affabilità programmata, questo teorico della letteratura, esemplarmente chiaro e affascinante nelle lezioni orali, è risultato rigorosamente astratto, fino al limite dell’aridità logico-matematica, nelle sue pagine scritte.   Se la scrittura critica, accanto alla vicenda intellettuale, ha una propria dimensione stilistica, se le idee della critica non sono cioè separabili dalle forme[xxviii], è possibile sostenere che Orlando ha adottato uno stile dimostrativo, euristico, fondato su tassonomie e su biforcazioni binarie e bilanciate espressamente per evitare che la sua ipotesi ermeneutica centrale, quella che attribuisce alla contraddizione un ruolo specifico «in quanto motore di testualità»[xxix], potesse restare al grado superficiale dell’intuizione e della brillante divagazione: così ogni sua pagina si assume l’onere dell’astrazione logica, nella convinzione che questa sia «il male minore» e costituisca il solo metodo di lavoro intellettuale che permetta il procedere del sapere umano, seguendo in ciò una lezione che viene dall’illuminismo. Tuttavia, al contrario di quanto accadeva alle applicazioni “scientiste” dello strutturalismo, non si limita mai a ridurre il testo a un gioco di contrappunti antinomici e sincronici ma costruisce sempre modelli dinamici, adatti a riconoscere nelle opere le ragioni storiche della mobile compresenza di opposti in seno ad un’unità.

Non sfugge come una simile proposta ermeneutica e storiografica intercetti almeno un paio delle sette proposizioni con cui ora Yves Citton, (e, si noti, a sua volta facendo ricorso a una sorta di scala tassonomica), argomenta il nesso conflittuale fra competenza letteraria e egemonia culturale: a partire da Rabelais, da Cyrano e da Diderot, «fin dal suo emergere, la modernità ha controbilanciato le pretese filosofiche di una propria egemonia con pratiche letterarie in grado di sventarne le trappole e di rivelarne le imposture»; e ancora «la postura letteraria, in epoca moderna, insiste nel mettersi nella posizione di un servitore nell’atto di eludere le vane pretese del proprio padrone di turno». [xxx] Questo perché la “teoria freudiana della letteratura”, a sua volta, presuppone una “competenza” critico-teorica intimamente “politica”, avendo a che fare con la lotta contro la morte: a patto, tuttavia, di riconoscere che, come i motti di spirito, la letteratura è «probabilmente sempre due volte tendenziosa» e che l’ideologia vi può entrare «con piena validità estetica solo in forma di ritorno del represso».[xxxi] «Orlando ci ha insegnato a concepire la letteratura come un archivio, in gran parte inesplorato, della psiche umana e della realtà profonda che in essa si riflette»[xxxii]:

Nel lungo poema tramandato come classico per millenni, o in una frase pronunciata una volta in privato e che nessuno registra, ringraziamo lo stesso tipo di discorso: quello che reca istituzionalmente in sé – anche quando scaturisce dalle circostanze di realtà più soffocanti – non soltanto una illuminazione di verità ma anche un barlume di festa. Esso può molto aiutare gli uomini affinché, con le parole di Freud che sono contento di citare una seconda volta, «connettano a tal punto la loro vita a quella degli altri, riescano a identificarsi con gli altri così intimamente, che l’accorciamento della durata vitale propria risulti sormontabile». Se questo in particolare è vero, il piacere procurato dalla letteratura ha una utilità ben più durevole per gli uomini che non le scappatoie infide del lapsus, le difese penose del sintomo e gli appagamenti allucinatori del sogno.[xxxiii]

 

Note:

[i] R. Luperini, Breviario di critica, Guida, Napoli, 2002, p. 100.

[ii] R. Wellek, The Attack on Literature and Other Essays, University of North Carolina Press, Chapell Hill, 1982, pp. 64-77.

[iii] Cfr. C. Giunta, L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso, Il Mulino, Bologna, 2008.

[iv] A New Literary History of America, a cura di Greil Marcus e Werner Sollors, Harvard: Harvard University Press, 2009.

[v] G. Guglielmi, Letteratura, storia, canoni, in «Allegoria», n. 29-30,   1998, p. 90.

[vi] Cfr. R. Ceserani, Cannonate in «Inchiesta», n. 110, ottobre-dicembre 1995. Ceserani, riprendendo un provocatorio articolo di J. McGann dal titolo Canonade (in «New Literary History», 25, 1994), ha puntualmente informato i lettori italiani che fin dal 1987 all’università di Stanford gli studenti, al canto «Hey hey, ho ho, Western culture’s got to go», hanno contestato la tradizionale lista obbligatoria dei classici, da Omero a Goethe, accusata di essere monoculturale, eurocentrica e maschilista.

[vii] F. Orlando, Teoria della letteratura, letteratura occidentale, alterità e particolarismi, in Un canone per il terzo millennio, a c. di U. M. Olivieri, Bruno Mondadori, Milano, 2001, p. 72.

[viii] Cfr. F. Orlando, L’Altro che è in noi, Lezione Sapegno 1996, Torino, Bollati Boringhieri, 1996.

[ix] Cfr. C. Segre, Notizie dalla crisi. Dove va la critica letteraria?, Einaudi, Torino, 1993 e Id., Ritorno alla critica, Einaudi, Torino, 2001.

[x] L’occasione per un ripensamento dell’eredità culturale di Orlando è stata offerta dal ciclo di Sei lezioni a lui dedicate dall’Associazione Sigismondo Malatesta e dall’ Università di Napoli “Federico II”, e tenute presso la Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica dell’Università di Napoli dal 3 marzo al 7 aprile 2011. Ora in Sei lezioni per Francesco Orlando. Teoria ed ermeneutica della letteratura, a c. di P. Amalfitano e A. Gargano, Pacini, Pisa, 2014.

[xi] R. Ceserani, Raccontare la letteratura, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 148.

[xii] La nozione formalista di «letterarietà» entra nelle spirali di un circolo vizioso non appena si noti come «alterazione» o «scarto» siano variamente presenti in tutti i prodotti verbali. Per la problematizzazione del concetto di «letterarietà», si fa riferimento a C. Di Girolamo, Critica della letterarietà, Il Saggiatore, Milano, 1978 e a F. Brioschi, La mappa dell’impero. Problemi di teoria della letteratura, Il Saggiatore, Milano, 1983. Un criterio fondato sul «tasso di figuralità» sembra, in questo contesto, costituire una difesa sia dallo scientismo che dalla deriva interpretativa. E’ quanto ha cercato di fare Stefano Brugnolo, utilizzando la lezione di Orlando, in La letterarietà dei discorsi scientifici. Aspetti figurali e narrativi della prosa di Hegel, Tocqueville, Darwin, Marx, Freud, Bulzoni, Roma, 2000. Tale criterio è desumibile dal ciclo freudiano di Orlando, ripubblicato sotto il titolo generale di Letteratura, ragione e represso (F. Orlando, Due letture freudiane: Fedra e il Misantropo, Einaudi, Torino, 1990; Id., Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi, Torino, 1992; Id., Illuminismo, barocco e retorica freudiana, Einaudi, Torino, 1997). Lo straripamento della definizione di letteratura dall’alveo tradizionale che ne deriva, con coinvolgimento dei generi della trattatistica filosofica, politica o scientifica, non implica l’enfatizzazione del momento finzionale in ogni discorso umano bensì cerca di evidenziare il nucleo conflittuale correlato, in ogni tipologia discorsiva, alla densità figurale.

[xiii] Cfr. F. Orlando, Dodici regole per la costruzione di un paradigma testuale, in “L’Asino d’oro”, 1, maggio 1990, pp. 122-135.

[xiv] Cfr. F. Orlando, I realismi di Auerbach, intervista a c. di G. Tiné, in “Allegoria”, n. 56, luglio-dicembre 2007, pp. 36-51 e Id., Codes littéraires et référents chez Auerbach, in Erich Auerbach. La littérature en perspective, a cura di P. Tortonese, Paris, Presses Sorbonne nouvelle, 2009.

 

[xv] F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine reliquie rarità robaccia luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, Einaudi, 1993.

[xvi] F. Orlando, Obsolete Objects in the Literary Imagination, Yale University Press, 2006.

[xvii] F. Orlando, Les Objects désuets dans l’imagination littéraire, Editions classiques Garnier, Paris, 2010.

[xviii] F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, cit., p. 13

[xix] F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, cit., p. 38.

[xx] Ivi, p. 10.

[xxi] F. Orlando, Statuti del soprannaturale nella narrativa, in Il romanzo, vol. I, a cura di Franco Moretti, Torino, Einaudi, 2001, pp. 195-226

[xxii] Come è emerso nelle giornate napoletane dall’intervento di Sergio Zatti. Cfr. nota 9.

[xxiii] Cfr., C. Segre, Ritorno alla critica, cit., p. 86

[xxiv] F. Orlando, L’intimità e la storia. Lettura del “Gattopardo”, Einaudi, Torino, 1996, p. 8.

[xxv] F. Orlando, Illuminismo e retorica freudiana, cit., p. 74.

[xxvi] F. Orlando, Prefazione a E. Zinato, Il vero in maschera:dialogismi galileiani, Liguori, Napoli, 2003, p. 3.

[xxvii] A questo proposito è da segnalare la ricerca di Stefano Brugnolo che, applicando la prospettiva teorica e storiografica di Orlando alla rapprentazione dello spazio liminare nella letteratura tardo coloniale, giunge a rovesciare la prospettiva foucaultiana di Said per concludere che «i grandi testi del tardo imperialismo costituiscono sempre uno specchio rovesciato dell’ideologia colonialista, e ciò anche qundo gli autori che li hanno scritti di fatto la condividevano». S. Brugnolo, Andare oltre la linea. Su alcuni motivi della letteratura tardo coloniale, in L’eroe e l’ostacolo. Forme dell’avventura nella narrativa occidentale, (a cura di S. Zatti), Bulzoni, Roma, 2010, p. 193.

[xxviii] Cfr. E. Zinato, Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni, Carocci, Roma, 2010.

[xxix] Cfr. N. Pasero, Marx per letterati. Sconvenienti proposte, Meltemi, Roma, 1998, p. 57.

[xxx] Y. Citton, La competence littéraire: apprendre à (dé)jouer la maitrise, trad. it. di I. Mattazzi, in “Il Verri”, 2011, pp. 34-35.

[xxxi] F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, cit., p. 72.

[xxxii] F. Marcoaldi, in “La Repubblica”, 2.3. 2010

[xxxiii] F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, cit., p. 89.

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