IACOPO LEONI – UNA DUPLICE ECLISSI. ORFANITÀ E STERILITÀ NEL ROMANZO FRANCESE DEGLI ANNI TRENTA

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[Pubblichiamo con piacere l’introduzione al volume di Iacopo Leoni Una duplice eclissi. Orfanità e sterilità nel romanzo francese degli anni Trenta. Formatosi all’Università di Pisa, Iacopo Leoni è attualmente professore a contratto presso l’Università di Napoli “L’Orientale” e l’Università per Stranieri di Siena. Le sue ricerche vertono sulla letteratura francese del Novecento e in particolar modo sul romanzo dell’entre-deux-guerresUna duplice eclissi. Orfanità e sterilità nel romanzo francese degli anni Trenta (ETS, 2020) è il suo primo saggio.]

Una duplice eclissi

[…] quel difficile esercizio che è la pratica responsabile dell’interpretazione letteraria: applicazione fra le più innocue, ma non fra le meno ardite, di una fiducia più generale nella conoscibilità razionale del mondo.

Orlando, Dodici regole per la costruzione di un paradigma

1. Nel suo studio linguistico sulla rappresentazione del padre nella letteratura francese del Novecento, Véronique Duché-Gavet registra la difficoltà di individuare, oltre il 1933, «d’ouvrage présentant une figure paternelle particulièrement marquée»[1]. Un bilancio critico più dettagliato potrebbe facilmente dimostrare l’inesattezza di quest’affermazione; eppure, essa testimonia bene quella crisi trasversale della funzione paterna che fa da sfondo alla presente riflessione. Ma per definirne meglio i caratteri non trovo strategia più adeguata che rifarmi ai suoi nuclei embrionali. L’idea che costituisce la base di questa indagine è andata delineandosi su un doppio canale: se vede la sua prima intuizione in un progetto monografico, deve il suo sviluppo decisivo a una prospettiva intertestuale e, soprattutto, interautoriale. L’attenzione ai temi che sarebbero poi diventati oggetto di un’analisi più approfondita risale alla stesura della mia tesi magistrale, dedicata all’opera romanzesca di André Thérive, critico e scrittore abbastanza influente nel panorama francese dell’entre-deux-guerres e oggi quasi completamente dimenticato, se si escludono pochi addetti ai lavori. In quella ricerca, mi era parso opportuno istituire un confronto con l’estetica populista degli anni Venti e Trenta, all’interno della quale Thérive viene generalmente considerato, in particolar modo per esserne stato uno dei principali teorici e promotori insieme a Léon Lemonnier.
Considerati nel loro rapporto con questa cornice più generale, i romanzi di Thérive sembravano rivelare una configurazione peculiare: per una componente – più bassa – di stilemi populisti, ve n’era una – ben più alta – di elementi stilistici e nuclei tematici originali, che solo a prezzo di qualche fatica potevano essere ricondotti nel contesto di una precisa etichetta letteraria. Tra questi, emergeva con un’insistenza difficile da ignorare una costante riconducibile alla perturbazione dell’istanza paterna e modellata secondo una duplice articolazione, per lo più presente contemporaneamente. Lo statuto dei personaggi romanzeschi era contraddistinto dall’assenza del padre – di volta in volta defunto, sconosciuto, assente – e dall’assenza di figli – di volta in volta rifiutati, scomparsi, abortiti. Insieme ad altri nodi semantici, questo immaginario era servito a proporre una lettura complessiva dell’opera thériviana, posta sotto il segno di una dicotomia fondativa: quella tra la résignation – intesa come accettazione passiva del destino – e la négation – intesa come opposizione reattiva alla morale della predestinazione[2].
Alle medesime osservazioni contribuiva nel frattempo il filo del tutto aleatorio delle mie letture, che in quel momento si concentravano sugli anni Venti e Trenta del Novecento – non fosse altro che perché di quella stagione letteraria mi stavo occupando. Da qui sarebbe sorta quella ricerca di dottorato che – al netto di tagli, integrazioni, ripensamenti – costituisce l’architrave di questo studio. Non mi guidava la volontà precostituita di cercare certe immagini a dispetto di altre, ma solo una disposizione passiva, forse appena sollecitata dai riscontri emersi durante il lavoro svolto su Thérive. Immutato restava del resto il metodo di analisi, basato su quel principio che Francesco Orlando ha definito della scomposizione paradigmatica, e consistente nello «scomporre […] l’ordine sintagmatico proprio del testo, trascurando relativamente gli aspetti che ne dipendono come la successione reale dei versi e il racconto […], per privilegiare la ricostruzione di un ordine paradigmatico latente nel testo»[3]. Applicando questo procedimento a una pluralità di opere e autori, continuavano a emergere due costanti tematiche che incoraggiavano ad avvicinare tra loro i risultati anziché a differenziarli, e ciò al di là di indiscutibili varianti: la crisi dell’istituzione paterna, configurata non solo come un’assenza radicale ma anche come un’insufficienza o un’inadeguatezza; il rapporto problematico con la procreazione, legato a figure altamente compatibili quali l’impotenza e l’erotismo. Due termini sembravano prestarsi meglio di altri a designare questa condizione: orfanità[4] e sterilità.
Con la comparsa dei concetti che danno il titolo a questo studio la presentazione delle origini potrebbe dirsi conclusa. Ma alla necessità di raccontare le intuizioni più lontane della ricerca ne segue subito un’altra: quella – forse più decisiva – di discutere i postulati teorici soggiacenti, nonché le linee e le restrizioni che ne hanno guidato lo sviluppo. Va da sé che questo sforzo non possa che iniziare da una domanda: quando si può davvero parlare di orfanità e sterilità all’interno dei testi esaminati? Il che equivale implicitamente a chiedersi: cosa s’intende con orfanità e sterilità? E di conseguenza: come se ne parla? Riferita al significato e non al significante, ogni costante tematica può in effetti rivelare un certo tasso di fluidità, e perciò di arbitrarietà. Non sono però i ritorni lessicali a consentire un migliore orientamento. Il ricorso a un’analisi quantitativa dei dati avrebbe scoraggiato l’avvio del lavoro più che incoraggiarlo: un lemma come orphelin ha una ricorrenza limitata in questo corpus, stérilité una appena superiore, ma spesso legata più a una dimensione intellettuale-esistenziale che a una condizione, per così dire, fisico-biologica. Non credo di anticipare nulla rilevando fin da ora che questa coincidenza terminologica è tutt’altro che casuale: niente riuscirebbe a illuminare meglio la tensione tra figure letterarie e problemi di più alta generalità Su questo aspetto dovremo ritornare più volte; per adesso basti notare che la presenza dei temi in questione risultava evidente anche senza la ricomparsa di parole precise.
Se appare necessario rifarsi a costanti implicite e non soltanto esplicite, ciò è dovuto al fatto che il testo letterario condivide con il funzionamento dell’inconscio quel principio di generalizzazione genialmente formulato da Ignacio Matte Blanco sulla scia di alcune intuizioni freudiane. Secondo questo postulato, il sistema inconscio collega un elemento singolo a «classi logiche», o «insiemi infiniti», via via più generali, definiti dalla presenza di una certa caratteristica o «funzione proposizionale»[5]. Ecco perché, nel contesto delle opere analizzate, la condizione di orfanità e sterilità non va intesa nella sua accezione solo letterale. Nella classe logica di orfanità rientreranno allora tutte quelle figure in cui si dà una perturbazione del rapporto con l’istanza paterna. Parallelamente, attraverso la classe logica di sterilità saranno designate tutte quelle figure che pertinentizzano l’impossibilità della discendenza: e dunque l’impotenza, l’erotismo non riproduttivo, fino a quel rifiuto della paternità che in termini logico-asimmetrici ne sarebbe l’esatto contrario. Ma questa constatazione è solo il primo tassello di un passaggio ulteriore, poiché i temi in questione non tardano a svelare la presenza di una tensione da intendere in termini culturali e simbolici. Se i concetti matteblanchiani permettono di fare riferimento a categorie interpretative più vaste, va ricordato che il principio di generalizzazione non equivale a un allargamento infinito – e perciò indefinito – di senso: occorre anzi selezionare un tratto di partenza comune, pena quella libertà incondizionata che è sempre suscettibile di sconfinare nell’arbitrarietà più assoluta.
Analizzate nella loro accezione di classe logica, le figure di orfanità e sterilità compaiono in una pluralità considerevole di testi; testi appartenenti ad autori diversi per età, vicenda biografica, convinzioni intellettuali, caratteristiche stilistico-letterarie. Almeno tre generazioni possono aspirare a entrare nel perimetro di questa indagine: da quella di Gide, nato nel 1869, a quella di Camus, nato nel 1913; in mezzo, la generazione di Drieu la Rochelle e Céline, nati nell’ultimo decennio dell’Ottocento, ma anche quella di Sartre e Brasillach, nati nel primo decennio del secolo successivo. Sono in gioco orientamenti politici opposti, quando non addirittura inconciliabili. Intervengono moduli stilistici e formali eterogenei, dalle prose più ortodosse alle sperimentazioni più innovative. Ne va, infine, di sensibilità etiche, esistenziali e metafisiche differenti, e per di più in continua evoluzione dentro l’universo narrativo dei singoli scrittori. Un aspetto, tuttavia, accomuna tutte queste opere: quello di appartenere al periodo cosiddetto dell’entre-deux-guerres, e cioè a quel lasso temporale che, convenzionalmente, va dal 1919 al 1939. Si tratta – com’è noto – di un momento decisivo per la storia della civiltà europea ma che soprattutto nel contesto francese rappresenta un referente cronologico caratterizzato da istanze sociali, letterarie e culturali ben precise. Su un tale sfondo, la condizione di orfanità e sterilità diventa – per usare in senso traslato la celebre nozione di Charles Mauron – una métaphore obsédante, ma non considerata tanto nella sua valenza individuale quanto misurata a livello generazionale[6].

2. Tracciato questo quadro cronologico e culturale, alcune delimitazioni si rendono però necessarie[7]. La prima non può che toccare la qualità stessa delle costanti in questione: nel corpus non compaiono testi in cui la condizione di orfanità e sterilità sia solo metaforica. Requisito fondamentale perché una determinata porzione testuale sia presa in considerazione è pertanto la tematizzazione “in partenza” di una situazione – familiare, affettiva, fisica – per così dire concreta. Ciò non equivale a dire che queste figure siano esenti da un processo di espansione semantica: ne andrebbe dello statuto stesso della letteratura, fondata sulla capacità che ha l’elemento particolare di sollecitare livelli via via più universali. Ma l’eccessiva disposizione ad accogliere formulazioni metaforiche avrebbe non solo aumentato a dismisura le proporzioni di una ricerca già estesa, ma anche sottoposto l’oggetto dell’indagine a un più marcato rischio di intuizione arbitraria. Per questo non compare un romanzo altrimenti rappresentativo come il Journal d’un curé de compagne (1936) di Georges Bernanos. Che cos’è il parroco di Ambricourt se non la più alta e radicale espressione di un personaggio volutamente sterile, faticosamente impegnato a esercitare spiritualmente sulla collettività una paternità rifiutata sul piano biologico? E che cos’è la tensione verso Dio se non l’aspirazione, parimenti sofferta, a una sfera paterna assoluta e incancellabile, sebbene destinata alla medesima eclissi – «L’âme se tait. Dieu se tait. Silence»[8] –?
La seconda limitazione s’impone a livello cronologico. Per impedire estensioni rischiose – sempre suscettibili di naufragare in euforie dilettantesche – l’entre-deux-guerres è stato ristretto ai soli anni Trenta. Sono convinto di aver verificato l’esistenza di queste tematiche per tutto l’arco di questa lunga stagione; eppure, le implicazioni legate a un contesto così ricco ed eterogeneo sarebbero state troppe per garantire la scientificità dell’approccio. Per altro, la sostanziale autonomia che contraddistingue il quadro letterario degli anni Trenta consente di legare la manifestazione testuale di simili costanti a precise dinamiche romanzesche, caratteristiche del periodo. È nel rispetto di questo criterio – rigidamente osservato fino al rischio della pedanteria – che non hanno trovato posto esemplificazioni inizialmente prese in considerazione. La delimitazione temporale verso il basso ha escluso autori come Gide o Cocteau, in cui pure la questione della paternità – e segnatamente della sua crisi – riveste un ruolo di primo piano[9]; quella verso l’alto ha invece estromesso un testo come L’Étranger di Camus. Esclusione, quest’ultima, particolarmente sofferta. Nonostante il romanzo esca nel 1942, le atmosfere e le problematiche suggerite dalla narrazione rientrano a pieno diritto nel codice romanzesco del decennio precedente. Senza contare che l’evocazione del padre assente – innestandosi sulla morte della madre che apre il celebre incipit – sembra essere scritta appositamente per rientrare in questa indagine[10]. In ultima analisi, mi è sembrato però preferibile non includere l’opera, e ciò nella misura in cui una sola eccezione avrebbe, anche solo teoricamente, potuto aprire a molte altre[11].
Motivi analoghi a quelli che hanno reso utile un ridimensionamento cronologico conducono all’ultima delle limitazioni, questa volta legata al genere: è essenzialmente sul codice romanzesco che verrà misurata la validità delle costanti in questione. Affinché non sembri arbitraria questa predilezione, sarà opportuno motivarla brevemente. Al di là delle competenze specifiche che il linguaggio poetico e teatrale richiederebbe, l’esclusione di questi modelli espressivi è surdeterminata da un argomento ancor più decisivo di storia letteraria: la predominanza quasi assoluta che la forma romanzo acquista lungo gli anni Trenta. Pur nella sua eterogeneità di moduli e intenzioni, essa si fa infatti privilegiato strumento d’espressione, definito dalla ricorrenza di precisi caratteri formali e tematici: ed è per estrema fedeltà a un tale criterio selettivo che in sede analitica ho fatto un utilizzo minimale di racconti brevi o novelle, chiamati in causa solo per istituire paralleli o sottolineare divergenze. Nel mezzo di tutte queste restrizioni, confesso, infine, di non aver condotto alcun lavoro di scavo o di recupero che andasse al di là del canone; lavoro che, se avrebbe probabilmente aumentato le esemplificazioni possibili, avrebbe altrettanto probabilmente attutito l’essenzialità necessaria a qualsiasi proposta interpretativa[12].

3. L’insistenza sui criteri che hanno regolato la ricerca si è resa necessaria non tanto – o non solo – per denunciarne in anticipo le mancanze quanto per evidenziare la ratio di scelte all’interno delle quali la portata delle costanti individuate può manifestarsi in tutta la sua pregnanza. D’altra parte, il vero obiettivo non dovrebbe essere prendere in esame un corpus di testi talmente esteso da inglobare tutti gli esempi possibili, ma verificare che quello selezionato possa dirsi effettivamente rappresentativo da sopportare il peso di un’indagine. Con riferimento alle delimitazioni esposte – di argomento, di tempo, di codice – il quadro fin qui delineato potrebbe essere così riassunto: il paradigma romanzesco francese degli anni Trenta mostra la presenza quasi ossessiva di figure legate a una condizione di orfanità e di sterilità intese nella loro valenza di classi logiche. È ora venuto il momento di chiedersi perché si dà questa ricorrenza; o, detto altrimenti: da dove vengono queste immagini? Tentare una risposta significa porsi il problema, puntualmente complesso, della relazione che un tema intrattiene con i referenti extra-testuali. Non mi sfugge la rilevanza di una questione che – nel mettere in gioco esperienze cardinali della vicenda umana – porta molti percorsi interpretativi ad aprirsi simultaneamente. In particolare, ci sarebbe di che incoraggiare due approcci polari: a un estremo, una lettura metastorica riferita ad archetipi troppo universali per essere davvero esplicativi; all’estremo opposto, una distribuzione piattamente storicistica delle costanti. Di lato, la tentazione sempre presente del biografismo.
Se parto da quest’ultima, è perché m’interessa prima d’ogni altra cosa sottolineare l’insufficienza di tutte quelle interpretazioni che facciano risalire la figuralità letteraria al dato psicologico-biografico. L’attenzione rivolta a una pluralità di autori potrebbe forse ostacolare a priori questo percorso: come spiegare infatti la ricorrenza di figure analoghe in tanti vissuti diversi? Due elementi, ugualmente massicci, rischiano però di incentivare un simile tentativo. In primo luogo, il fatto che queste costanti siano connesse al rapporto con l’istanza paterna e con la procreazione rischia di offrire più agevolmente il destro a una lettura di stampo banalmente simbolico-contenutistico. In secondo luogo, questa tentazione appare più forte per una stagione in cui le implicazioni etiche, sociali e politiche della scrittura portano spesso ad abbattere le tradizionali cortine finzionali e a ridurre la distanza tra autore, narratore e personaggio[13]. Cercare nell’opera una sorta di sintomo allo scopo di ricostruire il tessuto psicologico del singolo scrittore rischierebbe però di risolversi in un’ovvietà, e ciò nella misura in cui contenuti psicanalitici di matrice freudiana – presenti quasi gioco forza in un immaginario – possono solo confermare quanto il racconto già esprime poeticamente. Per questo, le immagini di orfanità e sterilità non possono che essere ricondotte al proprium del discorso artistico, e cioè alla funzione che esse rivestono nell’articolazione semiotica e semantica del testo.
Passando dalla storia individuale alla storia collettiva, una lettura di matrice vagamente junghiana potrebbe ricollegare le nozioni di orfanità e sterilità alle esperienze più archetipiche del genere umano: quelle che oppongono la cultura alla natura, l’oppressione alla libertà, la protezione alla solitudine. Ma com’era necessario evitare di ricondurre queste costanti a un vissuto singolare, appare altrettanto necessario scartare un approccio metastorico che miri a inglobare tutti i vissuti sotto l’egida di un immaginario acronico impermeabile alle sollecitazioni storico-sociali. Un preciso momento si riflette nella presenza di queste figure, ed è databile tra i tardi anni Dieci e la fine degli anni Trenta, quando l’eredità morale e materiale della Prima guerra mondiale e l’instabilità di un tessuto sociale sempre più democratizzato acuiscono un dissesto culturale già connaturato al collasso delle dottrine positiviste. Da qui, una radicale messa in questione delle categorie tradizionali che aveva avuto il suo precedente più forte forse nella sola cesura storica di fine XVIII secolo. Ratificando la critica illuministica alla tradizione, la Rivoluzione aveva innescato un conseguente processo di desacralizzazione degli antichi parametri di riferimento, e ciò a partire proprio dell’autorità paterna e dai suoi significati simbolici. Un depotenziamento del padre su cui l’Ottocento borghese sarebbe tornato ossessivamente, che fosse nelle forme di un rimpianto nostalgico o di un’opportunità da cogliere per l’affermazione del merito personale.
Nei primi decenni del Novecento, la costruttività del progetto laico-progressista ha tuttavia lasciato il posto a un clima di profonda anomia. Ed è in questo contesto che in letteratura emergere la rappresentazione di una condizione esistenziale incerta, simbolicamente condensata nell’eclissi delle giustificazioni biologiche, sociali e culturali. Del resto, non sarebbe difficile registrare un depotenziamento delle costanti nella loro manifestazione qui descritta dopo gli anni Quaranta, ovvero quando l’inquietudine per il collasso delle mitologie borghesi è sostituito dal definitivo annegamento dell’identità all’interno di una civiltà di massa ormai pervasiva. Se la Prima guerra mondiale fonda l’esistenza di queste figure, la Seconda, in qualche modo, ne esaurisce la portata. Ciò non significa che la questione scompaia completamente; piuttosto, essa si trasforma: con l’affermazione capillare dell’ideologia capitalista anche la configurazione del modello paterno non poteva che andare incontro a un’ennesima evoluzione. In questo senso, il récit de filiation teorizzato da Dominique Viart costituisce la prosecuzione ideale di un immaginario romanzesco che, lungo tutto il XX secolo, sembra non poter fare a meno di interrogarsi sul carattere insondabile delle origini[14].
Se il piano atemporale dell’inconscio collettivo non riesce a toccare la specificità della questione, anche una riduzione del discorso romanzesco a documento interamente storicizzabile si rivelerebbe presto insoddisfacente. È questo l’orientamento implicito in molta critica contemporanea, nei cosiddetti cultural studies e in tutte le loro varianti, inclini ad annullare ogni distinzione qualitativa tra lo sfondo e il testo. Una volta ammessa la dipendenza che orfanità e sterilità intrattengono con i dati di realtà, sarebbe sbagliato passare da postulati antropologici troppo universali a dinamiche troppo particolari della storia culturale, politica, economica degli anni Trenta. Salvaguardando la specificità del linguaggio letterario, è necessario anzi osservare come fra costanti e referenti extra-letterari si dia un rapporto sempre mediato dalle componenti narrative, descrittive e riflessive. Da una parte, non è abusivo sostenere che la crisi dei predicati di riferimento restituisce un punto di vista ormai democratico, riflettendo quel declino delle modello patriarcale che è al centro di molte analisi sociologiche e antropologiche. Dall’altra, la finzione trascrive questo problema all’interno di un dispositivo in cui i contenuti sono inseparabili dalle strutture retoriche che li esprimono. Mentre la morale piccolo-borghese reifica il culto dei ruoli come ultimo tentativo di sopravvivenza, le immagini della letteratura danno voce, universalizzandone la portata, a una serie di situazioni in cui la polverizzazione del modello paterno innesca una ricerca di senso inesausta e, insieme, assiologicamente problematica.
Sarebbe forse superfluo sottolineare che queste figure, lungi dal fare la loro prima comparsa nel codice romanzesco dell’entre-deux-guerres, godono di una tradizione tutt’altro che secondaria. Com’è noto, la perturbazione nella trasmissione generazionale del modello paterno risale almeno a quell’avvento dell’individualismo borghese che sarebbe poi stato ratificato dalla Rivoluzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Sarà sufficiente attendere poco meno di mezzo secolo perché – nelle pagine iniziali de La Confession d’un enfant du siècle (1836) – Musset stabilisca il nesso fondamentale tra ribellione romantica e sentimento di orfanità. Ed è solo qualche decennio più tardi che il discorso letterario intensifica le immagini legate alla sterilità: elevando «la froide majesté de la femme stérile»[15] ad antitesi della natura proliferante, Baudelaire consacra un tema che permeerà in profondità tutta la letteratura fin-de-siècle, com’è stato notato, tra gli altri, da Jean Borie e da Jean de Palacio[16]. Ma non mi interessa qui battere le strade dell’intertestualità e ricostruire una ipotetica – e astratta – storia delle influenze; mi importa soprattutto sottolineare come negli anni Trenta queste costanti vengono risemantizzate rispetto alla tradizione preesistente, acquisendo un inedito spessore testuale. Da qui, un senso che risulta inevitabilmente rifunzionalizzato attraverso la riappropriazione creativa di forme e contenuti peculiari.
Effettivamente, la mediazione del Modernismo ha ormai sottratto alla raffigurazione del soggetto marginale proveniente dall’immaginario romantico la sua statura qualitativa. Certo, inazione e impotenza caratterizzavano già il René di Chateaubriand o l’enfant du siècle di Musset; eppure, il divorzio tra io e mondo non intaccava mai la grandezza della loro interiorità in rapporto alla degradazione della realtà. Per quanto riguarda il contesto letterario degli anni Trenta, il senso di non appartenenza è ormai inseparabile da una qualità interiore che sembra essersi sensibilmente ridotta. Secondo un meccanismo che ha le sue origini nel codice estetico del decennio precedente[17], elevazione e insufficienza morale sono ormai manifestazioni indistinguibili di una mediocrità democratica insieme rigettata e assunta. Ed è proprio grazie a questo continuo cortocircuito logico che rivelano la loro natura di testi letterari romanzi troppo spesso sbrigativamente scambiati per riflessioni filosofiche, manifesti ideologici o professioni di nichilismo. Ecco perché stabilire se la condizione di orfanità e sterilità sia connotata positivamente o negativamente dalla funzione autoriale è interessante solo nella misura in cui ciò non deve oscurare l’esistenza di un’ambivalenza costante: da una parte, il modello familiare piccolo-borghese è rappresentato come inservibile; dall’altra, esso può essere caratterizzato in modi tutt’altro che privi di potenziale nostalgico. Se l’identificazione è sempre suscettibile di nascondere una distanziazione, la distanziazione è sempre suscettibile di coprire un’identificazione.

4. È all’interno di un simile scenario che la condizione di orfanità e sterilità deve essere ricondotta: alla declinazione in chiave generazionale delle costanti in esame è dedicata la prima parte di questo lavoro. A partire da una problematica trasversale, sarà poi interessante analizzare le modalità con cui la articolano una serie di autori giudicati rappresentativi del periodo. Più precisamente, si tratta di indagare tre linee romanzesche sufficientemente distinte e definite nei loro caratteri fondamentali: a esse sono riservate la seconda, terza e quarta parte. Sia detto preliminarmente: lungi dal risolversi in una distribuzione rigida e monolitica, la definizione delle direzioni attraverso cui le costanti si sviluppano intende istituire un quadro articolato, fondato su modelli ben identificabili ma anche suscettibili di influenzarsi vicendevolmente. Un tasso di arbitrarietà che non manca di interessare anche il numero delle linee proposte: niente vieta che, da altri punti di vista, esse possano diventare non tre ma addirittura qualcuna in più. La ripartizione degli esempi in seno a questo o a quel polo ha invece una maggiore pretesa di sistematica fissità; ciò non toglie che diverse tendenze possano agire contemporaneamente fino a confondersi nell’itinerario di un dato scrittore o alternarsi nell’economia di una singola opera.
Una prima direzione è quella fascista-reazionaria: dove l’evaporazione del padre e la condizione di sterilità vengono sublimate mediante il ritorno a un’ideologia vigorosa, fondata sui concetti “rassicuranti” di autorità e forza. In Gilles di Pierre Drieu la Rochelle e Les Sept couleurs di Robert Brasillach, usciti entrambi nel 1939, lo sradicamento individuale e collettivo trova proprio nelle istanze del fascismo la sua rivalsa più estrema. È solo con il ricorso ai postulati reazionari di razza e virilità che l’individuo recupera un ubi consistam storico ed esistenziale reso vacillante dal crollo delle tradizionali forme di consistenza. Certo, è un percorso diverso quello che conduce i due autori a elaborare una soluzione affine. Per Drieu, Gilles costituirà il punto di fuga di una riflessione sul rapporto tra io e decadenza della società attiva fin dai primi anni Venti; per Brasillach, il fascismo rappresenterà invece una tensione insieme romantica e reazionaria, capace di arginare l’involarsi inarrestabile del tempo. Ma al di là delle pur notevoli differenze, la tentazione fascista tematizzata dai due romanzi mira a ripristinare una concezione forte di soggetto, spingendo l’estetizzazione dell’individualismo eroico fino all’apologia esplicita della violenza purificatrice.
All’opposto – ma sempre sotto il segno di un ritrovato sussulto politico e morale – sta la direzione etico-costruttiva. Al ripiegamento romantico-reazionario si oppone una letteratura che tenta di trasfigurare nel valore della libertà e dell’autodeterminazione la perdita delle tradizionali modalità di consistenza legate alla perpetuazione del modello paterno. Ma la crisi del rapporto tra io e mondo è qui sublimata euforicamente mediante l’esaltazione dell’autonomia individuale: i postulati conoscitivi che permeano questa tendenza affidano ogni reazione alle potenzialità concrete del singolo, teso a reperire nella dimensione tangibile dell’esperienza i mezzi della propria autodeterminazione. Tre autori sembrano incarnare con maggiore aderenza tali presupposti. Malraux: dove, tanto nelle sue espressioni narcisisticamente avventurose quanto in quelle collettivo-rivoluzionarie, l’azione si dà come veicolo in grado di rifondare un io minato dal tracollo della civiltà occidentale. Paul Nizan: dove l’engagement comunista origina una riflessione non riconducibile alla sola ipoteca ideologica, ma anzi interessata a esplorare un campionario di questioni più universali, a partire dall’ambivalente relazione tra comunità politica e sradicamento dell’individuo. Al limite estremo di questo polo, La Nausée (1938) di Sartre: dove, in opposizione al culto della continuità generazionale professato dai borghesi, Roquentin incarna una riduzione fenomenologica del soggetto alla sua forma più elementare.
Tra queste due linee di sviluppo si estendono poi le atmosfere dimesse di una narrativa in cui l’identificazione con la mediocrità piccolo-borghese resta lontana da ogni forma di riscatto. Da qui, un movimento incapace di incanalare costruttivamente la percezione di un’insufficienza costitutiva, e anzi volto a denunciare il carattere assurdo dell’esistenza. Si tratta di una nebulosa più composita rispetto alle direzioni sopra menzionate, nella quale rientrano tanto Emmanuel Bove quanto il Montherlant degli anni Trenta, tanto Louis Guilloux quanto i romans de la destinée di Simenon. All’interno di questo polo, le figure di orfanità e sterilità si legano a un senso di stagnazione esistenziale caratterizzata dalla chiusura di qualsiasi orizzonte, sia esso intellettuale, politico, metafisico. Ecco perché non sarà abusivo considerare Céline l’esponente meno rassegnato e più furente di questa tendenza. Una configurazione peculiare che, se identifica in profondità opere quali il Voyage au bout de la nuit (1932) o Mort à crédit (1936), non muta il risultato dell’indagine identitaria alla base dei romanzi: la cruda esplorazione della realtà non rimpiazza lo sradicamento con significati sostitutivi ma solo con un itinerario conoscitivo cortocircuitale.
Se il principio che presiede all’organizzazione delle parti è sostanzialmente omogeneo, i singoli capitoli sono strutturati attraverso procedimenti analitici a tal punto eterogenei da non poter essere ricondotti a un metodo trasversalmente utilizzabile. Nel solo caso di Sartre il discorso si concentrerà su un unico campione, per una scelta dettata anche dalle circostanze: com’è noto, La Nausée è il solo romanzo pubblicato dallo scrittore negli anni Trenta, se si esclude la raccolta di novelle Le Mur (1939). Nella maggior parte dei casi, gli esempi analizzati saranno invece più d’uno. Requisito fondamentale perché un testo sia preso in esame resta comunque la stretta aderenza alle tematiche in questione: ne è riprova, ad esempio, l’attenzione più laterale rivolta a Le Temps du mépris (1935) e L’Espoir (1937) di Malraux, dove il nostro oggetto d’indagine occupa un ruolo talmente implicito da essere diventato marginale. Com’è ovvio, l’immaginario cui dà luogo la condizione di orfanità e sterilità non è quasi mai il solo protagonista all’interno dei testi; ma anche laddove rivesta una posizione di minor rilievo, questo dialoga costantemente con le altre figure del racconto, fino a condensare in sé significati di portata più ampia. Non mancano d’altra parte occasioni in cui la perturbazione del modello paterno si riveli una chiave di lettura primaria nell’economia complessiva dell’opera: proprio su questo meccanismo si basa la scommessa ermeneutica avanzata a proposito de La Nausée: dove il binomio di orfanità e sterilità sembra in grado di illuminare meglio i rapporti tra diverse componenti del testo e – perché no – il testo intero.

5. Arrivati a questo punto, non è più possibile rimandare oltre una breve disamina sullo stato della questione. Sorprende come alla ricorrenza macroscopica di queste immagini si accompagni una sostanziale carenza di analisi critiche. Il tema delle origini potrebbe certo richiamare il celebre studio di Marthe Robert, Roman des origines, origines du roman (1972). Il tentativo della Robert – com’è noto – consiste nel leggere lo sviluppo del romanzo moderno sulla base delle due situazioni – contrapposte e successive – che secondo Freud caratterizzano il funzionamento psichico del bambino davanti al mondo adulto: la fantasia dell’«enfant trouvé», poi quella dell’«enfant bâtard»[18]. Si tratta di un approccio suggestivo, ma connesso a implicazioni di ordine antropologico che esulano dagli intenti della mia indagine. Offre invece una maggiore attinenza – benché su un piano analitico totalmente diverso – il lavoro che Jean Borie ha dedicato alla figura del célibataire[19]. Incentrato principalmente sulla cultura del XIX secolo, il saggio arriva a considerare Roquentin come l’ultima grande incarnazione di questo modello, offrendo spunti di riflessione non trascurabili sulla civiltà letteraria degli anni Trenta. Borie ha il merito di insistere sul conflitto che, dalla metà Ottocento, oppone il célibataire tanto all’ideologia conservatrice quanto ai corifei della modernità progressista. Ma l’autonomia del discorso artistico è spesso e volentieri trascurata dallo studioso a vantaggio di una storia delle idee in cui l’aspetto retorico-figurale del problema non occupa più che un ruolo marginale.
Nella prospettiva del mio lavoro, studi meno generali hanno forse consentito più solidi punti di appoggio. Eppure, anch’essi sono apparsi solo parzialmente soddisfacenti: se non è raro trovare allusioni alla crisi delle tradizionali forme di consistenza relative alla famiglia e allo status, esse non vengono trattate che tangenzialmente, senza essere oggetto di approfondimento più dettagliato. Tra i molti esempi possibili, può avere un qualche interesse analizzare due casi ben distanziati nel tempo. Da un’angolazione cronologica ancora piuttosto ravvicinata agli anni Trenta, Albérès segnala nel suo Bilan littéraire du XXe siècle (1956) come la letteratura di questa stagione rifiuti una rappresentazione convenzionale dell’individuo, isolandolo dal suo ambiente sociale allo scopo di favorire l’esplorazione della condizione umana: «Le roman ou le drame seront alors des expériences morales où les malheurs fondent sur le héros pour le dépouiller de tous les petits réconforts qu’apporte la vie banale, afin que, mis à nu, il découvre en lui l’essentiel»[20]. Il divorzio tra io e contesto costituisce una questione fondamentale per il mio discorso; ma l’analisi di Albérès – del resto legata a un intento di elegante divulgazione – non affronta nel dettaglio il problema dei ruoli verticali e le sue implicazioni simboliche, limitandosi a segnalare un più generico rigetto delle abituali categorie di riferimento. Inoltre, lo studioso vincola la dinamica allo scatenamento di una reazione che ha in Malraux, Sartre e Camus i suoi principali esponenti, senza lasciare spazio a linee romanzesche differenti ma parimenti interessate dal fenomeno.
Quasi mezzo secolo più tardi – e da una prospettiva più accademica – Jean-Yves Tadié ha posto l’accento sullo smarrimento dell’identità cui vanno incontro i personaggi romanzeschi del Novecento, improvvisamente privati del loro cognome, quando non del loro nome proprio: «Au XXe siècle, le nom perdu n’est jamais retrouvé»[21]. Il fenomeno ha non pochi legami con il concetto di orfanità: rinviando a un più generale collasso dei predicati sociali, l’assenza del nome risponde a quella vertiginosa esperienza del vuoto che sembra contrassegnare i differenti linguaggi artistici di questa stagione. Venute progressivamente meno le resistenze del modello eroico – ancora rappresentato, pur tra tutte le ambivalenze, da Malraux o Saint-Exupéry – il romanzo procede a una deroicizzazione – e dunque a una democratizzazione – del personaggio. Processo che raggiunge il suo culmine in alcune figure degli anni Trenta: «les pensionnaires de l’Hôtel du Nord d’Eugène Dabit […], les criminels médiocres de Simenon […], les abouliques d’Emmanuel Bove», fino ai due rappresentanti per eccellenza «Cripure et Bardamu»[22]. Come nel caso di Albérès, Tadié affronta questioni importanti per lo sviluppo della mia analisi, ma ne tocca solo tangenzialmente l’oggetto più specifico. Non manca, infine, una bibliografia secondaria che si sia interrogata su queste problematiche: dei testi metodologicamente più soddisfacenti non ho mancato di servirmi per puntellare la mia argomentazione.
Per finire, mi pare però doveroso citare un esempio che – più degli altri – sembra avvicinarsi allo spirito del mio lavoro: l’articolo di Denis Hollier dal titolo «Fascisme. Natalité et instinct de mort» [23]. Si tratta di una riflessione particolarmente lucida, dove il rifiuto della procreazione – sia esso connotato positivamente o negativamente dalla funzione autoriale – è interpretato come un tema portante di questa stagione letteraria, perché capace di condensare simbolicamente un’opposizione radicale nei confronti del modello sociale dominante. Sulla base di quanto detto, l’indagine qui intrapresa vorrebbe dunque valorizzare un problema che – se è stato solo parzialmente indagato dalla critica – costituisce un immaginario fondativo per l’universo narrativo degli anni Trenta. A tal proposito, sono convinto di avere solo tangenzialmente sfiorato implicazioni inerenti classi di significato più generale. La possibilità, cioè, di ricondurre queste figure al minimo comune denominatore di una dicotomia che regge l’intero paradigma romanzesco degli anni Trenta: quella – testuale prima ancora che emotiva – tra Ordine e Disordine. Ma dai nuclei originari di questa ricerca ai suoi possibili sviluppi il salto è ampio, ed eccede forse i risultati raggiunti. Dopo aver discusso tanto a lungo della questione, è ora di assicurarsi che essa esista.

Note

[1] V. Duché-Gavet, L’image du père dans la littérature française contemporaine: étude linguistique d’œuvres publiées de 1924 à 1945 et de 1964 à 1985, Lille, ANRT, 1988, p. 73.
[2] Alcuni risultati di questo studio sono stati successivamente pubblicati in forma di articolo. Mi permetto di rinviare a I. Leoni, «André Thérive: résignation contre négation», in Revue italiennes d’études françaises, n° 6, décembre 2019, [en ligne] e Id, «Figure della povertà nella letteratura populista francese degli anni Trenta», in E. Sibilio (dir.), Rappresentazioni artistiche e sociali della povertà, Cassino, Edizioni Università di Cassino, 2017, pp. 253-269.
[3] F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura [1976], Torino, Einaudi, «Piccola Biblioteca Einaudi», 1992, p. 29.
[4] Termine ammantato di un certo gusto arcaico, è vero, ma che fin da subito mi è sembrato preferibile alle varie alternative possibili.
[5] Cfr. I. Matte Blanco, The Unconscious as Infinite Sets: Essay in Bi-logic, 1975; trad. it., L’inconscio come insiemi infinti. Saggio sulla bi-logica, Torino, Einaudi, «Biblioteca Einaudi», 2000, pp. 42-47.
[6] Sul concetto di métaphore obsédante e sulle sue applicazioni testuali, cfr. Ch. Mauron, Des métaphores obsédantes au mythe personnel. Introduction à la psychocritique, Paris, José Corti, «Les essais», 1963.
[7] Tra queste, la più implicita è quella di aver analizzato la questione soltanto dal punto di vista dell’identità maschile. Non che le figure di orfanità e sterilità non possano riguardare importanti personaggi femminili di questa stagione; ma all’interno di questo studio tali nozioni sono strettamente connesse a problemi come la paternità, la costruzione della virilità, il célibat.
[8] G. Bernanos, Journal d’un curé de campagne [1936], in Id, Œuvres romanesques complètes suivi de Dialogue de Carmélites, t. II, éd. J. Chabot, Paris, Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade», 2015, p. 323.[9] Non mancheranno riferimenti a romanzi editi negli anni Venti; ma si tratterà perlopiù di richiami funzionali a mostrare l’evoluzione di questioni che avranno negli anni Trenta il loro più coerente sviluppo.
[10] «Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas» (A. Camus, L’Étranger [1942], in Id, Œuvres complètes, t. I, éd. J. Lévi-Valensi, Paris, Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade», 2006, p. 141).
[11] Alcuni rapidi riferimenti fatti a Camus nella prima parte di questo lavoro, potranno – assai parzialmente – risarcire quest’assenza.
[12] La nozione di canone – di per sé problematica – risulta ancora più traballante se applicata al contesto romanzesco francese degli anni Trenta. Frequenti continuano a essere infatti i tentativi di recuperare movimenti e autori a lungo ignorati, se non completamente dimenticati dalle storie letterarie. Dopo quasi cento anni, converrebbe forse considerare sostanzialmente riparati i torti perpetrati dalla critica, dalla politica e dalla storia e provare a solidificare un paradigma di riferimento sulla base di precisi parametri tematico-stilistici.
[13] Più specifici riferimenti a letture di tipo biografico-psicologistico saranno discussi di volta in volta all’interno dei singoli capitoli.
[14] Cfr. D. Viart, «Filiations littéraires», in J. Baetens et D. Viart (dir.), La Revue des Lettres modernes – Écritures contemporaines 2, Paris, Minard, 1999, pp. 115-139.
[15] Ch. Baudelaire, Avec ses vêtements ondoyants et nacrés, in Id, Les Fleurs du mal [1857], Œuvres complètes, t. I, éd. C. Pichois, Paris, Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade», 1975, p. 29.
[16] Cfr. J. Borie Le célibataire français [1976], nouvelle éd. revue et augmentée, Paris, Librairie Générale Française, «Le livre de poche», 2002 e Id, Huysmans: le diable, le célibataire et Dieu, Paris, Grasset, 1991; J. de Palacio, Figures et formes de la décadence, Paris, Séguier, «Bibliothèque décadente», 1994 e Id, «L’envers de l’amour; ou la désolante fécondité», in E. Mosele (dir.), Variazione sul tema d’amore nella letteratura francese del secondo Ottocento, atti del seminario di studio di Malcesine 23-25 maggio 1996, Padova, Schena, «Quaderni del castello» 1999, pp. 39-57.
[17] Cfr. E. Tonnet-Lacroix, Après-guerre et sensibilités littéraires: (1919-1924), Paris, Publications de la Sorbonne, 1991, pp. 163-165.
[18] Cfr. M. Robert, Roman des origines, origines du roman [1972], Paris, Gallimard, «Tel», 1976, in particolare pp. 11-78.
[19] Cfr. J. Borie, Le célibataire français, cit.
[20] R. M. Albérès, Bilan littéraire du XXe siècle [1956], éd. revue et augmentée, Paris, A. G. Nizet, 1970, p. 75.
[21] J.-Y. Tadié, Le roman au XXe siècle, Paris, Pierre Belfond, «Les dossiers Belfond», 1990, p. 63.
[22] Ivi, pp. 70-71.
[23] Cfr. D. Hollier, «Fascisme: natalité et instinct de mort», in Id (dir.), De la littérature française, Paris, Bordas, 1993, pp. 861-865.

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