PAOLO TAMASSIA – DOCUMENTO E FINZIONE NEL ROMANZO: IL CASO DELL’ADVERSAIRE DI EMMANUEL CARRÈRE

Download PDF

[Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un saggio di Paolo Tamassia dedicato al romanzo L’Adversaire di Emmanuel Carrère. Il testo (già pubblicato nel volume Finzione e documento nel romanzo a cura di Massimo Rizzante, Walter Nardon e Stefano Zangrando, edito nel 2008 dall’Università degli Studi di Trento) colloca il romanzo dello scrittore francese nell’ambito di una tendenza della letteratura francese contemporanea, tesa a reinterpretare in maniera problematica alcune categorie (come realtà, rappresentazione soggettività, narratore) del romanzo che erano state radicalmente messe in discussione dal clima culturale segnato dallo strutturalismo e dal post-strutturalismo. Elementi caratteristici di questo nuovo corso che ha inizio a partire dagli anni Ottanta, secondo Tamassia sono “il diffondersi di un nuovo genere letterario, la biofiction, e un’attenzione particolare rivolta al fait divers, al fatto di cronaca.” (M.R.)]

Carrère

Che la narrativa francese del periodo cosiddetto extrême contemporain sia caratterizzata da un ritorno al reale e alla soggettività, è dato ormai evidente e confermato dalla critica. Dopo il processo di riflessione teorica che aveva condotto, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta, ad un’affermazione pressoché incondizionata dell’autoreferenzialità della scrittura letteraria, ad una totale chiusura del testo narrativo, emerge infatti una rinnovata fiducia nella possibilità di raccontare fatti, persone, problematiche sociali. Insomma, di raccontare l’uomo e la realtà o, per meglio dire, l’uomo nella realtà (cfr. D. Viart, Mémoire du récit. Questions à la modernité).
Sono ben noti i motivi che avevano gradualmente determinato l’esautorazione del récit, e dunque del romanzo, negli anni Settanta. L’affermarsi dello strutturalismo, nonché delle filosofie poststrutturaliste, all’interno del dibattito culturale, aveva imposto la revisione, e la conseguente distruzione, di alcune fondamentali categorie quali il soggetto, la storia, la rappresentazione, in quanto ritenute ipostasi della dimensione metafisica della cultura occidentale. Parallelamente, nell’ambito letterario, si procedeva all’obliterazione di nozioni quali autore, opera, racconto. In ultima analisi, il récit non era più ritenuto in grado di raccontare fatti, né individui, ma soltanto il proprio procedimento verbale, poiché non veniva considerato un fatto ma un ‘evento’. Per contro, in un contesto differente, all’inizio degli anni Ottanta, gli scrittori tornano, quasi senza eccezioni, alla narrazione, con un rinnovato interesse per il soggetto e la realtà. Ma non si tratta certo di un ritorno ingenuo, ovvero ignaro della radicale discussione cui il récit stesso era stato sottoposto in precedenza, o indifferente ai rifiuti che avevano dominato l’«ère du supçon» (cfr. N. Sarraute, L’Ère du supçon). Accade infatti che gli scrittori, piuttosto che rinunciare a raccontare in ragione del «sospetto», tentino consapevolmente di «raccontare con il sospetto» (cfr.  D.  Viart, Écrire avec le soupçon – enjeux du roman contemporain). Ora, tra le caratteristiche che testimoniano questa nuova tendenza della narrativa francese, c’è senz’altro l’affermarsi di due elementi: il diffondersi di un nuovo genere letterario, la biofiction, e un’attenzione particolare rivolta al fait divers, al fatto di cronaca.
Non è un caso, in effetti, che l’interesse per la soggettività, evidente nel récit de vie, assai diffuso nella narrativa attuale, abbia reso necessario coniare il termine di biofiction, con cui si designa la finzione letteraria di forma biografica (vita di un personaggio immaginario o vita immaginaria di un personaggio reale), proprio per colmare un vuoto generico situato tra la ‘fiction’ e il racconto biografico. Si tratta di una forma narrativa che si presenta come l’espressione letteraria di una cultura, quella attuale, problematicamente indecisa tra molteplici posizioni contrapposte, in cui manca una base ideologica forte per affrontare il reale. Tuttavia, come è stato rilevato, il mélange di documento e finzione nel genere della ‘vita’ non è certo una novità in letteratura:

Si continuité il y a – afferma Alexandre Gefen ne La biofiction dans la littérature française contemporaine –, c’est donc dans un usage du biographique,  dans une longue tradition d’utilisation du genre biographique ou de l’étiquette vie par les écrivains, de la Vie inestimable du Grant Gargantua, père de Pantagruel, de Rabelais à la Princesse de Clèves, des vies de saints médiévales  […] aux hagiographies romantiques (pensons que le Louis Lambert de Balzac et  la  Vie de Rancé de Chateaubriand sont des vies): les  combinaisons du mémoriel, du légendaire, du métaphysique avec ce que l’on appellera ultérieurement l’esthétique sont légion.

Il fatto è che nel corso del tempo si sono prodotte notevoli modificazioni in questo ambito. Se prima dell’Ottocento le ‘vite immaginarie’ non prevedono una distinzione tra storiografia e letteratura, durante il secolo positivista si oppongono decisamente alla biografia storica, mentre nel Novecento le frontiere generiche si attenuano fin quasi a confondersi «avec l’apparition dans la modernité de biographies par ‘diction’ (G. Genette), ou au ‘second degré’ (D. Combe), c’est-à-dire de textes lus comme des biographies fictionnelles quel que soit leur régime de production originel, dans un climat intellectuel où la réflexivité critique entraîne la dénonciation des traits littéraires de l’historiographie sérieuse». Negli ultimi venti anni poi, proprio perché la finzione torna ad essere considerata un possibile discorso sul mondo, anzi una forma efficace di conoscenza, lo iato con il discorso referenziale o storiografico si è decisamente ridotto.
Si potrebbe dire che il desiderio di raccontare il soggetto e la realtà, imbattendosi nell’impossibilità di recuperare le istanze del romanzo realista, trovi un esito quasi naturale nella biofiction, quale possibile sostituto del romanzo tradizionale. Come per Marcel Schwob le «vies imaginaires» rappresentavano una reazione all’esautorarsi del romanzo naturalistico, così per i romanzieri dell’extrême contemporain la biofiction permette di affrontare l’indisponibilità del romanzo e del romanzesco alla fine di quella parabola che va dal nouveau roman a «Tel Quel», apice del testualimo più radicale.
In questo rinnovato interesse per il reale, non stupisce affatto che il fait divers sia molto presente nella narrativa francese. Certo, neanche l’attenzione alla cronaca è fatto nuovo nel romanzo. Ma si può facilmente constatare come tale attenzione presenti dei connotati notevolmente diversi rispetto al passato. Il fatto di cronaca non è più assunto come mero pretesto da trasfigurare poi nella dimensione romanzesca, perché la dimensione fattuale dell’evento non è affatto trascurata o sublimata. Non che l’evento diventi oggetto di una conoscenza pretesa oggettiva: avviene piuttosto che s’indaghi sugli effetti da esso prodotti nella società, affrontandone gli inquietanti interrogativi, per tentare di addentrarsi più a fondo nella psiche umana e comprenderne il lato oscuro, spesso nascosto sotto le sembianze della più normale quotidianità.
Inoltre se il romanzo tradizionale, mediante il narratore onnisciente, investiva l’evento con una istanza ideologica decisa, sulla base di un’assiologia stabilita, il romanzo attuale mette per contro in scena un narratore, a volte anche lo stesso autore, che pur intervenendo spesso nella narrazione, manifesta esitazioni, insicurezze, dubbi. Insomma: piuttosto che giudicare, si sente messo in causa. Il narratore si apre così ad un confronto e cerca di interrogare sé interrogando l’altro, secondo un atteggiamento filosofico diffuso nel pensiero contemporaneo, come ha ben notato Dominique Viart:

Il me semble que ce phénomène, qui replie sur le sujet lui-même  les  questions suscitées par l’itinéraire  d’un  autre […], se relie à l’actuelle dilution  de la limite entre ‘l’un’ et ‘l’autre’, notamment dans ces biographies fictives si nombreuses. Il ne s’agit plus du fantasme de l’inquiétante étrangeté du sujet – type docteur Jekyll et mister Hyde – mais d’une porosité que relèvent aussi les études des penseurs contemporains comme Emmanuel Levinas, Paul Ricœur, Tzvetan Todorov ou Julia Kristeva… (D. Viart, Fictions en procès).

Infine, in una prospettiva in cui non è più disponibile un’ideologia sicura, un sistema di valori con cui affrontarlo, il fait divers non solo perde ogni valore edificante, ma non è più visto neanche come fatto extra-ordinario: lo si percepisce piuttosto come evento, che interrogato in un certo modo, può rivelare il mostruoso ordinario.
Ora, sembra proprio che L’Adversaire di Emmanuel Carrère incarni emblematicamente questa duplice tendenza della narrativa francese attuale: un fait divers è all’origine di un testo narrativo, ‘biografico’, in cui s’intersecano finzione e documento: un testo senz’altro sintomatico dell’attuale ritorno, consapevole e critico, alla narrazione del soggetto e della realtà.
Ricordiamo intanto il fatto di cronaca. Il 9 gennaio 1993, Jean-Claude Romand uccide i propri genitori, la moglie, i figli, e appicca il fuoco in casa dopo aver ingerito barbiturici. Verrà salvato in extremis, e poi condannato all’ergastolo. Ma a rendere ancora più sconvolgente l’efferato fatto di sangue è stato poi l’esito dell’indagine su ciò che inizialmente si riteneva un tragico incidente. Si scopre infatti che il protagonista di questa strage aveva mentito per diciotto anni a familiari ed amici, facendo loro credere di essere laureato in medicina e di essere poi diventato un alto funzionario dell’OMS a Ginevra. In realtà, invece di recarsi al lavoro, o ai congressi internazionali, Romand si aggirava nei boschi, o si soffermava in vari bar e motel. Per assicurarsi un tenore di vita adeguato alla millantata professione, era riuscito a convincere, genitori e suoceri ad affidargli i loro risparmi, facendo credere di poterli depositare, grazie al suo status e alle sue conoscenze, in banche svizzere con alti rendimenti garantiti. Il tutto crolla quando una giovane donna, con la quale aveva stretto una relazione extraconiugale, dopo avergli affidato i proventi della vendita di un immobile, gli chiede la restituzione del denaro. A questo punto il falso docteur Romand si sente sul punto di essere smascherato e, senza scampo, non trova altra soluzione che la strage.
Ma cos’è che ha spinto Carrère a scrivere un libro su questa agghiacciante e conturbante storia? Lo spiega lui stesso intervenendo nel testo, in cui compare con nome e cognome (così come tutti i personaggi presentati). Innanzitutto prova un senso di pietà e simpatia dolorosa per l’«absurde secret» che dev’essere, secondo lui, all’origine della tragica vicenda di Jean-Claude Romand. E questo segreto, ossia il motivo che l’avrebbe spinto a scegliere la menzogna, genera nello scrittore un urgente e profondo desiderio di comprensione. In effetti, una volta venuto a conoscenza del tragico e sinistro evento ne è ‘ossessionato’ e vuole capire ciò che è accaduto, come dice lui stesso in una lettera inviata in carcere a Romand, riportata nel libro: «Je suis écrivain, auteur à ce jour de sept livres dont je vous envoie le dernier paru. Depuis que j’ai appris par les journaux la tragédie dont vous avez été l’agent et le seul survivant, j’en suis hanté. Je voudrais, autant qu’il est  possible, essayer de comprendre ce qui s’est passé et en faire un livre […]» (corsivo mio). Si affretta anche a precisare che non c’è alcunché di malato nel suo interesse, ma solo la volontà di scoprire il lato oscuro e misterioso, le forze che hanno spinto un individuo a scegliere una vita di menzogna, conclusa inevitabilmente con un atto estremo, come afferma l’autore nella stessa lettera: «J’aimerais que vous compreniez que je ne viens pas à vous poussé par une curiosité malsaine ou par le goût du sensationnel. Ce que vous avez fait n’est pas à mes yeux le fait d’un criminel ordinaire, pas celui d’un fou non plus, mais celui d’un homme poussé à bout par des forces qui le dépassent, et ce sont ces forces terribles que je voudrais montrer à l’œuvre».
Carrère si sente in qualche modo ‘scelto’ per raccontare questa storia ed entra ‘in risonanza’ con il condannato. Pur provando paura e vergogna per l’attrazione che sente nei confronti dell’uomo e della sua vita, intende affrontare il fatto, non certo per morbosità – come ha tenuto ha sottolineare –, ma perché vuole guardare in faccia la realtà; si sente insomma chiamato e sfidato da questa strage priva d’una spiegazione dichiarata o provata in sede giudiziaria. Non vuole dunque fuggire di fronte a tale mostruosità, ma tentare di comprendere: «Et je me retrouvais choisi (c’est emphatique, je sais, mais je ne vois pas le moyen de le dire autrement) par cette histoire atroce, entré en résonnance avec l’homme qui avait fait ça. J’avais peur. Peur et honte. Honte devant mes fils que leur père écrive là-dessus. Était-il encore temps de fuir? Ou était-ce ma vocation particulière d’essayer de comprendre ça, de le regarder en face?»
Alla base del progetto del libro di Carrère c’è dunque il desiderio di comprendere un evento mostruoso che appare privo di spiegazioni. Desiderio che lo scrittore condivide con il protagonista, come quest’ultimo afferma in una lettera inviata a Carrère, riportata nel libro: «Si vous souhaitez toujours me rencontrer dans une volonté commune de compréhension de cette tragédie qui  reste pour moi d’une actualité quotidienne, il faut que vous fassiez une demande de permis de visite adressée à M. le procureur de la République […]» (corsivi miei). Il desiderio è quindi quello di voler individuare la vera ragione che ha  dato origine alla «bifurcation», il giorno in cui il giovane Romand non è andato a fare l’esame nel secondo anno di Università: da una parte una «vita normale, dall’altra una vita di menzogna («à partir de là tout était faux»). È pur vero che a un certo punto Romand riferisce al giudice di ricordare il perché non andò a sostenere quel famoso esame, ma si tratta di una motivazione inverificabile e assai poco credibile. E comunque non si riesce a capire (neanche lui stesso sa spiegarlo) perché quando era ancora in tempo per riprendersi, semplicemente rivelando una menzogna infantile senza grave danno personale, non lo abbia fatto:

D’un  côté s’ouvrait le chemin normal, que suivaient ses amis et pour lequel il avait, tout le monde le confirme, des aptitudes légèrement supérieures à la moyenne. Sur ce chemin il vient de trébucher mais il est encore temps de se rattraper, de rattraper les autres: personne ne l’a vu. De l’autre, ce chemin tortueux du mensonge dont on ne peut même pas dire qu’il  semble à son  début  semé de roses tandis que l’autre serait encombré de ronces et rocailleux  comme  le veulent les allégories. Il n’y a pas besoin d’y engager  les  pieds,  d’aller  jusqu’à un tournant pour voir que c’est un cul-de-sac. […].
Mais enfin, à demandé la présidente: pourquoi? Il a haussé les épaules.
Je me suis posé cette question tous les  jours  pendant vingt  ans. Je n’ai  pas  de réponse.

La storia di Jean-Claude Romand si presenta a Carrère come un mistero inesplicabile: «Il est impossibile de penser à cette histoire sans se dire qu’il y a là un mystère, c’est qu’il n’y a pas d’explication et que, si invraisemblable que cela paraisse, cela s’est passé ainsi». Ed è proprio questo mistero, questo ‘vuoto’, che stimola l’indagine di Carrère. Ma come indagare su un vuoto? Il récit in effetti non si svolge senza ostacoli, viene anzi a più riprese interrotto da riflessioni sulle modalità che la sua ricerca dovrebbe adottare. In questa prospettiva, gli strumenti dell’indagine tradizionale (l’esplorazione dei luoghi, del teatro degli eventi, per acquisire dati e testimonianze) gli appaiono ben presto insufficienti. Avverte anzi che non gli interessano i ‘fatti’, vuole piuttosto cercare  di sondare l’interiorità del protagonista:

L’enquête que j’aurais pu mener pour mon compte,  l’instruction  dont  j’aurais pu essayer d’assouplir le secret n’allaient mettre au jour que des faits. Le détail des malversations financières de Romand, la façon dont au fil des ans s’était mise en place sa double vie, le rôle qu’y avait tenu tel  ou tel, tout cela,  que j’apprendrais en temps utile, ne m’apprendrait pas ce que je voulais vrai-  ment savoir: ce qui se passait dans sa tête durant ces journées qu’il  était  supposé passer au bureau […].

Per comprendere e raccontare la ‘storia’ di Romand, testimoni, giudici e psichiatri, non avrebbero potuto aiutarlo. Non si tratta infatti di relazionare una realtà puramente fattuale, ma di trovare un significato, un senso che possa spiegare i fatti. L’indagine di natura positivista non condurrebbe a nulla. Si apre allora un altro percorso: quello letterario. E un suggerimento in questo senso, proviene paradossalmente da Romand stesso che fa capire a Carrère quanto il suo ausilio, l’approccio di uno scrittore, possa essere fondamentale per comprendere la propria situazione:

Il [Romand] se disait convaincu «que l’approche de cette tragédie par un écrivain peut largement compléter et transcender d’autres visions, plus réductrices, telles que celles de la psychiatrie ou d’autres sciences humaines» et tenait à me persuader lui-même que «toute ‘récupération narcissique’» était «loin de (s)a pensée (consciente, du moins)». J’ai  entendu  qu’il  comptait  sur moi plus que sur les psychiatres pour lui rendre compréhensible sa  propre  histoire et plus que sur les avocats pour la rendre compréhensible au monde.

Insomma, Carrère si rende conto dell’impossibilità, e dell’inutilità, in questo caso, di una conoscenza ‘oggettiva’, perché la semplice ricognizione dei dati non può restituire la persona, non può spiegare nulla. In termini filosofici, si potrebbe dire che lo scrittore prende coscienza dell’impossibilità di effettuare un «pensiero di sorvolo», per usare un’espressione di Merleau-Ponty, ripresa poi anche da Sartre. L’osservatore si rende conto di non poter rappresentare l’oggetto della visione dall’esterno, ossia di non poter rivolgere lo sguardo sulla scena come fosse un panorama aereo, in quanto il risultato ottenuto sarebbe una pura somma di dati bruti, inespressivi. La rappresentazione basata sulla prospettiva ‘oculare’ cartesiana, che implicherebbe il privilegio di un cogito, di un osservatore impassibile, viene decisamente rifiutata dallo scrittore che, nel corso del récit, ne comprende pienamente l’illusorietà. Così, in una lettera a Romand in cui gli riferisce la fase iniziale del proprio lavoro di scrittura, Carrère esprime il cambiamento di prospettiva: «Il y a maintenant trois mois que j’ai commencé à écrire. Mon problème n’est pas, comme je le pensais au début, l’information. Il est de trouver ma place face à votre histoire. En me mettant au travail, j’ai cru pouvoir repousser ce problème en cousant bout à bout tout ce que je savais et en m’efforçant de rester objectif. Mais l’objectivité, dans une telle affaire, est un leurre» (corsivi miei). Insomma l’oggettività è impossibile, o meglio ingannevole, e il narratore se ne rende conto in corso d’opera constatando il fallimento della iniziale strategia d’indagine: reperire e assemblare tutti i dati informativi a disposizione. In realtà la collezione di dati non restituisce una soggettività, la quale non si lascia ridurre a oggetto. L’oggettività, in questo caso particolare («dans une telle affaire»), cioè nell’intento di comprendere un’individualità, è del tutto illusoria («un leurre»).
Così, avendo compreso che rimanendo fuori dalla cornice della scena – l’oggettività implica distanza – non può riuscire a coglierla, se non come una collezione di dati, il narratore cerca un punto di vista più adeguato («Il me fallait un point de vue»): un punto di vista che sia più a diretto contatto con la scena. Così pensa di assumere quello dell’amico più stretto di Jean-Claude Romand, Luc Ladmiral, e di identificarsi a lui, per sapere come avesse vissuto la drammatica scoperta della verità sul falso docteur Romand. Ma anche questo percorso si rivela impraticabile, tanto dal punto di vista estetico che etico: «[…] j’ai bientôt jugé impossibile (techniquement et moralement, les deux vont de pair) de me tenir à ce point de vue». Sarebbe dunque immorale questo punto di vista in quanto anch’esso si rivela fittizio. Quel che risulta impossibile, in fin dei conti, è cogliere e raccontare la singolarità dell’altro da una prospettiva esterna.
Il caso Romand diventa, in questo senso, tanto più emblematico in quanto il tratto caratterizzante della sua ‘personalità’ è la difficoltà, anzi l’impossibilità, di accedere a se stesso: «[…] ce défaut d’accès à vous-même, ce blanc qui n’a cessé de grandir à la place de celui qui en vous doit dire ‘je’». Il ‘bianco’ che costituisce l’io inaccessibile di Romand emblematizza così tutta la problematicità dell’autocoscienza, e di riflesso l’inattuabile accesso, da parte di chiunque, in un’altra individualità: «Ce n’est évidemment pas moi qui vais dire ‘je’ pour votre compte, mais alors il me reste, à propos de vous, à dire ‘je’ pour moi-même. À dire, en mon nom propre et sans me réfugier derrière un témoin plus ou moins imaginaire ou un patchwork d’informations se voulant objectives, ce qui dans votre histoire me parle et résonne dans la mienne». Insomma il narratore comprende che, per raccontare la storia di Romand, è necessario abbandonare tanto la prospettiva oculare, la propria o quella di un testimone diretto – questo punto di vista da cui tutto sarebbe visibile si rivela inevitabilmente fittizio («plus ou moins imaginaire») – , quanto, di conseguenza, l’idea che si possa conoscere un individuo come un oggetto in sé (non sarebbe se non un patchwork, un’accozzaglia di informazioni con pretesa d’oggettività).
E proprio tale impossibilità impone una torsione al progetto bio- grafico,  che  si  flette  necessariamente  in  quello  auto-biografico: «trovare il mio posto di fronte alla Sua storia». L’osservatore non può rimanere al di fuori della cornice, ma deve entrare in essa. Non resta allora altra possibilità che assumere il chiasma in cui s’intrecciano le due individualità: dire ciò che dell’una risuona nell’altra. Dal punto geometrale della prospettiva del pensiero di sorvolo si passa allora  ad un  movimento di ascolto e  risuono,  con l’alternanza tipica del fort/da. Dire ciò che di una storia parla e risuona nella propria, significa in realtà non dire né la storia dell’uno, né la storia dell’altro, né una individualità, né l’altra, ma l’una e l’altra: significa dire ‘ciò’ che avviene nell’andare dall’una all’altra. Eppure anche in questo caso la posizione dell’io narrante continua ad apparire impraticabile: «Or je ne peux pas. Les phrases se dérobent, le ‘je’ sonne faux». Tanto che la difficoltà fa vacillare il progetto: «J’ai donc décidé de mettre de côté ce travail qui n’est pas mûr». Giungerà però a maturazione proprio grazie alla flessione della biografia in autobiografia, perché, nonostante tutto, Carrère ha scritto L’Adversaire.
Tuttavia, alla fine del libro, l’autore che ha narrato la ‘vita di Romand’, dall’infanzia al dramma, rivela di essere molto più interessato alla vita di Romand nel momento presente, quella che segue il processo. Si tratta in effetti di due storie differenti: una narrata, l’altra ancora no, e che probabilmente non lo sarà mai. Avviene insomma che, paradossalmente, lo scrittore riesca a raccontare una storia in assenza di risposte sul mistero che la avvolge. Il tentativo di dialogo con Romand circa la sua vita prima della tragica notte non ottiene infatti alcuna risposta, è come se si rivolgesse a un morto. E molte sono le allusioni a questa sensazione («Il était quelque part hors de la vie, hors de la mort, il n’avait plus de  nom»; «[…] la mort faite homme […]»; «Il ne pensait qu’à mourir […]»). Ma proprio perché il racconto ruota attorno ad un’assenza, «à l’absence, au vide, au blanc, qui n’étaient pas un accident de parcours mais l’unique expérience de sa vie», l’autore è costretto a passare dalla biografia all’autobiografia, stabilendo un duplice movimento di allontanamento, con cui considera i dati, i luoghi, le testimonianze, e di avvicinamento con cui fa ‘risuonare’ in sé la storia dell’individuo che vuole comprendere, così che i fatti non rimangono muti, ma parlano, anzi fanno parlare qualcosa in sé, di sé:

«Mais je sais ce que c’est de passer toutes ses journées sans témoin: les heures couché à regarder le plafond, la peur de ne plus exister». E proprio in questo modo diventa possibile dissipare il mistero che circondava la vita di menzogna di Romand: «[…] je ne voyais plus de mystère dans sa longue imposture, seulement un pauvre mélange d’aveuglement, de détresse et de lâcheté. Ce qui se passait dans sa tête au long de ces heures vides étirées sur des aires d’autoroute ou des parkings de cafétéria, je le savais, je l’avais connu à ma façon et ce n’était plus mon affaire».

Ma a questo punto, liquidato il finto docteur Romand («ce n’était plus mon affaire») Carrère si dimostra piuttosto avvinto dalla vita di Jean-Claude Romand nel momento attuale, quello successivo al processo: «Mais ce qui se passe dans son cœur maintenant, aux heures nocturnes où il veille pour prier?» Ora che Romand acconsente a parlare del presente («Il s’est mis à parler du présent, de sa vie en prison»), ancor più paradossalmente, la sua vita appare a Carrère veramente inesplicabile. I dossier del processo che è riuscito ad ottenere non lo seducono più, e rimarranno chiusi, mentre la testimonianza di Romand sulla sua vita in carcere e sulla sua fede ritrovata, scritta su richiesta di Bernard, un volontario che lo visita periodicamente, gli si impone come nuovo mistero, davvero inesplicabile: «Le témoignage écrit à l’instigation de Bernard restait ouvert, en revanche, sur ma table. Dans sa langue de bois catholique, je le trouvais, lui, réellement mystérieux. Au sens mathématique: indécidable» (corsivo nel testo). Forse che questa nuova vita di Romand possa essere l’oggetto di un dialogo verbale vivente ma non della scrittura? A questo proposito il testo si chiude con una frase che conclude senza concludere, lasciando aperta, indecisa, la questione statutaria della scrittura di ciò che sarebbe stata una biografia vivente: «J’ai pensé qu’écrire cette histoire ne pouvait être qu’un crime ou une prière».
Ma L’Adversaire è stato scritto, e mostra che la narrazione d’una vita non può prescindere dai dati, ma che questi dati possono parlare solo in virtù di una finzione che superi la rappresentazione prospettica grazie all’assunzione del chiasma che intreccia due individualità, in cui il soggetto della rappresentazione si fa anche soggetto alla rappresentazione.

Filippo Tamassia

_________________

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Carrère, L’Adversaire, P.O.L, Paris 2000 (edizione citata: Paris, Gallimard, coll. «Folio», 2001).
Carrère, L’Adversaire. Lecture accompagnée par Martine Cécillon, Gallimard, coll. «Bibliothèque», Paris 2003.
Gefen, Les Genre des noms: la biofiction dans la littérature française contemporaine, in Le Roman
français au tournant du XXIe siècle
, sous la direction de B. Blanckman, A. Mura-Brune et M. Dambre, Presses Sorbonne Nouvelle, Paris 2004, pp. 305- 19.
M.-P. Huglo, L’Avocat du diable? Le Romand d’Emmanuel Carrère, in Raconter? Les enjeux de la voix narrative dans le récit contemporain, dirigé par M.-P. Huglo et S. Rocheville, L’Harmattan, coll. «Esthétiques», Paris 2004, pp. 38-57.
Michel, Jean-Claude Romand, in http://www.affaires- criminelles.com/dossier_11-1.php .
Oliver, L’Adversaire (2000) Emmanuel Carrère, Hatier, coll. «Profil d’une œuvre», Paris 2003.
Pitteloud, Fait divers et engagement: quelques remarques sur l’affaire Romand, in Formes de l’engagement littéraire (XVe- XXIe siècle), sous la direction de J. Kaempfer, S. Florey et J. Meizoz, Antipodes, coll. «Littérature, culture, société», Lau- sanne 2006, pp. 205-18.
Rabaté, Lecture de L’Adversaire d’Emmanuel Carrère: le réel en mal de fiction, in Le Goût du roman. La prose française: lire le présent, sous la direction de Matteo Majorano, B.A. Graphis, coll. «Marges critiques/Margini critici», Bari 2002, pp. 120-33.
Sarraute, L’Ère du soupçon, Gallimard, coll. «Folio/Essais», Pa- ris 1956.
Settelen, D. Toutenu, L’Affaire Romand: le narcissisme crimi- nel. Approche psychologique, L’Harmattant, Paris 2003.
Viart, Fictions en procès, in Le Roman français au tournant du XXIe siècle, pp. 288-303.
Viart, Mémoire du récit. Questions à la modernité, in Écritures contemporaines 1. Mémoire du récit, Minard, coll. «La revue des lettres modernes», Paris-Caen 1998, pp. 3-27.
Viart, Écrire avec le soupçon – enjeux du roman contempo- rain –, in Le Roman français contemporain, Ministère des Af- faires étrangères – adpf, Paris 2002, pp. 129-62.
Wagner, Le «roman» de Romand (à propos de L’Adversaire, d’Emmanuel Carrère), «Roman 20-50», n. 34 (décembre 2002), pp. 107-24.

Lascio un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


+ 5 = tredici

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>