ROMANO LUPERINI – UN LIBRO SULLA TEORIA LETTERARIA DI ORLANDO

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[Questo mese Mimesis è lieta di ospitare la recensione di Romano Luperini all’ottimo libro di Valentino Baldi, “Il Sole e la morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando” (Quodlibet, 2015), originariamente comparsa su L’indice dei libri del mese nel Giugno 2016]

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Questo di Valentino Baldi (Il sole e la morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando, Quodlibet) è anzitutto un libro onesto. Ed è onesto intanto perché mantiene le promesse indicate dal sottotitolo: è un saggio tutto teorico sulla teoria letteraria di Orlando, uno dei maggiori studiosi italiani degli ultimi cinquant’anni. Affronta infatti tutti i nodi della riflessione orlandiana e lo fa in modo onesto, vedendone genialità e limiti, senza indulgere a esaltazioni ma giustamente sottolineando il ruolo di primo piano che questo critico merita nel panorama non solo italiano ma europeo.
Guardiamo subito questi nodi, trattati soprattutto nei capitoli secondo e terzo (il primo è dedicato alla vita, il quarto alla fortuna o sfortuna di Orlando nella cultura occidentale contemporanea). Il primo nodo è forse inatteso: riguarda la funzione del destinatario inclusa nel testo. Mentre la maggior parte degli studiosi che applicano la psicoanalisi alla letteratura (ma è vero che Orlando è un critico freudiano, non psicoanalitico) fanno riferimento all’autore o all’opera, il ritorno del represso nella sostanza dei contenuti chiama in causa un destinatario incluso nel testo, che può coincidere più o meno perfettamente con qualunque destinatario empirico. Con questa mossa Orlando da un lato apre all’ermeneutica e al punto di vista del lettore, ma dall’altro si rifà alla tradizione dello strutturalismo e nello stesso tempo la tradisce in senso freudiano, si rifà alla psicoanalisi e nello stesso tempo la tradisce in senso strutturalista. Questo movimento di fedeltà infedele o di un’ortodossia sempre costeggiata e sempre violata è d’altronde costante in Orlando, come mostra più volte Baldi.
Un secondo nodo riguarda il rapporto con Lacan e poi con Matte Blanco e il problema dell’inconscio non rimosso. Orlando muove da Lacan ma poi lo abbandona abbracciando il pensiero di Matte Blanco. Lacan infatti non distingue fra le varie manifestazioni dell’inconscio e soprattutto fra quelle comunicanti, che presuppongono una dimensione sociale, e quelle non comunicanti. Il linguaggio letterario da un lato esprime tendenze inconsce ma dall’altro, a differenza del sogno o del sintomo, vuole avere un interlocutore, si rivolge a qualcuno. Dunque è simile al motto di spirito che analogamente presuppone un orizzonte comunicativo. Come il motto di spirito il linguaggio letterario è una formazione di compromesso fra logica asimmetrica e logica simmetrica e dunque gli pertiene quella bi-logica di cui ha parlato Matte Blanco. Semmai – e questo è un limite di Orlando teorico che Baldi indica con chiarezza – Orlando fa coincidere l’inconscio con il rimosso o represso, senza far posto nella propria teoria all’inconscio non rimosso. E qui, in questo limite, nella incapacità orlandiana di misurarsi con un nucleo di pensiero astorico e antilogico che la coscienza non è in grado di contenere, Orlando paga dazio probabilmente alla propria formazione storicistica e alla censura che questa effettuava su di lui, magari, direi, attraverso la figura dell’amico Timpanaro (come mostra l’epistolario dei due, in cui si palesa l’esigenza orlandiana di sfuggire alle critiche di astoricismo che Timpanaro rivolgeva a Freud e al suo metodo).
D’altra parte la capacità di fondere storicismo auerbachiano, marxismo e pensiero freudiano è un carattere forte e originale della ricerca orlandiana. Un terzo nodo infatti riguarda il rapporto fra inconscio e storia. Per Orlando l’inconscio è dentro la storia, e la storia è dentro l’inconscio. Proprio la necessità di inquadrare storicamente l’inconscio induce Orlando a parlare per la letteratura di ritorno del represso (dunque a supporre un represso storico e sociale) e non di ritorno del rimosso (dunque solo privato e individuale). Non meno originale poi è la capacità di impiegare sul lungo periodo e persino nel campo della periodizzazione letteraria categorie desunte a un tempo dal pensiero freudiano e dalla retorica.
Un quarto nodo è rappresentato dalla ricerca tematica singolarmente associata, in Gli oggetti desueti, a una vocazione strutturalista evidente sia nel rispetto della testualità, sia nella esigenza di ordine e di sistemazione generale. Se si pensa che nei decenni in cui Orlando lavorava a questo libro la ricerca tematica veniva rifiutata sia dalla critica strutturalista che da quella marxista il coraggio di Orlando appare indiscutibile. Nel grande libro Gli oggetti desueti si intrecciano d’altronde tendenze che si direbbero fra loro inconciliabili: storicismo, marxismo, metodo auerbachiano, vocazione comparatista, approccio tematico si uniscono originalmente a istanze strutturaliste e freudiane. Gli oggetti desueti, nella loro non funzionalità, finiscono per essere come la letteratura che non è più funzionale al mondo del profitto e del capitale. Nella nostra società, osserva giustamente Baldi, la letteratura si manifesta come ritorno del represso antifunzionale. Nello stesso tempo come gli oggetti desueti, perduta la funzionalità originaria, possono acquisirne una seconda e diversa, così può accadere oggi alla letteratura.
Proprio la fedeltà, per quanto infedele, allo storicismo, al marxismo, al freudismo in anni in cui queste tendenze erano poste sotto accuse dalla filosofia dominante in Occidente (quella delle neoermeneutica heideggeriana, della French Theory e del postmodernismo) ha ridotto l’area di influenza del pensiero di Orlando, inducendolo a parlare di fallimento e di insuccesso. Ora che esse stanno finalmente tramontando, può darsi, conclude Baldi, che si aprano possibilità nuove di una sua diffusione e affermazione e nello stesso tempo di superamento dei suoi invitabili limiti.
L’onestà di Baldi è scrupolo, attenzione filologica, visione teorica, aspirazione alla completezza. Ma è anche senso della misura e della discrezione, capacità di amare e ammirare l’oggetto della propria ricerca mantenendo sempre un grande equilibrio nei giudizi e nelle valutazioni. A differenza di tanti coetanei, che rifiutano l’idea stessa di avere dei maestri (Baldi ne accenna in una nota del suo libro), l’autore di questo libro riconosce serenamente i propri ma nello stesso tempo non rinuncia mai all’autonomia di giudizio. Questo libro è anche una bella prova di maturità, umana e culturale.

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