SERGIO ZATTI – CESERANI E ORLANDO, DUE MAESTRI A CONFRONTO

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[Il testo che segue è la trascrizione dell’intervento tenuto da Sergio Zatti lunedì 4 novembre 2019 a Pisa in occasione della presentazione del libro Un <<osservatore e testimone attento>>. L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo (Mucchi 2018, a cura di Pierluigi Pellini e Stefano Lazzarin), nell’ambito dei tradizionali incontri del Seminario di Interpretazione Testuale. In questo intervento Zatti ricorda la personalità e l’opera dell’illustre critico letterario e teorico della letteratura (nonché suo relatore di tesi) che ha a lungo insegnato all’Università di Pisa, evidenziando divergenze e punti di incontro con la lezione di un altro maestro, Francesco Orlando (M.R.)]

Remo Ceserani

Vorrei fare qualche riflessione sulla mia esperienza di studio lavoro e discepolato con Remo.

Remo fu il mio relatore di tesi e io collaborai fin da subito con lui in quella che resta a mio parere la sua impresa culturale più alta: il MAT IMM (Il materiale e l’immaginario, ndr), rivoluzionario manuale per le scuole.

Dico subito per onestà che per me Remo è stato una sorta di maestro a metà, diviso com’ero fra il suo magistero tutto nel segno dell’eclettismo flessibilità e relativismo critico e quello rigoroso, sistematico e inesorabile di Orlando, nel quale certo mi sono maggiormente riconosciuto, anche se ho appreso dall’insegnamento di RC una importante lezione correttiva a tanto feroce rigore. Il suo straordinario padroneggiamento di campi disciplinari e aree culturali diverse e lontane, determinato dalla spinta della sua curiosità inesausta, era un perenne invito a superare recinti confini barriere (anche teorici).

E’ questo un periodo di celebrazione dei maestri che viene a cadere nel crepuscolo odierno della teoria: oggi Ceserani, a maggio Orlando. Per restare nell’ambito delle esperienze personali del ‘metodo’, della ‘teoria’, che tanto hanno contato fino alla fine del secolo scorso e oggi versano in una sostanziale indifferenza, voglio ricordare anche il recente bilancio critico di Santarcangelo, un luogo in cui entrambi hanno operato a lungo: Remo avrebbe certamente approvato – non parlo degli esiti, ma della intenzione – la mia incursione temeraria nei gender studies, che Orlando avrebbe certamente censurato. Lo ricordo perché forse nel suo eclettismo a 360 gradi il gender è stato l’unico approccio non praticato da Remo (ma forse mi sbaglio, perché nella Guida Rossa c’è una lunga discussione su uno studio femminista di Myra Jehlen).

In tanta diversità di impostazione credo di aver colto una lezione comune ai due maestri in cui riconosco il mio modo di fare critica e più in generale di esercitare il mestiere e trasmetterlo alle generazioni più giovani. A loro modo entrambi erano accomunati da uno sguardo totalizzante: uno perché mirava sempre al cuore dei testi, l’altro perché ci arrivava per somma di sguardi parziali. Orlando era caratterizzato dallo spirito di sistema, Ceserani dallo spirito enciclopedico. Orlando puntava tutto sulla originalità del caposcuola, Ceserani era l’alfiere della mediazione culturale.

Con tipico understatement si definiva più un cronista che un protagonista, o per l’appunto un testimone. Amava il gioco di sponda. La sua prospettiva era defilata ma sempre curiosa e partecipe: di certo praticava una forma di understatement – nella vita come nella ricerca – o se volete un topos modestiae. Non sarà un caso che il primo studio tematico di RC è stato il treno (nell’immaginario letterario). Ecco due immagini, due suggestioni che affiorano alla memoria: lo scompartimento, la cabina di RC e la stanza di FO erano due luoghi che presto avrei imparato a trovare fortemente simbolici; un nomadismo non solo materiale, quello di RC, a fronte della stanza sul Lungarno così ovattata e protettiva con la celebre biblioteca e le vecchie consunte poltrone verdi.

Ci sono anche dei tratti comuni senza i quali i due maestri nel mio apprendistato non potevano conciliarsi. Per entrambi era fondamentale la lezione di Auerbach (per il suo prospettivismo storico) come convergenza di morfologia e storia, garantita dall’attenzione al testo e alla sua configurazione formale (ma per RC operava anche l’antica lezione stilistica di Fubini).

Un altro tratto comune per Orlando è l’ambivalenza che la letteratura esprime nella formazione di compromesso o nel ritorno del represso, per Ceserani è nel conflitto delle interpretazioni, la pluralità non necessariamente armonica e persino contraddittoria del senso, l’inquietudine dei testi (lo ha saggiato su Ariosto contribuendo a sottrarlo a quella visione tradizionale di aurea e imperturbabile medietas). Mai comunque hanno ceduto all’uso politically correct della letteratura fino alle recenti derive moralistiche o ireniche o consolatorie, ma al contrario hanno entrambi coltivato un giardino nel quale molto spesso attecchiscono i ‘fiori del male’ (vedi la grande impresa collettiva de “Il piacere del male” che è stata anche un tributo postumo al maestro da poco scomparso).

Ma torniamo alle differenze. Per definire con una formula sintetica la loro diversa collocazione nel campo della critica letteraria, possiamo parlare di una inattualità di Orlando (anche da vivo) e attualità di Ceserani (anche da morto): ovvio ricordare che non sto dando un giudizio di valore. Orlando è il maestro che insegna e che forma, Ceserani è il fratello maggiore e il compagno di strada: maestro sì, ma nella forma, come dicevo in precedenza, dello understatement: anzi in lui era percepibile una vera e propria insofferenza per il ruolo di maestro, buono o cattivo che sia, il suo non riconoscersi in un modello verticale e autoritario di trasmissione del sapere dall’alto.

E a proposito di sapere che discende dall’alto, ecco un’altra impresa tenuta a battesimo da RC, il laboratorio di Synapsis: luogo in cui prospettive disciplinari diverse possono dialogare intorno a un tema comune, confrontarsi e contaminarsi fruttuosamente attraverso l’inter-relazione reciproca. Synapsis e Malatesta, la Torre di Bertinoro e la Rocca di Santarcangelo due colli, due rocche che si fronteggiano a breve distanza di chilometri nel cuore della Romagna: ma non si guardavano in cagnesco, benché ci fosse spirito di confronto e una buona dose di rivalità.

Non voglio nascondere un certo mio dissenso da RC soprattutto a proposito del modo di intendere la critica tematica.

Punto di elaborazione meno convincente, pur nella sua ineccepibile utilità, è il Dizionario Tematico (utilissimo anche didatticamente repertorio per tante tesi di laurea). Ma gravato a mio parere da un pesante fardello di reificazione e in parte di regressione contenutistica, effetto dovuto a uno spostamento dell’asse dai topoi aristotelici come luoghi (contenenti) ai temi come meri contenuti. Fatta questa riserva di fondo, nel Dizionario quello che si ammira è l’ordine, che non è semplicemente alfabetico ma inserisce i vari lemmi in un reticolo di voci temi e problemi (qualcuno nel libro lo definisce un moderno ‘teatro della memoria’) che si illuminano reciprocamente.

In generale direi che nei suoi momenti meno felici si può rimproverare a RC un approccio un po’ troppo ecumenico e accondiscendente, almeno quanto l’altro all’opposto si scagliava con furore contro le interpretazioni che riteneva sbagliate.

Ceserani mi piaceva definirlo con la espressione americana di go-between, il più puntuale acuto e sensibile go-between della nostra critica, l’uomo delle convergenze e delle mediazioni: contro la tendenza tutta italiana a celebrare e rivendicare il proprio provincialismo come un merito. Viaggiava come un forsennato, e divorava intere bibliografie grazie al viaggio. Numerosi viaggi a Stanford, per insegnare e visitare la figlia, fatti magari a distanza di poche settimane; gli chiedevo se non si sentiva a pezzi come spesso capitava a me dopo il tragitto californiano. Lui rispondeva: tutt’altro, lo sai quanti libri si possono leggere in 11 ore di aereo?

A proposito di “go between”. Io stesso credo di aver raccolto il ruolo di intermediario seppure in un ambito più ristretto e specialistico: la letteratura cavalleresca. L’incrocio con la critica americana ha prodotto un fecondo scambio e profondamente rinnovato gli studi ariosteschi e tassiani in Italia. Durling e Ascoli, Javitch e Quint non sono stati semplicemente compagni di strada ma i protagonisti di una intesa culturale che è stata anche una lunga e tuttora perdurante amicizia.

Eclettismo e Interdisciplinarità, Dialogo e Ascolto, Curiosità sono in questo libro a lui dedicato le parole che più ricorrono. Disponibilità allo scambio, capacità di ascoltare, non sono che la faccia complementare di quella tecnica che portava nell’esercizio del mestiere, che anche per questo era l’altra faccia di una profonda umana affabilità: gli incontri umani e culturali, i viaggi (poteva parlare con lo stesso impegno a una scuola di Montespertoli, come a Berkeley o a Oxford) (doveva andare a parlare a Los Angeles, in gergo LA, per un importante convegno e mi diceva che prima avrebbe fatto sosta a Busto Arsizio (per l’occasione ribattezzata BA) per un incontro con docenti  e studenti sulla didattica della scuola). La ricchezza degli aneddoti, dei ricordi autobiografici erano il tratto distintivo dell’amabilità di un uomo piacevole da ascoltare perché lui stesso sempre disposto all’ascolto degli altri.

La sua critica ha puntato sempre di più col tempo su una disposizione narrativa, convergendo così con il nuovo rilievo che la narratività è venuta ad assumere nel postmoderno, di cui è stato uno dei primi e più acuti teorici. Ma questa impostazione (il racconto è una categoria peculiare dello stile critico di Ceserani: applicato a DeSanctis come a Auerbach), rifiutava polemicamente la odierna visione piattamente narrativa per cui ogni sapere è inteso equivocamente come generico storytelling (persino il più scarso e ignorante dei politici da talk show si è appropriato di questo gergo). RC ha intuito per tempo che il crescente interesse per la narrazione è rivolto alla sua qualità di procedimento cognitivo generale e non di strumento letterario specifico (la narrazione letteraria essendo solo una delle possibili applicazioni della funzione narrativa).

Come ‘racconto’ (in “Raccontare la letteratura”) si è svolta la sua riflessione problematica sulla storia letteraria e sulle sue necessarie aperture ad altre storie; e come racconto (in “Raccontare il postmoderno”) si è articolata la stessa sua analisi del postmoderno. Orlando che pure era pieno di aneddoti nella conversazione quotidiana, escludeva l’autobiografia dal suo lavoro scientifico, puro astratto e incontaminato.

In tempi ancora dominati dallo scontro ideologico e politico, RC già nei primi anni ’70 propone un titolo che non è Letteratura e Ideologia, ma il Materiale e l’Immaginario. Sembra solo una variante terminologica ma è una svolta di grande rilevanza. Centrale fin da subito è stato per lui il confronto decisivo con altri codici espressivi, ma non dentro una visione subalterna e ancillare della letteratura, come è invece da tempo invalsa la pratica. Di questo fenomeno RC è stato sempre molto attento a segnalare i rischi di alterità e subalternità: intollerabile in particolare la pratica americana di Literature and…quando sancisce la perdita di autonomia e specificità del letterario e non è abbastanza risarcita dall’arricchimento delle prospettive: questa ‘perdita’ di autonomia è accettabile solo se si accompagna a una strategia intesa a preservarne la funzione e quindi la rilevanza nel sistema della cultura.

Molto si deve a lui a proposito di diffusione nell’ambito di discipline – anche distanti dagli studi umanistici – dell’uso di alcuni strumenti specificamente letterari appropriati per le loro potenzialità euristiche. Se è vero che la letteratura oggi appare colonizzata da altre discipline per una sua presunta inadeguatezza sancita da altre forme oggi egemoni del discorso e della comunicazione, si potrebbe anche ribaltare il punto di vista e parlare di un discorso letterario a sua volta colonizzatore: così ha fatto RC continuando a mostrare, con un ottimismo culturale che non era mai di facciata, che la letteratura può sopravvivere solo attraverso un processo di disseminazione e contaminazione negli altri territori del sapere.

Il Materiale e l’Immaginario ha segnato una svolta culturale e introdotto nuovi paradigmi metodologici per generazioni di studenti e docenti, ovvero un’idea di letteratura come parte di un più vasto immaginario umano da intendersi in senso antropologicamente lato e da studiarsi esplorandone le ramificazioni interne con altre discipline.

Con ‘immaginario’ RC proponeva di sostituire lo studio del funzionamento dei codici espressivi in cui prende forma l’immaginario individuale e collettivo alle griglie didattiche che considerano la letteratura come espressione di movimenti di idee e delle poetiche del passato. Per questa via entrano nella didattica la critica tematica, la comparatistica (finisce la prospettiva italocentrica) e l’educazione alle emozioni. Tutto ciò avveniva all’incrocio di tre modelli principali: il modello storicistico; il modello linguistico-semiotico; il modello ermeneutico, e combinando tre livelli: la base materiale; quella delle rappresentazioni del mondo; la tradizione letteraria: così il Mat Imm disegnava una mappa dei nuovi saperi (specialmente, strutturalismo antropologia linguistica) dentro un intreccio di percorsi possibili ordinati in una struttura strategicamente policentrica.

Contro il racconto lineare del manuale, contro i suoi giudizi di valore e la ripetizione passiva di un canone, Ceserani scompone la sequenza letteraria attraverso l’uso del frammento testuale e dei percorsi tematici e crea una gigantesca rete intertestuale e interdisciplinare grazie al rimando continuo fra le opere letterarie e le altre forme del discorso. Interrompe per la prima volta la continuità della grande narrazione che risaliva a De Sanctis e l’impianto teorico storicista di matrice crociana e gramsciana.

Oggi prendiamo atto con perplessità che l’impianto storicista è tornato a imperare nella crisi delle ideologie e dei metodi. Ma come un relitto anacronistico, un ritorno del sorpassato, nel migliore dei casi la restaurazione di un sapere codificato e ripetitivo rassicurante per docenti e studenti: mentre se ne assottigliano le ragioni culturali, nonostante i bandi e le esecrazioni, è tutto un fiorire di manuali che alimentano soprattutto le ragioni del marketing scolastico.

Vengo in conclusione alla questione dell’eclettismo. Intanto va detto subito che il valore che RC attribuisce al suo eclettismo è dichiaratamente pragmatico (RC non è stato un vero e proprio teorico della letteratura, se con questo si intende una rielaborazione originale di metodi e teorie) e attiene alla sua capacità di captare grazie ad antenne speciali le idee più feconde e innovative per trasmetterle in contesti anche molto diverse. C’è chi lo ha chiamato eclettismo non senza una intenzione denigratoria che lui stesso ha rovesciato provocatoriamente scrivendo un Elogio dell’eclettismo.

E dopo l’eclettismo dei metodi l’eclettismo delle ‘convergenze’ (incroci fra campi del sapere contigui). RC ha praticato un confronto che allargava di continuo il perimetro del dialogo, come l’espandersi di cerchi concentrici, e la moltiplicazione degli agenti che entrano nel campo della significazione e vi interagiscono.

L’elogio dell’eclettismo va di pari passo con la denuncia del supermercato dei metodi: si legga la caricatura dello studente acculturato che dovendo preparare un seminario si aggira nella biblioteca di Harvard. Questo è il breve ritratto che ne fa RC: ”si va in giro fra gli scaffali e i banconi e si decide di volta in volta di acquistare un pacchetto di metodi e strumenti di lavoro (un po’ di Barthes, di Foucault e di Bachtin frullati insieme), li si infilano nel carrello e li si portano a casa”.

Ci sarebbe da aprire un discorso (che non farò) sulla crisi di un certo modello di studio e insegnamento della letteratura con cui si trova a fare i conti oggi ogni Dipartimento di Lettere: modello aziendale, concezione utilitaristica e produttivistica del sapere, regolata sull’efficienza manageriale, produttività competitiva, eccellenza, utilities: una visione che oggi molti giustamente denunciano nella quale gli studenti non sono soggetti che reclamano un diritto al sapere, ma sono considerati come clienti da soddisfare, consumatori di beni e servizi, acquirenti di un prodotto. In questo senso il sapere umanistico è chiamato oggi più che in passato a dimostrare la propria utilità e così garantire una legittimità da più parti messa in discussione.

Grande mediatore culturale, Ceserani è stato capace di fornire una sintesi di alto livello fra, da un lato, l’opera letteraria come entità autonoma, assoluta, basata su proprietà differenziali specifiche, distinta da tutte le altre pratiche comunicative, depositaria di valori estetici universali; dall’altro, l’opera letteraria come pratica culturale eteronoma, legata ai contesti in cui nasce e si diffonde, una delle tante forme dell’immaginario, per cui il suo valore non è intrinseco e perenne ma mutevole, convenzionale, procedente da determinati interessi, criteri e circostanze storiche che cambiano nel tempo.

Con questo tipo di approccio RC intendeva soprattutto togliere il carattere di sacralità e intangibilità ai testi, isolati e monumentalizzati, e questo non può che giovare alla libera conoscenza e fruizione di essi. Relativizzare la letteratura, collocarla nel circuito delle altre forme di simbolizzazione e comunicazioni umane, porla in un rapporto di dialogo e scambio con esse è anche una strategia per rilanciare la sua rilevanza in un momento di crescente marginalizzazione nel sistema dei saperi: questo è il compito supremo che RC in definitiva si è assunto.

La ragion d’essere di un testo sarebbe quella di generare il maggior numero possibile di interpretazioni, che è come dire che la pluralità appartiene alla natura complessa dell’oggetto o, se si preferisce, è il suo modo di manifestarsi. Sono i testi che ci interrogano e pongono domande sempre diverse perché complesse e mutevoli nel tempo. Naturalmente su questo potremmo far valere le riserve di Orlando, che ha insistito sulla forza cogente della funzione-destinatario in cui si inscrive storicamente il messaggio. Così che le interpretazioni possono essere sì plurali e contraddittorie ma mai infinite; tanto è vero che esistono anche le interpretazioni sbagliate.

Ma questa non è che l’ultima possibile suggestione di un confronto fra i due maestri con cui il mio discorso si chiude circolarmente sui propri inizi.

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